venerdì 11 gennaio 2013

SM 3415 -- Lo spreco di cibo

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 31 gennaio 2012

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Le notizie di alcuni blocchi del trasporto stradale, nel gennaio 2012, hanno messo in evidenza che una parte, difficilmente quantificabile, delle derrate alimentari deperibili trasportate per strada si sono alterate e sono andate distrutte. E’ così apparsa la fragilità del “perfettissimo” sistema che ci condente, ogni mattina, di trovare pieni i banchi dei negozi, ogni giorno di far arrivare sulla nostra tavola gli alimenti sani e sicuri. Ciò è reso possibile grazie ad una lunga catena di eventi, un ciclo tenuto in moto da migliaia di persone nei campi, nelle fabbriche, nei camion, nei treni, nelle navi, che viaggiano giorno e notte, domeniche comprese, un ciclo in cui basta un piccolo intralcio per distruggere ricchezza alimentare e provocare guasti ambientali.


Tutto comincia nei campi in cui il Sole assicura la formazione della biomassa vegetale; di questa solo una parte ha utilità alimentare. Un chilogrammo di chicchi di grano o di mais è accompagnato dalla produzione di uno a due chilogrammi di sottoprodotti come paglia, steli, fogliame. Dal campo la frazione alimentare (cereali, semi oleosi, frutta, verdura, tuberi come patate, eccetera) comincia un lungo cammino, talvolta di alcuni chilometri, talvolta attraverso gli oceani, fino alle zone di trasformazione. Alcune derrate alimentari sono distrutte da parassiti, alcune, come le frutta e verdure, hanno vita breve o brevissima e richiedono speciali tecniche di conservazione.

Una parte, circa un terzo, di tutti i prodotti agricoli vegetali è destinata all’alimentazione del bestiame che fornisce carne, latte e uova. Occorrono circa dieci chili di vegetali per ottenere un chilo di carne; carne, latte e uova sono anch’essi alimenti deperibili che richiedono particolari precauzioni nei trasporti. Le sostanze alimentari vegetali e animali non arrivano quasi mai direttamente nelle nostre case ma passano attraverso varie operazioni industriali nelle quali si hanno altri scarti e sottoprodotti il cui smaltimento pone dei problemi ambientali, talvolta gravi. Soltanto il 70 % del chicco del grano diventa farina o semola che diventeranno poi pane o pasta; il resto è crusca che viene usata, quando va bene, per l’alimentazione del bestiame. Occorrono circa cinque chilogrammi di barbabietola per ottenere un chilogrammo di zucchero. Solo una parte dei pomodori o delle frutta diventa conserva o marmellata. Frutta e verdura fresche vengono raccolte nei grandi mercati generali da cui sono smistati nei negozi; ogni sera nei mercati e nei negozi restano delle merci invendute che finiscono nei rifiuti.

Per farla breve, la natura fabbrica sostanze adatte per l’alimentazione umana, ma soltanto una piccola parte di questa biomassa diventa veramente cibo per noi. Un recente volume intitolato “Terra”, pubblicato come fascicolo monografico della rivista “parolechiave” dall’editore Carocci, riporta alcuni conti impressionanti. A livello globale la massa di materia vegetale di interesse alimentare per animali e umani è costituita, ogni anno, da circa 3 miliardi di tonnellate all’anno di cereali, circa 2 miliardi di tonnellate di leguminose e piante da olio, circa 3 miliardi di tonnellate di verdure, frutta, barbabietole, canna da zucchero, eccetera, per un totale stimabile in circa 10 miliardi di tonnellate all’anno. Di queste soltanto una parte diventa cibo per i sette miliardi di abitanti del pianeta; la differenza è perduta, per inefficienze nella distribuzione, nei trasporti, nella industria di trasformazione e nella distribuzione.

La FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione, valuta lo “spreco alimentare” mondiale in circa 1,3 miliardi di tonnellate all’anno. Tali perdite si hanno in tutta la lunga trafila dal campo, alla conservazione dopo il raccolto, alla trasformazione, alla distribuzione fino al consumo finale. Solo il consumo finale, quella parte del cibo che viene buttata via dalle famiglie perché va a male, o è stata comprata in eccesso, o non piace, o è cucinata male, eccetera, ammonta nel mondo a circa 350 milioni di tonnellate, un valore corrispondente a circa 100 chili all’anno per persona nei paesi industriali e scende a una diecina di chili all’anno nei paesi più poveri. Con i 100 chili all’anno di cibo buttato via da ogni persona in Europa e in America si potrebbero sfamare almeno tre persone del miliardo di persone che non hanno cibo a sufficienza.

Si può obiettare che non è possibile trasferire il cibo sprecato dal sacchetto della spazzatura ai villaggi africani, ma si può pensare seriamente, da una parte a usare meglio e con sobrietà il cibo disponibile nei paesi ricchi, e dall’altra a quello che potrebbe essere fatto se gli sprechi alimentari fossero raccolti separatamente e razionalmente: dalla fermentazione di tali rifiuti sarebbe possibile avere materie prime per l’agricoltura o l’industria o combustibili. Una merceologia e ingegneria delle ricchezze alimentari sprecate e buttate via assicurerebbe occupazione nei paesi ricchi e alleggerirebbe la povertà e la fame dei paesi poveri, con vantaggio anche per l’ambiente locale e planetario.





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