La crescita della domanda globale di acciaio, quest’anno 2018, sarà del 3,9%. La previsione è contenuta nello Short Range Outlook, la pubblicazione della World Steel Association sul mercato mondiale siderurgico. Tradotto in tonnellate, la domanda dovrebbe raggiungere 1.658 milioni di tonnellate. Ma nel 2019 la domanda aumenterà ulteriormente dell’ 11,4%, raggiungendo 1.681 milioni di tonnellate.
venerdì 26 ottobre 2018
sabato 6 maggio 2017
SM 2372 -- Commercio e violenza -- 2003
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
L’alba dei commerci
Il commercio è lo scambio di beni materiali, generalmente
beni fisici, fra vari soggetti economici. Una persona o una comunità ha bisogno
di alcuni beni posseduti da un'altra persona o da un'altra comunità e tali beni
vengono ceduti dal secondo al primo soggetto, in cambio di altri beni, o di
servizi (lavoro) o di qualche unità di valore che chiamiamo denaro.
Tali scambi sono certamente avvenuti, su una certa scala
limitata, fin da tempi antichissimi, nella lunga storia dell'evoluzione degli
esseri umani, ma appaiono in maniera ben riconoscibile a partire dalla
rivoluzione agricola, databile, in Europa, circa 10.000 anni fa. In quel tempo
alcune comunità, che fino allora si erano procurate il cibo raccogliendo
frutti, bacche e radici e cacciando gli animali selvaggi, hanno scoperto che
alcuni vegetali potevano essere riprodotti coltivando il terreno e che alcuni
animali potevano essere addomesticati e allevati.
Le nuove comunità di coltivatori-allevatori ebbero presto
dei bisogni nuovi: edifici duraturi, processi di conservazione della carne,
processi di macinazione dei cereali, pietre dure o metalli per la macellazione
e il trattamento degli alimenti. La conservazione della carne poteva essere
realizzata col calore oppure per addizione di sale, che si trovava sulle rive
del mare, per evaporazione dell'acqua marina, o in alcuni giacimenti. Alcune
comunità prive di sale dovettero andare a chiederlo a coloro che ne possedevano
e potevano ottenerlo offrendo in cambio altri beni.
Ben presto i rapporti commerciali furono governati da regole
abbastanza semplici; il venditore era disposto a cedere i propri beni a
condizione di averne un vantaggio o guadagno (sulla base di certe scale di
valori), e il compratore era disposto ad ottenere i beni necessari cercando, a
sua volta, di averne un vantaggio, anche in questo caso sulla base delle stesse
o di altre scale di valori. Un compratore affamato era disposto ad acquistare
cibo a qualsiasi prezzo.
Le predette regole presupponevano che i due soggetti del commercio
fossero in grado di attribuire un "valore" ai beni scambiati. Nascono
così i principi di una pratica, poi divenuta scienza, la merceologia, che che
si propone di stabilire il valore dei beni materiali. Per alcune merci si
trattava di misurare il peso, la lunghezza, il sapore, l'odore, per altre
merci, come gli schiavi, si trattava di riconoscere l'efficienza nel lavoro, la
bellezza nel caso delle schiave.
Dalle regole sopra ricordate è sempre derivata la tentazione
di vendere una merce facendo apparire un valore maggiore di quello che ha in
realtà; nascono così le falsificazioni e frodi, di cui si hanno tracce fin dai
tempi più antichi: la falsificazione dei pesi, in modo da far apparire che la
merce venduta aveva un peso maggiore di quello reale, la miscelazione di
materie inerti o di merci di minore valore ad una merce pregiata, come nel caso
di leghe di basso valore al posto dell'oro. Tutte le religioni e le raccolte di
leggi, fin dai tempi più antichi, denunciano e puniscono le frodi nel commercio.
A mano a mano che le prime comunità di
coltivatori-allevatori si sono evolute ed è aumentata la massa di beni
disponibili, si è anche formata una classe dominante più ricca, cioè capace di
vendere e acquistare più beni (re, sacerdoti, comandanti militari, funzionari)
e una molto più vasta classe di subalterni, dai piccoli contadini, ai
lavoratori liberi, agli schiavi. La classe dominante ha cominciato ad esigere
edifici più vasti, cibi raffinati, metalli e ornamenti preziosi, tessuti
lussuosi, cosmetici. Alcuni beni potevano essere ottenuti da materie (minerali,
pietre, prodotti agricoli) esistenti sul posto, altri beni potevano essere
ottenuti soltanto andando ad acquistarli o conquistarli in terre lontane.
Fra la classe dominante e quella subalterna si è venuta così
formando la classe dei mercanti, persone della classe subalterna che, per
coraggio nell'intraprendere lunghi viaggi, per l'abilità e spregiudicatezza
nelle trattative con popoli lontani, riuscivano a portare e vendere alle classi
dominanti le merci, anche rare e preziose, che esse desideravano ed erano
disposte a pagare con vantaggio per il mercante.
Talvolta i mercanti (che potevano anche essere i governanti
di un paese) incontravano popoli che, per il fatto di possedere certe merci in
forma quasi di monopolio, erano avidi ed esigevano prezzi esosi e troppo
elevati. In questo caso gli acquirenti sottomettevano con la forza i venditori
per conquistarne le fonti di approvvigionamento.
Le "guerre commerciali" non solo hanno segnato
tutta la storia dell'umanità, ma si può dire che un gran numero di conflitti è
stato originato dalla conquista di materie e di merci, anche se talvolta sono
stati mascherati con motivi ideali o religiosi. Forse una delle prime
testimonianze è rappresentata dalle guerre, descritte nella Bibbia, per la
conquista delle città di Sodoma e Gomorra, sulle rive del Mar Morto, in
Palestina, circondate da intere colline di sale, le quali possedevano una
specie di monopolio della preziosa materia.
Il commercio veicolo
di conoscenze e cultura
D'altra parte la ricerca di merci rare in paesi lontani ha
fatto sì che i mercanti venissero a contatto con popoli, conoscenze e tecniche
che arricchivano, al di là del valore delle merci trasportate, i paesi di
provenienza dei mercanti. Le proprietà "elettriche" dell'ambra sono
state scoperte in seguito all'arrivo di questa resina trasportata dai mercanti
mediterranei che si spingevano fin nel Baltico; la seta, la carta, la bussola,
sono state conosciute in Occidente grazie ai mercanti che le avevano conosciute
durante i viaggi in Oriente. Ma ancora più importante è stato lo scambio di
conoscenze scientifiche e di lingue e culture reso possibile dai viaggi dei
mercanti.
Fra i grandi motori di commerci e di spedizioni commerciali
si possono ricordare l'impero egiziano, da 5.000 a 2.000 anni fa; l'impero
assiro babilonese (da 4.000 a 2.000 anni fa); il mondo greco-romano (da 3.000 a
1.500 anni fa); l'impero dell'Islam (da 1500 a 200 anni fa), l'impero cinese da
4.000 a 100 anni fa); i grandi imperi europei (da 1500 a 100 anni fa); gli
imperi centro e sud-americani (da 1.000 a 500 anni fa); gli imperi africani,
che pure sono stati grandi centri di commercio.
Per molte di queste società relativamente poco è noto sulla
storia e sui caratteri dei commerci, come se i mercanti occupassero una
posizione subalterna nelle grandi storie umane. Eppure i grandi commerci fin da
tempi antichissimi avevano un carattere internazionale, simile a quello
dell'attuale globalizzazione.
Si può anzi dire che alcune innovazioni tecniche e scoperte
scientifiche sono derivate dalla necessità di estendere le aree geografiche dei
commerci: si possono citare le innovazioni nel campo della navigazione, che
consentivano alle navi mediterranee di raggiungere la Malesia attraverso
l'Oceano indiano 2000 anni fa e ai cinesi di raggiungere, nello stesso periodo,
la Somalia. Più tardi i perfezionamenti delle navi transoceaniche a vela e, più
recentemente, a motore, hanno permesso di trasportare maggiori quantità di
merci in ciascun viaggio; i perfezionamenti delle tecniche di conservazione col
freddo hanno permesso di trasportare derrate alimentari deperibili, come carne
e frutta, dalle Americhe in Europa.
A mano a mano che si sono intensificati, specialmente negli
ultimi mille anni, i traffici lungo le varie "vie della seta" e delle
spezie fra Oriente e Occidente e i commerci con le Americhe, è anche cresciuta
la curiosità per la conoscenza delle merci: anzi la chimica e la botanica sono
nate proprio per comprendere meglio la composizione dei prodotti commerciali e
il loro valore, a fini, quindi, merceologici. Nella metà del XVIII secolo le
grandi enciclopedie stampate in Occidente contengono informazioni sui prodotti
di commercio, ma già in precedenza nel mondo cinese e in quello islamico erano
state "pubblicate" delle opere che, direttamente o indirettamente,
trattavano le merci e i loro caratteri.
Le fiere e le
botteghe
Finora si è sommariamente accennato al grande commercio
internazionale; con la diffusione dei villaggi e delle strutture urbane una
crescente massa di acquirenti non poté accedere direttamente ai produttori o
agli importatori, ma dovette dipendere da intermediari commerciali che
acquistavano all'ingrosso le merci e le distribuivano alle singole famiglie.
Le prime strutture di distribuzione "al minuto"
sono state rappresentate dai "mercati", riunioni di venditori che si
tenevano in alcune città e in cui si trovavano, anche in concorrenza, venditori
di merci simili. Talvolta si trattava di strutture stabili, talvolta di
strutture mobili che si spostavano da una città all'altra, in occasione di
feste religiose, o di eventi importanti: erano le "fiere" di cui
esistono esempi ancora oggi in molti paesi e città italiani.
Il commercio al minuto si è poi trasformato con la creazione
di negozi stabili, talvolta gestiti da piccoli commercianti, talvolta gestiti
dai proprietari dei campi o delle fabbriche della zona i quali, in questo modo,
vendevano merci, eventualmente a credito, ai propri dipendenti, spesso con speculazioni
e ad alto prezzo.
Il commercio al minuto si prestava a speculazioni e frodi da
parte dei negozianti che potevano sfruttare la poca conoscenza merceologica dei
clienti, spesso appartenenti alle classi povere del proletariato. Nella metà
dell'Ottocento le frodi erano così diffuse, con danni per gli acquirenti sia
economici, sia per la salute, da stimolare delle inchieste prima giornalistiche
poi parlamentari sulla qualità e sulle frodi delle merci, specialmente
alimentari; in Inghilterra e in Francia i governi crearono delle strutture
pubbliche di controllo merceologico dei prodotti di commercio.
Simili uffici si sono diffusi in altri vari paesi
industriali; in Italia, agli inizi del Novecento, sono state emanate le prime
leggi sanitarie organiche nelle quali una vasta parte era dedicata alla
regolamentazione della qualità dei prodotti alimentari e al loro controllo. In
ogni provincia sono stati istituiti dei laboratori di "igiene e
profilassi": dal nome stesso si vede che già i primi legislatori italiani
ritenevano giustamente che la prevenzione delle malattie, la profilassi,
appunto, era possibile anche attraverso il controllo della qualità e dei
caratteri igienici dei prodotti di commercio.
I negozi "a buon
mercato"
La grande svolta nel commercio al minuto urbano si è avuta
con i "grandi magazzini", negozi nei quali era disponibile una grande
quantità di prodotti e nei quali l'acquirente, spesso entrato per un solo
acquisto, finiva per essere attratto da altri prodotti aumentando la propria
spesa. Intorno al 1870 furono creati in Francia i magazzini "a buon
mercato", la tecnica si è rapidamente estesa in altri paesi europei fin
dai primi anni del Novecento. La possibilità di acquistare grandi quantità di
merci da rivendere al dettaglio, permetteva ai venditori di praticare prezzi
vantaggiosi; nati come negozi di articoli di abbigliamento e mercerie, si sono
diffusi ben presto portando, in molte grandi città, alla chiusura di molte
piccole botteghe che non riuscivano a resistere alla concorrenza. "Il
paradiso delle signore", di Zola, è un romanzo che descrive questa svolta
di grande importanza storica e sociale
In Italia i primi grandi magazzini vendevano abiti
confezionati e furono realizzati nel 1865 col nome "Alle città
d'Italia" dall'industriale milanese Bocconi. L'impresa fu rilevata nel
1917 dall'industriale Borletti e fu ribattezzata, da Gabriele D'Annunzio,
"la Rinascente". Nel 1928 sono stati creati i negozi
"Upim", a prezzo unico.
La grande crisi economica degli anni trenta del Novecento
ha portato in tutto il mondo ad una ristrutturazione dei commerci al minuto,
come risposta alla mancanza di denaro e alla diffusa povertà. L'amministrazione
Roosevelt negli Stati uniti organizzò un servizio di merci a basso prezzo per
consentire la ripresa della produzione
industriale e dei consumi delle famiglie. Il marchio dell'"Aquila
blu" ("Blue Eagle"), assegnato ad alcuni negozi, assicurava i
consumatori che le aziende contribuivano, anche con sacrificio dei propri
profitti, allo sforzo di ricostruzione del paese e che pertanto i loro prodotti
andavano preferiti.
La ripresa economica dopo la grande crisi e la II guerra
mondiale portò molte innovazioni anche nella distribuzione e nel commercio al
minuto.
Negli Stati uniti i grandi magazzini si sono trasformati nei
"supermercati" che si sono diffusi anche in Italia a partire dagli
anni cinquanta del secolo scorso. Il supermercato permette all'acquirente di
trovare e prendere quanto desidera, senza la intermediazione del venditore,
pagando, prima dell'uscita, ad una cassa. In genere si tratta di grandi catene
di supermercati, spesso internazionali, con un'elevata standardizzazione dei
prodotti; la mancanza di un rapporto "umano" diretto fra venditore e
acquirente comporta una diminuzione del personale e una forma di isolamento
dell'acquirente, compensati solo parzialmente da prezzi vantaggiosi.
Commercio e
solidarietà
Si è già accennato che, nel corso di tutta la sua storia, il
commercio è stato caratterizzato da un rapporto conflittuale fra venditore e
compratore. Una svolta si è avuta nella metà dell'Ottocento quando sono sorte
le prime "cooperative di consumo", organizzazioni in cui i singoli
clienti diventavano soci del negozio che poteva così disporre di qualche
capitale per l'acquisto, più conveniente, delle merci all'ingrosso e poteva
così garantire ai clienti-soci prezzi equi e anche eventualmente un piccolo
dividendo. Le cooperative di consumo hanno avuto un ruolo importante per la
crescita di una coscienza sociale, motivate da una etica religiosa o da una
cultura socialista.
La prima cooperativa di consumo è stata creata nel 1844 dai
"pionieri" nella cittadina operaia di Rochdale in Inghilterra. Ben
presto sono sorte imprese commerciali cooperative in Svizzera intorno al 1850 e
poi a poco a poco nelle zone agricole e industriali in molti paesi e anche in
Italia. In Piemonte nel 1854, in Lombardia ed Emilia per iniziativa socialista
e repubblicana, nel Trentino, sotto l'Austria, esistevano cooperative
"cattoliche" nel 1899.
A poco a poco le cooperative di consumo si sono collegate
fra loro diventando delle grandi reti di rapporti economici che, in questo
inizio del Duemila, rappresentano delle vere grandi imprese con interessi anche
nelle costruzioni, nella produzione agricola, nel settore agroalimentare. Con
la loro struttura e finalità le cooperative possono anche orientare la
produzione delle merci verso scelte sociali, per esempio incoraggiando prodotti
"ecologici" (spray senza clorofluorocarburi CFC, detersivi senza
fosfati, alimenti prodotti con agricoltura "organica" senza concimi e
pesticidi, eccetera).
Il tele-commercio
Il negozio è nato come struttura
essenzialmente urbana; nel corso dell'Ottocento negli Stati uniti una vasta
proporzione della popolazione viveva sparsa in piccole comunità agricole, in
case isolate nelle campagne e per queste era difficile accedere ai negozi,
soprattutto prima dell'avvento dell'automobile.
Una iniziativa importante per
raggiungere questi clienti lontani si è avuta nel 1872 quando Montgomery Ward,
un rappresentante di commercio, aprì a Chicago la prima ditta di vendite per
corrispondenza; il suo nome è diventato quello di una catena di depositi,
sparsi in tutti gli Stati uniti. La ditta spediva per posta un catalogo
contenente un elenco di merci col relativo prezzo; l’acquirente indicava per
posta quello che desiderava e lo riceveva, sempre per posta, in breve tempo,
con treni che solcavano tutto il grande continente. L’operazione funzionava
sulla base della fiducia e aveva quindi anche una funzione pedagogica: abituava
alla correttezza e al rispetto reciproco. L’acquirente sapeva che avrebbe
ricevuto la merce offerta; il venditore sapeva che il compratore l’avrebbe
pagata, per contanti, al prezzo pattuito. Montgomery Ward si vantava di essere
"l'amico degli agricoltori e delle massaie". Il primo catalogo delle
merci offerte da Montgomery Ward nel 1872 consisteva in un solo foglietto e
molte merci avevano il prezzo di un dollaro; il catalogo del 1875 comprendeva
3900 merci, alcune illustrate con disegni; nel 1904 la società spedì ai clienti
3 milioni di cataloghi, ciascuno del peso di due chili.
Nel 1886, quando il catalogo
Montgomery Ward aveva già 280 pagine e conteneva 10 mila illustrazioni, un
altro imprenditore americano, Richard Sears, decise di mettersi nell’affare
delle vendite per corrispondenza. Sears aprì la sua ditta e spedì il suo primo
catalogo nel 1887, e anche lui rivolse l’attenzione al grande mercato
potenziale rappresentato dalle fattorie e dai villaggi agricoli e impostò la
pubblicità garantendo la propria personale serietà e solvibilità, assicurando
al consumatore la possibilità di vedere un’illustrazione della merce prima di
comprarla e puntò su prezzi estremamente bassi. La società “Sears, Roebuck and
Company” ebbe tanto successo da superare, nel 1900, come volume di vendite, con
dieci milioni di dollari, il fatturato della Montgomery Ward.
La grande impresa delle vendite per corrispondenza in
America richiese iniziativa, ma anche incentivi come tariffe agevolate per la
distribuzione dei cataloghi e delle merci; nel 1896 fu emanata una legge sul
Rural Free Delivery, che consentiva alle comunità rurali di ricevere
gratuitamente cataloghi e pubblicazioni che potevano contribuire ad innalzare
la loro cultura e il loro livello di vita.
Le vendite per corrispondenza per molti decenni hanno
rappresentato una forma di tele-commercio che ha liberato dall'isolamento
milioni di persone, soprattutto nelle zone rurali. L'importanza del commercio
per corrispondenza è andato declinando col diminuire della popolazione agricola
e col diffondersi delle reti di comunicazioni stradali. Tale forma di commercio
non ha mai avuto grande fortuna in Italia dove le strutture urbane, anche
piccole, avevano numerosi negozi che offrivano una sufficiente varietà di
prodotti e dove le città più grandi erano in genere abbastanza facilmente
raggiungibili.
Una ulteriore svolta nel commercio al minuto a distanza si è
avuta con la diffusione delle reti televisive e telematiche, soprattutto a
partire dagli ultimi anni del Novecento. Per via Internet è possibile ordinare
in luoghi anche molto lontani un gran numero di oggetti che vengono spediti
direttamente a casa dei consumatori. Un interessante esempio è offerto dalle
librerie telematiche che possiedono o possono procurare libri e riviste anche
rari, pagati con carte di credito. Anche questa forma di commercio può
rappresentare una forma di liberazione dall'isolamento e di accesso a beni
prima difficilmente reperibili.
Mutamenti nei
rapporti commerciali internazionali
Con la formazione delle "grandi potenze" ---
Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Portogallo --- a partire dalla metà dell'Ottocento, i paesi
imperiali europei importavano merci e materie prime dalle loro colonie come se
tali prodotti fossero di loro proprietà.
Nella prima metà del Novecento si sono lentamente formati
dei movimenti di ribellione dei paesi coloniali che hanno cominciato a
considerare "propri" i prodotti della loro terra e hanno cominciato a
chiedere l'indipendenza. Fra tali movimenti di indipendenza commerciale si
possono ricordare quello di Gandhi in India (boicottaggio dei tessuti di cotone
prodotti e colorati in Inghilterra) e altri che sono sfociati nel processo di
decolonializzazione cominciato dopo la II guerra mondiale (1939-1945).
I paesi ex-coloniali, divenuti indipendenti, potevano
chiedere dei prezzi più elevati per le proprie materie e anzi consideravano che
il commercio delle materie prime o dei manufatti era condizione per il proprio
sviluppo economico e sociale. Tale richiesta si scontrò ben presto con gli
interessi dei paesi ex-imperiali. Al fine di arrivare ad accordi sulle tariffe
e sui prezzi nel 1947 è stata creata una organizzazione denominata Gatt
(General Agreement on Tariffs and Trade), che faceva capo ai governi e che ha
tenuto numerose sessioni per cercare di regolare i prezzi e le quantità di
merci da immettere sui mercati mondiali. L'ultima delle faticose e controverse
iniziative di accordi commerciali internazionale è stata quella denominata
"Uruguay Round", durata dal 1986 al 1994, alla fine del quale, nel
1995, l'agenzia Gatt si è trasformata in Organizzazione per il commercio
mondiale Wto (World Trade Organization), con sede a Ginevra
(<www.wto.org>).
Nello stesso tempo le Nazioni unite avevano creato una organizzazione
col fine di cercare accordi internazionali sui rapporti fra commerci e sviluppo
economico dei paesi emergenti. L'agenzia Unctad (United Nations Conference on
Trade and Development), creata nel 1964 e con sede a Ginevra
(<www.unctad.org>), tiene ogni quattro anni una conferenza che si
conclude con una serie di dichiarazioni e indicazioni su come i commerci
possono contribuire allo sviluppo dei paesi aderenti, a condizione che siano
praticati prezzi equi e che siano vietate pratiche che possono arrecare danno
allo sviluppo dei paesi arretrati. A differenza del Wto, che è l'agenzia più
attenta agli interessi dei paesi industrializzati (e da qui le contestazioni
che ne hanno accompagnato gli incontri nei primi anni del Duemila), l'agenzia
Unctad è più attenta agli interessi dei paesi poveri ed è stata anche
l'occasione per incontri, anche negli anni della "guerra fredda", fra
paesi a economia di libero mercato e paesi ad economia pianificata.
Per alcune merci, per esempio per il petrolio, esistono
accordi fra alcuni paesi produttori per regolare la quantità immessa sul
mercato e i prezzi. La Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, Opec
(<www.opec.org>), creata nel 1960 e con sede a Vienna, ha avuto un ruolo
politico importante negli ultimi tre decenni del Novecento.
Alla necessità di accordi fra paesi esportatori e
importatori di alcune merci sono state ispirate le iniziative di
"unificazione", dei commerci e poi anche politiche, che hanno
caratterizzato la seconda metà del Novecento. La comunità europea, nata come
comunità di alcuni paesi che si scambiavano carbone, acciaio e mano d'opera,
è stata la base di un grande progetto di
unione europea di paesi che avrebbero dovuto avere una sola moneta, un solo
mercato e regole commerciali e merceologiche comuni, oltre che regole sociali e
di difesa dei diritti dei cittadini. Simili accordi sono stati realizzati fra
Messico, Stati uniti e Canada, fra paesi dell'America latina, fra paesi
africani, talvolta solo con successi parziali.
Una forte evoluzione si è avuta con la fine, nel corso degli
anni novanta del Novecento, dell'economia pianificata in molti paesi (Russia,
Europa orientale). Nuove merci e materie prime sono diventate più accessibili
con vantaggio per i paesi industrializzati e si sono delineati nuovi rapporti
con i paesi arretrati, esportatori soprattutto di minerali, prodotti agricoli e
forestali. Negli ultimi anni del Novecento si è venuta così a configurare una
diversa struttura commerciale che vede una contrapposizione merceologica fra
"Nord del mondo" (Nord America, Europa occidentale e orientale,
Russia, Australia, Giappone), paesi con elevati consumi, ma spesso dipendenti
da altri per il rifornimento di materie prime, e "Sud del mondo"
(paesi economicamente arretrati o in via di industrializzazione in America
meridionale, Africa, Asia). La contrapposizione, per motivi commerciali, fra
Nord e Sud del mondo si è fatta sempre più forte se si considera che i paesi
del Nord del mondo hanno circa un quarto della popolazione mondiale, ma sono
interessati a circa i tre quarti dei commerci mondiali di materie prime e
manufatti.
Le guerre commerciali
Tale contrapposizione ha esacerbato i conflitti commerciali
(e spesso anche militari) che, come si è prima ricordato, sono antichissimi. Per
restare ai tempi recenti si possono ricordare, nella metà dell'Ottocento, le
guerre fra Cile e Bolivia per il salnitro e fra Brasile e Bolivia per la gomma; la stessa prima "grande
guerra" (1914-1918) era partita dalla contesa per i ricchi giacimenti di
carbone e di minerali di ferro dell'Alsazia-Lorena; durante la seconda guerra
mondiale (1939-1945) i giapponesi miravano alla conquista militare del petrolio
e della gomma del Sud-est asiatico e i nazisti alla conquista dei giacimenti
petroliferi sovietici del Mar Caspio.
Ma
anche il mezzo secolo recente, dal 1945, anno della fine della seconda
"grande guerra", ad oggi, è stato segnato da centinaia di guerre
locali, con milioni di morti, qua e là per il pianeta e anche tutte queste sono
motivate dalla conquista delle materie prime che si trovano in alcuni paesi e
non in altri.
Per
tenere bassi i prezzi delle materie prime, i paesi compratori intervengono o
con colpi di stato per abbattere i governi ostili, o con la corruzione, o
organizzando una guerriglia locale fra gruppi, alcuni dei quali difendono gli
interessi delle popolazioni locali e altri sono finanziati per difendere gli
interessi dei compratori del Nord del mondo. Si potrebbe scrivere una storia
del mondo attraverso le guerre e i conflitti per la conquista delle materie
prime di importanza commerciale.
L'Afghanistan
è in guerra dal 1979 perché possiede lapislazuli e smeraldi e produce e
commercia oppio; l'Angola è stata travagliata dalla guerra dal 1975 a oggi per
i diamanti e il petrolio; la Birmania è terra di guerre e guerriglie dal 1949
ad oggi per i legnami pregiati, il gas naturale, le pietre preziose e perché
anche lei è una fonte per il rifornimento dell'oppio alle attività criminali.
La Cambogia è stata investita da guerriglie dal 1988 al 1997 per il legname, i
rubini e gli zaffiri; la Colombia è in guerra dal 1948 fra fazioni e gruppi che
si contendono il petrolio e la produzione della coca.
La
Repubblica democratica del Congo è travagliata da guerre motivate dalla
conquista delle pietre preziose, di diamanti, oro, coltan (il minerale da cui
si ricava il tantalio, indispensabile per i circuiti dei telefoni cellulari e
di simili apparecchiature), e poi rame, cobalto, tungsteno, legname, caffè e
altre materie; le varie parti dell'Indonesia sono sede di conflitti per la
conquista del gas naturale, del legname, dell'oro; la Liberia è in guerra dal
1989 per i diamanti e il legname; la Nigeria da dieci anni per il petrolio; la
Papua Nuova Guinea per il rame; la Sierra Leone per i diamanti; il Sudan per il
petrolio.
L'anatomia
delle guerre per le risorse naturali di valore economico consente anche di fare
un bilancio del valore delle merci che costano sangue e dolore, emigrazioni
forzate e malattie: si tratta, nell'inizio del XXI secolo, di un
"fatturato" di circa 2.000 miliardi di euro all'anno, più o meno il
doppio del prodotto interno lordo dell'Italia.
Nei paesi esportatori del Sud del mondo prevalgono le
politiche e le decisioni commerciali dei poteri forti come i proprietari
terrieri, le multinazionali che operano nei settori agricoli, zootecnici e
forestali, minerari, che traggono profitti compensando con bassi salari le
classi più povere impiegate in tali settori. Per far fronte a queste
ingiustizie si è sviluppato, soprattutto nei paesi del Nord del mondo, un
movimento detto di "commercio equo e solidale" che si propone di
approvvigionarsi di merci direttamente dai piccoli produttori, in genere
organizzati in cooperative, scavalcando la costosa ed esosa intermediazione dei
grandi capitalisti. La vendita di materie prime e manufatti, per lo più di
artigianato, avviene in piccole "botteghe" specializzate, che sono
spesso anche centri di diffusione delle culture dei paesi del Sud del mondo.
Commercio e ambiente
A partire dagli anni sessanta del Novecento si è andato
sviluppando nel mondo un vasto movimento di protesta contro gli effetti
negativi, per la salute umana e per gli equilibri ecologici, di azioni,
produzioni industriali e dell'uso di merci che, convenienti dal punto di vista
commerciale, si sono rivelati ben presto nocivi. I pesticidi clorurati
introdotti in commercio negli anni quaranta del Novecento, hanno permesso di
proteggere le colture agricole dai parassiti, ma si sono rivelati, dopo qualche
tempo, dannosi per la salute dei consumatori dei prodotti agricoli, oltre che
su molti animali allo stato naturale. La "contestazione" ecologica ha
investito, col passare degli anni, vari apparenti successi commerciali, come la
produzione di elettricità nucleare, l'uso eccessivo di concimi in agricoltura,
l'uso di clorofluorocarburi CFC che fanno diminuire la concentrazione
dell'ozono stratosferico, l'uso di processi industriali che generano scorie e
rifiuti tossici, l'impiego dell'amianto cancerogeno, lo scarico nell'aria dei
prodotti risultanti dalle combustioni associate al traffico automobilistico, al
riscaldamento degli edifici, eccetera.
Tale contestazione in molti paesi ha indotto i governi ad
emanare leggi che vietano la produzione e l'impiego di alcune merci, più
rigorose norme per il trattamento dei rifiuti. Qualsiasi vincolo
"ecologico" comporta maggiori costi di produzione e fa aumentare il
prezzo delle merci; queste distorsioni commerciali sono accettabili se esistono
regole comuni fra tutti i paesi, ma possono tradursi in distorsioni nel mercato
che ricadono maggiormente sulle classi povere e sui paesi poveri.
Ad esempio, gli accordi internazionali per evitare le
alterazioni climatiche planetarie dovute al crescente consumo di combustibili
fossili impongono una limitazione nei consumi energetici e un aumento del
prezzo dell'energia. Poco gradite agli interessi economici dei paesi
industriali, queste limitazioni --- ispirate ad evitare mutamenti climatici che
possono far sentire i loro effetti sulle generazioni future --- sono rigettate
dai paesi poveri che considerano che il proprio sviluppo economico e sociale
dipende invece da un crescente disponibilità e consumo di energia. La
diffusione di organismi geneticamente modificati che promettono maggiori rese
agricole a spese di probabili danni ecologici o alla salute, è accettata dai
paesi arretrati che sperano di alleviare la scarsità di alimenti che affligge
oggi la loro popolazione.
Nei paesi industriali regole sempre più severe rendono
difficile e costoso lo smaltimento dei rifiuti tossici, per cui si è sviluppato
un commercio clandestino e illegale di rifiuti verso discariche che alcuni
paesi arretrati offrono, in cambio di denaro, senza tenere conto delle
possibili conseguenze negative future. Altre attività illegali riguardano il
commercio di animali o di parti (per esempio le zanne di elefante) di animali
in via di estinzione che sopravvivono in alcuni paesi del Sud del mondo e la
cui caccia e uccisione è vietata da norme internazionali.
Più equi rapporti
commerciali presuppongono maggiore solidarietà internazionale
Le precedenti brevi considerazioni hanno cercato di mettere
in evidenza il carattere conflittuale esistente, da sempre, fra venditori e
compratori di merci, dal livello individuale a quello di commerci planetari;
tali conflitti, in un mondo così integrato, "globalizzato", fanno
sentire i loro effetti negativi non solo su singoli soggetti, ma ormai su
interi paesi e continenti.
Gli effetti negativi si manifestano in scontri militari, in
diffusione della povertà e di epidemie, in crescente instabilità dei rapporti
sociali. Un passo avanti per la diminuzione dei conflitti internazionali sarà
facilitato da coraggiose iniziative verso più equi rapporti commerciali che
assicurino maggiori guadagni ai paesi del Sud del mondo che vendono materie e
merci richiesti dai paesi del Nord del mondo; sarebbe così possibile ai paesi
poveri una diffusione di istruzione, migliori condizioni di vita igienica e di
abitazioni e di salute, condizioni per migliorare la stessa utilizzazione dei
beni commerciali locali. La transizione probabilmente comporterebbe un
transitorio periodo di minori profitti per i paesi ricchi compensato,
ragionevolmente, in futuro da minori conflitti e tensioni che comportano
distruzione di ricchezza, oltre che di vite umane.
Sul commercio fra Mediterraneo e Baltico cfr.: Bibby G.,
“Quattromila anni fa. Un quadro della vita nel mondo durante il secondo
millennio a.C.”, Torino, Einaudi, 1966
Sul commercio fra Mediterraneo e India e Ceylon di duemila anni
fa si veda, fra molti altri scritti, K.P. Charlesworth, “Le vie commerciali
dell’Impero romano”, Milano, Bompiani, 1941
Sul commercio fra Oriente e Occidente nel Medioevo ancora
fondamentale è l'opera di G. Heyd, “Storia del commercio col Levante nel
Medio-evo”, Biblioteca dell’Economista, V Serie, Vol. 10, Torino, UTET, 1913,
con una lunga appendice sui prodotti di commercio.
Sui conflitti commerciali internazionali si veda, fra gli
altri: Michael Renner, "The anatomy of resource wars", Washington, Worldwatch
Institute, 2002.
venerdì 5 maggio 2017
E' tutta questione di merci
Eddyburg, 5 maggio 2017, http://www.eddyburg.it/2017/05/e-tutta-questione-di-merci.html
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Quattrocentodieci. E’ stato
dato gran rilievo, nei giorni scorsi, al fatto che la concentrazione dell’anidride
carbonica CO2 nell’atmosfera ha raggiunto il valore di 410 parti per
milione in volume (ppmv). Tale concentrazione, misurata da molti anni in una
stazione nell’isola di Mauna Loa, nelle Hawaii, in mezzo al Pacifico, sta
aumentando fra 2 e 3 ppmv all’anno. Ciò significa che ogni anno circa 15 o 20
miliardi di tonnellate di CO2, il principale gas responsabile del
lento continuo riscaldamento del pianeta Terra, si aggiungono ai circa 3.000
miliardi di tonnellate di CO2 già presenti nei 5.000.000 di miliardi
di tonnellate di gas dell’atmosfera.
L’anidride carbonica immessa
nell’atmosfera (circa 30-35 miliardi di tonnellate all’anno) proviene principalmente
dalla combustione dei combustibili fossili, attualmente circa 14 miliardi di tonnellate
all’anno fra petrolio, carbone, gas naturale.
Altre fonti di CO2
sono la produzione del cemento (oltre 4 miliardi di tonnellate all’anno), la
combustione di rifiuti, gli incendi delle foreste e alcune attività agricole. Una
parte, circa la metà di tutta la CO2 immessa nell’atmosfera è
assorbita dalla vegetazione sui continenti e dal mare nel continuo contatto fra
l’atmosfera e la superficie degli oceani.
Per secoli la concentrazione
nell’atmosfera della CO2 è rimasta relativamente costante a circa
280 ppmv; il progressivo, sempre più veloce aumento di tale concentrazione fino
agli attuali 410 ppm e oltre, è cominciato all’inizio del Novecento quando il petrolio
e poi il gas naturale si sono affiancati al carbone come fonti di energia per
la produzione di crescenti quantità di merci richieste da una crescente popolazione
mondiale. I processi naturali di “depurazione” dell’atmosfera non ce l’hanno
fatta più e una crescente parte della CO2 è rimasta nell’atmosfera
stessa, trattenendo una parte del calore solare.
E’ nelle merci, nei processi
della loro produzione, nell’uso che ne viene fatto e nei processi di
eliminazione dei rifiuti, quindi, la vera causa del riscaldamento planetario che
sta spaventando i governanti del mondo --- e gli abitanti della Terra alle prese
con bizzarrie climatiche, periodi di siccità o di piogge improvvise,
progressiva lenta ma apprezzabile fusione dei ghiacci permanenti e lento
aumento della superficie dei mari.
E’ abbastanza curioso che molti
considerino “merce” una parolaccia; eppure tutte le cose usate per soddisfare i
bisogni umani di spostarsi, nutrirsi, comunicare, abitare, tutti gli oggetti
commerciati, vestiti e carne in scatola, automobili e scarpe, gasolio e
telefoni cellulari, giornali ed elettricità, eccetera, sono merci, fabbricate
usando e trasformando le risorse naturali vegetali, animali, minerarie del
pianeta.
Le stesse operazioni
finanziarie, il prodotto interno lordo, lo spostamento di ogni soldo, si tratti
di euro, di dollari o di yuan, sono accompagnati da spostamenti di merci, di
materia ed energia.
I 60.000 miliardi circa di euro
che rappresentano il prodotto interno lordo mondiale annuo sono associati al movimento,
ogni anno, di circa 50 miliardi di tonnellate di merci, prodotti agricoli, minerali,
navi, metalli, plastica, mobili, cemento, pane, eccetera, e acqua, 4.000
miliardi di tonnellate, merce anche lei.
E tutto questa materia si ritrova,
durante la trasformazione e dopo l’uso, come “merci usate” sotto forma di
scorie, rifiuti solidi, liquidi e gassosi che finiscono nel suolo, nelle acque,
nell’atmosfera, peggiorandone la qualità “ecologica”. Fra questi quella CO2
di cui si parlava all’inizio, e altre diecine di miliardi di tonnellate di materiali.
In altre parole esiste un
rapporto diretto fra le modificazioni dell’ambiente e la produzione e l’uso,
l’esistenza stessa, delle merci.
Nel 1970 Barry Commoner ha
scritto che le alterazioni annue dell’ambiente planetario dipendono dal numero
di abitanti della Terra, moltiplicato per i chili di merce usati in media da
ciascuna persona in un anno, moltiplicato per la “qualità” di ciascuna merce,
intesa come quantità di energia, di minerali, di altri prodotti, di acqua
richiesta e di rifiuti generati per ogni chilo di merce usata.
“Qualità merceologica” che, a
ben vedere, rappresenta il vero “valore” di una merce o di un servizio.
Gli ambientalisti hanno inventato
degli indicatori degli effetti ambientali chiamati “impronta” ecologica, da
valutare attraverso l’analisi del “ciclo vitale”, eccetera: di merci stanno parlando.
Ho avuto la sorte di essere
sbeffeggiato per molti decenni di insegnamento universitario perché la mia disciplina
era la merceologia; a molti miei colleghi faceva ridere l’esistenza stessa di
un campo di studio che si occupava di frumento e carbone, di alluminio, e di olio,
di merci, insomma, dimenticando, o forse senza aver mai saputo, che Carlo Marx,
nel primo capitolo del primo libro del Capitale, quello intitolato “La merce”, dice
che intende svolgere la critica dell’economia politica capitalistica cominciando
dal concetto di valore di scambio. E precisa che le merci hanno anche un valore
d’uso che però è l’oggetto di studio di una speciale disciplina, la merceologia
(einer eigenen Disziplin, der Warenkunde).
E’ proprio questa ultima forma
di valore quella da cui dipende il maggiore o minore danno ambientale, il “costo”
ambientale, delle attività umane. Se si vuole rallentare gli effetti nefasti degli
inquinamenti e dei mutamenti climatici si può agire sulla diminuzione della
massa delle merci usate e sprecate nei paesi ricchi --- perché i paesi poveri di
più merci avranno bisogno, se non altro per uscire dal buio della miseria e
delle malattie --- ma soprattutto sulla modificazione delle merci esistenti, su
una seconda tecnologia. Un bel lavoro per ingegneri, chimici, biologi per tutto
l’intero secolo.
martedì 25 ottobre 2016
Gianfranco Lagioia -- Le merci e la nuova economia
Le merci e la nuova economia. I merceologi si sono incontrati a Varna per
discuterne in un convegno seriale giunto alla XX edizione.
Gianfranco Lagioia, università di Bari
Dal 12 al 16 settembre 2016 si è
tenuta a Varna (Bulgaria), presso l’University of Economics di Varna, la XX conferenza
internazionale dell’IGWT (International Society of Commodity Science and
Technology) dal titolo “COMMODITY SCIENCE IN A CHANGING WORLD”.
L’IGWT è un’associazione
internazionale che raccoglie le accademie nazionali di merceologia perlopiù
presenti in Europa centro orientale e in estremo oriente e il primo congresso
internazionale si tenne nel 1978 a Vienna. L’Italia ha ospitato due volte tali
conferenze la prima Bari nel 1983 e la seconda Roma nel 2012.
mercoledì 13 luglio 2016
Bruno Notarnicola, Dialogo con Giorgio Nebbia
Università
Roma 3, 9 maggio 2016
Bruno
Notarnicola
Dialogo con
Giorgio Nebbia
Nebbia, Signor
Presidente, ringrazio lei e tutti i colleghi per aver organizzato, come Accademia
Italiana di Scienze Merceologiche, l’associazione italiana dei cultori di
Merceologia e delle discipline affini, questo incontro in occasione del mio novantesimo
compleanno.
Notarnicola. Professore, come si è
avvicinato alla Merceologia?
Nebbia, Da ragazzo
volevo fare l’ingegnere, poi per vari eventi, quando ancora ero studente, un
giorno ho messo piede in un Istituto di Merceologia, quello del prof. Walter
Ciusa nell’Università di Bologna. Non sapevo neanche che cosa fosse la Merceologia
e poi, piano piano, ho capito che era qualcosa che aveva a che fare con le cose
che si producono, che si comprano e che si vendono e che aveva anche degli
aspetti tecnici, scientifici, chimici. Mi sono così laureato in chimica e, a
poco a poco, un po’ imparando e un po’ insegnando, ho compreso la bellezza di
questa disciplina che ho praticato per tutta la vita.
Io
dico anzi che, nella mia lunga vita, ho avuto due amori, mia moglie Gabriella e
la Merceologia, perché mi è sempre sembrato bellissimo studiare, cercare di
capire, e poi parlare, raccontare, le cose che si fabbricano con la materie prime
naturali e col lavoro, nei campi e nelle fabbriche e che arrivano poi nei
negozi e nelle case.
Devo
tutto al Professor Ciusa, il quale mi ha accompagnato nella scoperta della
Merceologia insegnandomi a considerare non solo i processi e i caratteri delle
merci, ma anche la storia delle tecniche di produzione e della loro evoluzione,
della concorrenza fra processi e prodotti, e la necessità di guardare al
futuro, su come probabilmente saranno fabbricate, con quali materie prime e come
questo influirà anche sulla società e sull’ambiente naturale.
venerdì 31 luglio 2015
Chi è il consumatore
Postfazione
a: Michele Boato, “Dalla parte dei consumatori. Storia del movimento
consumerista italiano”, Libri dei consumatori, Fondazione ICU, Mestre, 2015,
138 pp., p. 137-138
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Il protagonista di questo libro è “il consumatore”, l’acquirente
di merci e servizi rappresentato da singole persone, fabbricanti o enti (anche
lo Stato è un consumatore). Un secondo personaggio è “la merce”, l’universo
degli oggetti fisici, materiali, venduti e acquistati in cambio di soldi. Anche
i servizi, infatti, dipendono dall’acquisto ed uso di “cose”: per i trasporti c’è
bisogno dei metalli e della plastica degli autoveicoli o dei treni e di
combustibili; per il turismo c’è bisogno di edifici e di letti e di asciugamani;
chi vende bellezza ha bisogno di tinture per capelli, creme e palestre; chi
vende elettricità ha bisogno di gasolio o di pannelli fotovoltaici; chi vende
acqua ha bisogno di tubazioni e pompe, eccetera.
mercoledì 2 luglio 2014
SM 3611 -- La qualità delle merci -- 2013
Villaggio
Globale, 16,
(64), dicembre 2013; http://rivista.vglobale.it/temi/840-nuovi-creatori/la-qualità-svenduta/la-vita-prezzata/16217-le-merci-e-il-costo-della-qualità.html
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Le
seguenti considerazioni si riferiscono al concetto di “qualità” sia delle merci
sia dei servizi --- mobilità, salute, comunicazione, igiene, eccetera ---
perché anche questi, pur apparentemente immateriali, richiedono beni materiali,
merci, dai metalli ai carburanti, agli impianti telefonici e televisivi, alle
apparecchiature per radiografie, e così via.
Le
attività economiche e umane "funzionano", come i fenomeni del mondo
vivente non-umano, della biosfera, grazie ad un flusso di materia e di energia:
la materia è rappresentata da "cose" ottenute dalla biosfera ---
dall'aria, dalle acque, dal suolo, dal mondo vivente vegetale e animale --- per
lo più gratis, e da molte altre cose provenienti dalla tecnosfera,
dall'universo degli oggetti fabbricati dagli esseri umani per trasformazione
dei beni tratti dalla natura: vegetali, animali, fonti di energia, pietre,
acqua, minerali, eccetera.
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