<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035</id><updated>2012-02-04T23:55:12.231-08:00</updated><title type='text'>notiziario di Merceologia</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>90</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-8040570229271622864</id><published>2012-02-04T23:55:00.000-08:00</published><updated>2012-02-04T23:55:12.240-08:00</updated><title type='text'>Crescita, declino (e resurrezione ?) del mercurio</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;i&gt;&lt;u&gt;La Gazzetta del Mezzogiorno&lt;/u&gt;&lt;/i&gt;, domenica 5 febbraio 2012&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;Giorgio Nebbia &lt;a href="mailto:nebbia@quipo.it"&gt;nebbia@quipo.it&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;In Toscana quando si vuole indicare una persona bizzarra, si dice che è “matto come un cappellaio”. Il “cappellaio matto” è uno dei personaggi del libro di Lewis Carroll, “Alice nel paese delle meraviglie”. Effettivamente molti lavoratori addetti alla produzione dei cappelli soffrivano di malattie mentali per colpa dei sali di mercurio usati per tingere di nero i feltri destinati alla produzione di cappelli. Cominciava così la consapevolezza dei pericoli alla salute dovuti a mercurio, uno strano metallo, l’unico allo stato liquido, noto da tempi antichissimi e ammirato per il suo carattere liquido e argenteo; il mercurio è stato confuso spesso con l’argento, tanto che in molte lingue il suo nome è stato associato a questa proprietà.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Il simbolo chimico del mercurio è Hg, abbreviazione di hydrargirium, che si può tradurre ”argento liquido”; in tedesco è Quicksilber, argento mobile. Il nome “mercurio” deriva dal nome del dio latino che correva sempre. Quante volte in casa si è rotto un termometro e si è osservato che dal bulbo usciva una pallina argentea che correva da tutte le parti sul pavimento e si infilava in tutte le fessure. Col passare del tempo ci si è resi conto del pericolo dovuto al fatto che il mercurio è volatile e i vapori di quel mercurio, sparso sul pavimento, potevano essere assorbiti dagli abitanti della casa con danni alla salute, tanto che adesso è vietata la produzione e il commercio dei termometri a mercurio.&lt;/div&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Il mercurio è un esempio della crescita e declino delle merci; crescita per i suoi molti utili usi scoperti nel corso degli anni, e declino per la scoperta che la maggior parte di questi usi aveva effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente. Il mercurio era noto fin da epoca romana e veniva prodotto dal principale minerale esistente in natura, il cinabro, che è un solfuro di mercurio da cui il mercurio può essere ottenuto per riscaldamento ad alta temperatura. Le prime testimonianze della pericolosità del mercurio si sono avute con la diffusione dei suoi sali per la tintura in nero di peli, capelli e del feltro dei cappelli. Viene un brivido pensando quante signore e signori si sono tinti, per tanto tempo, nell’Ottocento, i capelli di nero usando dei sali di un metallo che veniva assorbito attraverso la pelle e provocava dei disturbi neurologici. Nel frattempo erano state scoperte molte altre “virtù” del mercurio.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;E’ una delle poche sostanze che hanno un elevato coefficiente di dilatazione: basta un piccolo cambiamento di temperatura per far salire in maniera apprezzabile e ben visibile, il mercurio in un sottile capillare, un’applicazione che ha assicurato un vasto impiego del mercurio nei barometri e soprattutto nei termometri, da quelli scientifici a quelli, numerosissimi, che ogni famiglia ha nel cassetto per misurare la temperatura corporea, “la febbre”. Un’altra interessante proprietà del mercurio consiste nel formare, con alcuni altri metalli, delle amalgame, delle specie di leghe liquide in cui il mercurio e il metallo sono strettamente uniti; una delle più diffuse applicazioni è stato nel recupero dell’oro da soluzioni diluite o da rocce contenenti l’oro allo stato di metallo puro. Il contatto di queste rocce col mercurio determina la formazione di amalgame dalle quali l’oro può essere recuperato o per via chimica o distillando il mercurio che veniva così recuperato e rimesso in ciclo e l’oro era recuperato allo stato puro.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Anzi “l’età dell’oro” (letteralmente) della produzione mondiale del mercurio è stato nell’Ottocento con la “corsa all’oro” negli Stati Uniti e nel Sud Africa. Il mercurio è ancora usato nell’estrazione dell’oro in molti paesi e sfortunatamente questa operazione è fonte di inquinamento dei fiumi e del mare. Intanto ancora alla fine dell’Ottocento si è scoperto che il mercurio era un eccellente conduttore dell’elettricità e così si sono rapidamente diffusi dispositivi contenenti mercurio, da conduttori speciali, a interruttori, eccetera. Una delle prime applicazioni del mercurio nelle produzioni chimiche industriali è stata la fabbricazione dell’idrato di sodio e del cloro per scomposizione elettrolitica del cloruro di sodio, il sale comune; facendo passare una corrente elettrica attraverso una soluzione di cloruro di sodio, il cloro e il sodio si separano.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Il successo industriale del processo è stato reso possibile dalla scoperta che il sodio forma con il mercurio un’amalgama che, per trattamento con acqua, da luogo alla formazione dell’idrato di sodio cercato. Purtroppo inevitabilmente vapori di mercurio si liberano nell’aria delle fabbriche e nell’ambiente. In alternativa è possibile produrre l’idrato di sodio e il cloro con processi senza mercurio, ma meno efficienti. Un altro processo, basato sulla trasformazione industriale nell’acetilene in vari derivati, impiegava come catalizzatori sali di mercurio che finivano in parte negli effluenti scaricati nel mare. Negli anni sessanta fu scoperto che la morte di molti pescatori giapponesi, abitanti nel golfo di Minamata, era provocata proprio dall’inquinamento di una di queste fabbriche insediata sulle rive del golfo; i sali di mercurio scaricati nel mare venivano assorbiti dei pesci che li trasformavano in metil-mercurio; i pesci venivano usati come cibo dai pescatori che così assorbivano il metallo velenoso. In seguito a questo scandalo il processo con catalizzatori di mercurio fu abbandonato.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;A poco a poco molte utilizzazioni del mercurio sono state vietate per legge e così è andato declinando anche la sua produzione che, nel mondo, è scesa in una trentina d’anni da 6000 a meno di 1000 tonnellate all’anno, in continuo declino. L’Italia è stata per molti decenni uno dei principali produttori mondiali di mercurio che veniva estratto dalle miniere di cinabro esistenti sul Monte Amiata, in Toscana; le miniere sono state chiuse intorno al 1980. Ma, mobile come è, il mercurio esce dalla porta, grazie a leggi ambientali più rigorose, ma rientra nella nostra vita quotidiana dalla finestra. Il mercurio è presente nei carboni e durante la combustione sfugge ai filtri e viene immesso nell’ambiente e ricade sui terreni, in ragione di alcune diecine di milligrammi per ogni tonnellata di carbone bruciato. E in Italia si bruciano ogni anno circa 18 milioni di tonnellate di carbone nelle centrali termoelettriche e nelle industrie metallurgiche.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Per diminuire gli sprechi di elettricità dovuti alle lampadine ad incandescenza, che trasformano in energia luminosa solo una piccola frazione dell’elettricità consumata, sono state messe a punto delle lampade a basso consumo di energia che usano meno elettricità e che sono basate sullo stesso principio delle lampade fluorescenti. Sono infatti, anch’esse, lampade fluorescenti compatte. Purtroppo la luce bianca si ottiene, con basso consumo di energia, quando una radiazione ultravioletta viene a contatto col rivestimento interno delle lampade e la radiazione ultravioletta si forma quando una corrente elettrica attraversa un tubo contenente, rarefatti, dei vapori … di mercurio. Da qui la necessità di prestare attenzione quando si buttano via le lampade a basso consumo energetico perché, dalla rottura del tubo, possono liberarsi nell’aria vapori di tale metallo velenoso. Si casca quindi da una trappola tecnologica all’altra. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-8040570229271622864?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/8040570229271622864/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2012/02/crescita-declino-e-resurrezione-del.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/8040570229271622864'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/8040570229271622864'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2012/02/crescita-declino-e-resurrezione-del.html' title='Crescita, declino (e resurrezione ?) del mercurio'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-2016767744442778389</id><published>2012-01-03T07:45:00.001-08:00</published><updated>2012-01-03T07:45:49.627-08:00</updated><title type='text'>Materie prime: nessuna è eterna</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;i&gt;&lt;u&gt;La Gazzetta del Mezzogiorno&lt;/u&gt;&lt;/i&gt;, martedì 3 gennaio 2012&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;Giorgio Nebbia &lt;a href="mailto:nebbia@quipo.it"&gt;nebbia@quipo.it&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;“Commodities” è una parola inglese, ma ormai internazionale, che indica le merci e le materie prime da cui dipende la possibilità che ciascuno di noi ha di trovare nell’edicola questo giornale, nei distributori la benzina o il gasolio, negli scaffali dei negozi la pasta o le scatolette di conserva di pomodoro. Gli innumerevoli oggetti del consumo quotidiano dipendono da un gigantesco flusso di “commodities”, diecine di miliardi di tonnellate all’anno nel mondo. Esistono delle speciali borse-merci in cui viene fissato il prezzo, ora per ora, di ciascuna di tali “commodities” che comprendono minerali metallici, fonti energetiche come carbone, petrolio, gas, metalli come oro e platino, ma anche zinco e stagno, prodotti agricoli come frumento, zucchero, pancetta di maiale, legname, eccetera. &lt;/div&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Un film del 1983, “Una poltrona per due” (il titolo originale è “Trading places”, borse-merci), è ambientato nella borsa merci di Filadelfia, negli Stati Uniti e permette di dare, sia pure ironicamente, un’occhiata al clima nevrotico delle transazioni e speculazioni sulle “commodities”. Gli sbalzi dei prezzi delle materie prime dipendono da molti fattori, alcuni dei quali di natura ambientale; basta un grave incidente in una miniera o in un pozzo petrolifero perché i prezzi di metalli o petrolio aumentino bruscamente; basta la scoperta di un nuovo giacimento di stagno o di terre rare per far diminuire il prezzo della banda stagnata o dei telefoni cellulari.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Il consumatore finale, come ciascuno di noi, sente relativamente poco o con ritardo, simili sbalzi di prezzo. E’ difficile, per esempio, capire come il graduale aumento del prezzo della benzina dipende dal prezzo della materia prima, il petrolio greggio, il quale a sua volta dipende da eventi politici: le rivolte in Libia o le minacce iraniane sul traffico attraverso lo stretto di Ormuz (quello che separa il Golfo Persico dal Mare Arabico e attraverso cui passa un terzo di tutto il petrolio mondiale trasportato per mare). E ancora meno si riesce a capire quale ruolo abbia il graduale impoverimento delle riserve petrolifere mondiali. A noi interessa che la benzina arrivi al distributore, ma nessuno spiega che ciò è reso possibile soltanto perché continui e costosi perfezionamenti tecnici consentono di raggiungere giacimenti sempre più profondi, a migliaia di metri di profondità, in mezzo a paludi e deserti e nel mare aperto, e di trasportare il petrolio attraverso oleodotti stesi sotto i mari o nelle steppe ghiacciate. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;I problemi della scarsità e dei prezzi crescenti riguardano praticamente tutte le materie prime, sia minerarie, sia agricole e forestali. Per esempio, la crescente richiesta di carburanti “rinnovabili”, alternativi alla benzina e al gasolio, tratti dai prodotti agricoli fa diminuire la disponibilità dei prodotti alimentari e fa aumentare il prezzo di cereali come grano e mais, della soia e dei grassi. L’impoverimento dei giacimenti di minerali essenziali, da quelli metallici a quelli che forniscono fosfati e sali potassici per i concimi agricoli, si sta facendo sentire. I giacimenti di fosfati delle isole del Pacifico, come Nauru e la australiana Isola del Natale, sono stati sfruttati così intensamente che ormai sono esauriti. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Un recente libro di Ugo Bardi, un chimico professore nell’Università di Firenze, “La Terra svuotata. Il futuro dell’uomo dopo l’esaurimento dei minerali”, Roma, 2011, Editori Riuniti University Press, contiene numerose informazioni sull’impoverimento delle riserve dei giacimenti di molte materie prime. Le statistiche della produzione mostrano chiaramente che la quantità estratta nel corso degli anni dapprima aumenta rapidamente, poi raggiunge un massimo, un picco, poi declina. La “paura” per il carattere generale di questo fenomeno è cominciata nel 1956 quando un geologo americano, King Hubbert (1903-1909) ha avvertito che i giacimenti petroliferi americani, quelli favolosi del Texas e della California, dove era nata l’”età del petrolio”, si stavano svuotando.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Finora il declino delle riserve di materie prime non ha fermato il cammino delle economie mondiali; altre materie sono state scoperte, nuove invenzioni hanno permesso di far fronte ai problemi di scarsità. Finora gli aumenti dei prezzi conseguenti la crescente scarsità delle “commodities”, sono ricaduti principalmente sui paesi e sulle classi povere, ma oggi si fanno sentire anche nei paesi più industrializzati. La soluzione va cercata in innovazioni tecniche e nel cambiamento dei consumi, scelte che potranno essere affrontate con coraggio e lungimiranza se si avranno migliori conoscenze della geografia e della merceologia delle “commodities”, dei rapporti fra le persone e le risorse della natura. Occorre cominciare nella scuola e nell’informazione del pubblico perché tali informazioni arrivino ad influenzare le decisioni politiche ed economiche.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-2016767744442778389?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/2016767744442778389/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2012/01/materie-prime-nessuna-e-eterna.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/2016767744442778389'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/2016767744442778389'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2012/01/materie-prime-nessuna-e-eterna.html' title='Materie prime: nessuna è eterna'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-3584257937498296970</id><published>2011-10-12T02:56:00.000-07:00</published><updated>2011-10-25T09:57:27.339-07:00</updated><title type='text'>Persone della Merceologia: Emilio Abelardo Romegialli (1851-1938)</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;&lt;a href="http://www.chimica.unipd.it/gianfranco.scorrano/pubblica/la_chimica_italiana.pdf"&gt;http://www.chimica.unipd.it/gianfranco.scorrano/pubblica/la_chimica_italiana.pdf&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Il giorno 17 dello scorso maggio (1938) alla tarda età di 87 anni serenamente, come sempre visse, si è spento in Verona il prof. cav. uff. Emilio Abelardo Romegialli. Nacque a Sondrio nel 1851; dopo i primi studi nella città nativa nell'Istituto industriale e professionale, passò al R. Museo industriale di Torino, dove ottenne nel 1871 l'Attestato finale di esercizio pratico della Chimica tecnologica ed analitica. Dal Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio, nello stesso anno fu inviato, per un corso di perfezionamento in Chimica tecnologica, al Politecnico di Zurigo, che frequentò per un triennio sotto la guida dei proff. &lt;/span&gt;&lt;span lang="DE" style="mso-ansi-language: DE; mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Kopp e Wislicenus.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Tornato in Italia, entrò subito per concorso nell'insegnamento medio, professore di Chimica generale ed agraria nel R. Istituto tecnico di Viterbo, donde nel 1877 passò ad insegnare le stesse materie nel R. Istituto tecnico di Roma, nel quale, due anni dopo, fu nominato titolare di chimica industriale. In tale Istituto rimase sino al 1923, quando fu collocato a riposo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Per molti anni sino al 1920 fu anche professore di Merceologia nella Scuola commerciale femminile «E. Nathan» di Roma dove a sua iniziativa e spese formò un Museo merceologico contenente ben 11.000 campioni divisi in 3450 numeri di catalogo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Il prof. Romegialli era considerato una autorità in materia di Chimica industriale e Merceologia e su questi due rami di Chimica applicata per oltre un cinquantennio la Sua&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;attività didattica e scientifica si mantenne sempre elevata sino a qualche anno prima della Sua&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;scomparsa. Dalla Sua attività di laboratorio provennero numerose pubblicazioni di Chimica industriale e di Merceologia. Fra le prime sono di speciale importanza quelle relative alla &lt;i&gt;Fermentazioneacetica &lt;/i&gt;pubblicate nella Gazzetta chimica italiana (1881) e premiate dalla R. Accademia deiLincei; lo &lt;i&gt;Studio chimico della cloche &lt;/i&gt;per i cappelli detti di feltro di pelo Annali di Chimica applicata 1916).&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Importanti furono le pubblicazioni a scopo didattico, specialmente le più antiche che costituirono un tempo i mezzi più efficaci di diffusione della cultura di Chimica industriale in&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Italia. Tali sono la traduzione dal tedesco del &lt;i&gt;Trattato di Chimica tecnica &lt;/i&gt;di R. Wagner con aggiunte del Traduttore; &lt;i&gt;I progressi della Chimica industriale &lt;/i&gt;opera originale del Romegialli&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;e costituente un'appendice al nuovo trattato di Chimica industriale del Wagner.&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;Per molti anni furono apprezzate e largamente utilizzate dai commercianti le numerose edizioni del Suo &lt;i&gt;Trattato sistematico di Merceologia&lt;/i&gt;. Sono infine da ricordare le edizioni e le diverse ristampe del trattato di &lt;i&gt;Chimica e Merceologia &lt;/i&gt;compilato per gli Istituti tecnici commerciali.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Nel periodo della sua maggiore attività il Romegialli mediante numerose conferenze, articoli, lezioni sperimentali contribuì allo sviluppo di alcune industrie chimiche a Roma e fra queste l'industria dell'olio al solfuro che sorse nel Lazio in seguito al Suo fervente e fecondo&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;apostolato. A Lui si devono conferenze e scritti di propaganda industriale e merceologica che riguardano diversi argomenti; fu apprezzato consulente tecnico presso diversi industriali.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;Quanti ebbero la fortuna di conoscere il Romegialli non solo poterono meglio apprezzarne le&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;alte doti di Scienziato e di Insegnante ma ne conserveranno anche sempre vivo il ricordo ed il&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;rimpianto per la rigida onestà del Suo carattere, per l'affabilità, la mitezza dell'animo Suo&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 11.5pt;"&gt;sempre calmo e sereno. (Carlo RIMATORI)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-3584257937498296970?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/3584257937498296970/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/10/persone-della-merceologia-emilio_12.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3584257937498296970'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3584257937498296970'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/10/persone-della-merceologia-emilio_12.html' title='Persone della Merceologia: Emilio Abelardo Romegialli (1851-1938)'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-2454240577157683129</id><published>2011-10-12T00:21:00.000-07:00</published><updated>2011-10-12T00:24:12.349-07:00</updated><title type='text'>Una rivista di Merceologia dell'Ottocento</title><content type='html'>Per una storia della Merceologia è interessante ricordare una "Rivista di Merceologia" di cui esistono alcuni fascicoli schedati da &lt;a href="http://www.lombardiabeniculturali.it/pereco/schede/637/"&gt;http://www.lombardiabeniculturali.it/pereco/schede/637/&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il titolo è "Rivista di merceologia",&amp;nbsp;Sottotitolo: "Per la repressione delle sofisticazioni e delle falsificazioni dei prodotti commerciali. Eco dei laboratori di chimica igienica e tecnologia delle Camere di Commercio", pubblicata a Milano-Roma, poi Milano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I fascicoli esistenti&amp;nbsp;vanno dall'anno I, fascicolo I, datato gennaio/febbtaio 1891, all'anno II, fascicolo XI-XII, novembre-dicembre 1892, apparsi con periodicità bimestrale e poi mensile. Pagine 48, poi 24. Formato 15 x 22.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Direttore risulta Dioscoride Vitali;&amp;nbsp;l'editore Ambrogio Pavia, poi Felice Pavia (proprietarui responsabili). Lo stampatore risulta la Tipografia del Riformatorio Patronato poi Tipografia del Patronato, Milano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La rivista (come si legge nel primo numero), esce come supplemento al «Bollettino farmaceutico». Si legge, infatti, nell'articolo &lt;em&gt;Al lettore&lt;/em&gt; del gennaio 1891 che "delle cognizioni di merceologia ha somma necessità il farmacista" che, tramite la nuova rivista, potrà accrescere il proprio "patrimonio scientifico", facilitando "il compito dei propri doveri professionali".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La rivista, che è organizzata in rubriche, non si limita a trattare le sostanze farmaceutiche in senso stretto, ma si rivolge all'intero campo merceologico, con particolare attenzione verso i metodi di identificazione di "sofisticazioni e falsificazioni delle merci". Nella rubrica "Metodi di fabbricazione e d'analisi delle merci" trovano spazio articoli come &lt;em&gt;Principali reazioni cromatiche caratterizzanti l'olio d'oliva&lt;/em&gt; (settembre-ottobre 1891), o &lt;em&gt;Mezzi per riconoscere le resistenze delle pietre al gelo&lt;/em&gt; (novembre-dicembre 1891), in cui vengono descritti processi di lavorazione e metodi pratici per testare i prodotti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altre due rubriche "Nuovi prodotti e informazioni commerciali" e "Legislazione, giurisprudenza, contenzioso rispetto alle merci" completano la pubblicazione. Nella prima si alternano notizie brevi dal mondo (cfr. &lt;em&gt;Importazione ed esportazione fra Italia e Francia&lt;/em&gt;, settembre 1892) o prospetti di andamenti commerciali (cfr. &lt;em&gt;Riassunto dell'esito del raccolto dell'olio d'oliva in Italia nel 1891-1892&lt;/em&gt;, luglio 1892). Nella seconda troviamo norme, regolamenti, decreti o commenti che riguardano l'intero arco merceologico (cfr. &lt;em&gt;Decreto ministeriale che assimila per gli effetti doganali la saponina alla salicina&lt;/em&gt;, aprile 1892 o &lt;em&gt;Interpretazione dell'art. 42 della legge di sanità pubblica alimenti degli animali&lt;/em&gt;, settembre-ottobre 1891).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli articoli provengono per lo più da autori esterni alla redazione o sono tratti da altre pubblicazioni. I pezzi interni non sono firmati. Redattore capo è Nicomede Coscera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pubblicazione cessa nel dicembre del 1892 tornando ad essere incorporata come rubrica "Merceologia" nel «Bollettino Farmaceutico». Ciò avviene a causa di sopraggiunte ristrettezze finanziarie, ovvero per "conciliare l'interesse economico degli abbonati con quello dell'amministrazione" (&lt;em&gt;Ai cortesi collaboratori, ai benevoli soci&lt;/em&gt;, novembre-dicembre 1892).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-2454240577157683129?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/2454240577157683129/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/10/una-rivista-di-merceologia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/2454240577157683129'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/2454240577157683129'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/10/una-rivista-di-merceologia.html' title='Una rivista di Merceologia dell&apos;Ottocento'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-2987358182494725470</id><published>2011-10-01T00:54:00.000-07:00</published><updated>2012-01-24T02:09:25.876-08:00</updated><title type='text'>Persone della Merceologia: Luciano Favretto (1932-2011)</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;Luciana Gabrielli&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 10pt;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;Mi è stato richiesto di ricordare Luciano Favretto professore di Merceologia; a&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;vrei voluto che fosse qualcun altro a parlarne, in quanto sono certa che ha lasciato il segno nel cuore di tutti quelli che lo hanno conosciuto, perché&amp;nbsp;lui era una persona speciale per la sua bontà e per la mancanza di qualsiasi tipo di critica verso il suo prossimo.&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Si confrontava con gli altri con il suo sorriso perché sapeva vedere il lato buono in tutte le persone che aveva conosciuto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;Avrei voluto che fosse qualcun altro a parlarne poiché in questo momento il mio ricordo sarebbe troppo sofferto e personale. Tuttavia mi rendo conto che nessuno come me può parlare compiutamente di lui perché ho condiviso con lui oltre che la vita privata, anche il lavoro, e con questa fredda parola, il lavoro, intendo la sua curiosità in tutti i campi dello scibile, la sua vera passione nel ricercare, nell’apprendere, nello spiegare e spiegarsi le cose, nello stare con i suoi allievi e nel condividere con loro le sue conoscenze; e ancora, nello scrivere sulle riviste internazionali e nel confrontarsi con i&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;commenti dei colleghi alle sue ricerche, confronti che finivano spesso con il concretarsi di una nuova amicizia. Con lui infatti io sentivo accanto a me l’amicizia delle persone, perché lui dimostrava la sua amicizia a tutti, così nell’ambiente universitario, come con tutte le persone che incontrava.&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 10pt;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;Questo era Luciano Favretto. Per questo cerco di scrivere qualcosa sulla sua vita e sulle tappe del suo percorso universitario perché anche qui, le persone conosciute e gli ambiti toccati sono stati molti e da ognuno di questi ha saputo trarre&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;un bagaglio culturale che lo ha reso capace di intraprendere qualsiasi ricerca con un’apertura mentale tale da dare sempre originalità al suo contributo. Studente di Chimica seguiva tutti i corsi comuni con i fisici, cosa che poi gli ha permesso di aggiungere al suo curriculum&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;molte conoscenze della fisica e della matematica, che gli sono state utili per uno degli ultimi argomenti della sua ricerca, quello dell’analisi statistica multivariata applicata alle merci. Ma anche la sua attività nel campo della Mineralogia e della Geochimica, di cui si è occupato nella primissima parte della carriera universitaria, ha lasciato in lui delle impronte culturali che sono state utilizzate in seguito nella sua vasta e multiforme produzione scientifica in una tematica come la Merceologia che come dice il nome, occupandosi di merci, si occupa di molte, moltissime cose.&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 10pt;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;E poi la Chimica Analitica, considerata talvolta soltanto un mezzo attraverso il quale altri dovrebbero trarre conclusioni legate alla loro specializzazione, dimenticando che è necessaria una conoscenza approfondita delle metodologie e dei meccanismi se non si vuole incorrere in interpretazioni errate dei fenomeni incontrati. Come docente Luciano Favretto ha insegnato Chimica Analitica per alcuni anni per poi dedicarsi esclusivamente alla Merceologia insegnata a studenti lontani dalle conoscenze chimiche come quelli di Economia. E quello che è successo costantemente, in ambedue le discipline insegnate negli anni, è stato l’aver suscitato l’unanime ammirazione degli studenti per l’approccio nell’insegnamento, per la semplicità con cui raccontava e spiegava le cose, senza dimostrare mai un tentennamento o di avere necessità di ispirarsi ad una traccia scritta che non portava mai con sé. Ma non solo ammirazione, ma anche tanto affetto: negli ultimi anni, quando la malattia ha limitato la sua vita, io ho sentito ed ho avuto delle meravigliose attestazioni di affetto e riconoscenza non appena parlavo di lui.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 0cm 10pt;"&gt;Le sue prime ricerche, che sono iniziate con lo studio delle risorse naturali della litosfera e che partendo dai minerali si sono focalizzate in seguito sulle ricerche petrolifere, condotte presso l’ENI, sono state importanti per una valutazione&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;dei problemi energetici da lui intrapresa più tardi per scopi didattici e di ricerca. Le ricerche sulle risorse naturali della biosfera sono state condotte più tardi, quando è iniziata la collaborazione con i Chimici degli Alimenti che ha prodotto la sinergia con i colleghi dell’Università di Messina e dell’Università di Perugia.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 10pt;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;Il percorso che lo ha portato a questo più recente filone di ricerca è stato l’iniziale studio di alcuni inquinanti di acque e alimenti, studio che dapprima ha prodotto la messa a punto di metodi analitici originali pubblicati su riviste chimico-analitiche internazionali quali per esempio The Analist, Analytical&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;Chemistry, Journal of the A.O.A.C.&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;Successivamente il desiderio di un’interpretazione che lo aiutasse a caratterizzare e classificare meglio gli alimenti dal punto di vista della qualità e/o di alcune proprietà caratterizzanti, come ad esempio la provenienza, lo ha portato ad applicare l’analisi statistica multivariata e in seguito il disegno sperimentale, pubblicando numerosi studi anche su riviste specializzate.&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 10pt;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 11.0pt;"&gt;Ha scritto molto e pubblicato molto, ma non sono qui a parlare né di numeri né, più di tanto, di argomenti. Quello che importa è l’impronta che ha lasciato, nei suoi amici e nei suoi allievi, che spero, malgrado l’ambiente di oggi più difficile di quello di ieri, riescano ad avere la stessa serenità e lo stesso amore per il prossimo e per la vita che ha avuto lui.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 9.0pt;"&gt;Luciano Favretto, nato a Trieste il 6 febbraio 1932, nel settembre 1955 divenne allievo interno dell’Istituto di Merceologia dell’Università di Trieste, laureandosi in Chimica nel luglio 1956, con una tesi in Chimica analitica discussa con il prof. Claudio Calzolari. Successivamente fu assistente incaricato di Mineralogia e professore incaricato di Geochimica presso la Facoltà di Scienze.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoBodyText" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-size: 9.0pt;"&gt;Dopo un periodo di lavoro presso i laboratori di ricerca dell’AGIP Mineraria di S. Donato Milanese, gli venne offerta dal prof. Calzolari la possibilità di riprendere la ricerca accademica presso l’Università di Trieste, dove dal 1965 fu professore incaricato di Esercitazioni di Chimica analitica e assistente ordinario presso la Facoltà di Scienze. Libero docente di Merceologia dal 1967, si trasferì alla cattedra di Merceologia della Facoltà di Economia come assistente dal 1969 e come aiuto dal 1971. Ha ricoperto il ruolo di professore ordinario di Merceologia dal 1975 (straordinario fino al 1978) ininterrottamente fino al pensionamento. Ci ha lasciato il 1° Maggio 2011.&lt;a href="http://www.blogger.com/" name="_GoBack"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-2987358182494725470?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/2987358182494725470/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/10/persone-della-merceologia-luciano.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/2987358182494725470'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/2987358182494725470'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/10/persone-della-merceologia-luciano.html' title='Persone della Merceologia: Luciano Favretto (1932-2011)'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-5362095291344076298</id><published>2011-09-07T23:14:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T23:14:56.574-07:00</updated><title type='text'>Le ricchezze della Terra</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;In: “Terra. Parolechiave 44”, Carocci editore, 2010, p. 69-76&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;Giorgio Nebbia &lt;a href="mailto:nebbia@quipo.it"&gt;nebbia@quipo.it&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;I circa settemila milioni di persone esistenti sulla Terra possono “vivere”, cioè mangiare, scaldarsi, muoversi, comunicare, &lt;i&gt;soltanto&lt;/i&gt; disponendo di beni materiali che possono essere tratti &lt;i&gt;soltanto&lt;/i&gt; dalla Terra. Anche i beni apparentemente immateriali dipendono in gran parte da cose materiali; non è possibile avere felicità, dignità, libertà, se manca il cibo, l’acqua, un rifugio per la famiglia, non è possibile avere salute se non si dispone di acqua potabile, di gabinetti, di fognature, di servizi sanitari.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La Terra, da parte sua, col suo insieme di gas dell’atmosfera, di acque dolci e saline, di terreni e rocce superficiali e sotterranee, ha sulla sua superficie o nel suo interno grandissime, anche se non illimitate, ricchezze il cui uso è stato sempre ed è uno degli strumenti per assicurare una buona vita, ma anche solo la sopravvivenza, degli esseri umani.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;I beni materiali tratti dalla Terra sono dotati di utilità, di valore d’uso, indipendentemente dal modo in cui sono ottenuti, se in cambio di denaro o gratis; nello stesso tempo chi acquista beni materiali dalla Terra inevitabilmente è costretto, prima o poi, in una forma o nell’altra, a restituire alla Terra quello che le ha sottratto. Ad esempio, un automobilista compra benzina al distributore in cambio di denaro, ma può trarre dalla benzina qualche utilità (il servizio mobilità) soltanto “acquistando” anche, gratis, i gas dell’atmosfera necessari per la sua combustione, “merci ambientali” anch’esse; lo stesso automobilista restituisce, senza scambio monetario, ai corpi della Terra i gas di scappamento dell’automobile con una specie di “vendita” di “merci negative”.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Alcuni “beni” sono noti, soprattutto se vengono ottenuti in cambio di quel misterioso vettore del valore che è il denaro: la carne dal macellaio, la benzina dal distributore, il computer nel negozio. Ma la maggior parte degli scambi di “merci ambientali” sfugge all’osservatore comune; per esempio non si considerano, né in genere si contabilizzano, l’”acquisto” dall’atmosfera dei gas necessari per la combustione e per la respirazione, l’”acquisto” dalle sorgenti e dai fiumi dell’acqua che arriva al rubinetto della casa o nei campi, l’acquisto dalle rocce terrestri delle pietre che generano il cemento per la casa e la strada o per la fabbricazione dell’alluminio; e neanche la “vendita” ai corpi della Terra, della maggior parte delle “merci negative”, delle scorie e rifiuti, solidi, liquidi, gassosi. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Nel complesso si tratta di scambi di quantità grandissime di materiali dei quali si tenterà di redigere una piccola contabilità limitatamente alle merci coinvolte nei fabbisogni umani, considerati nell’ambito del particolare territorio della Terra, occupato dagli esseri umani e dalle loro “cose” materiali, indicato come “tecnosfera”. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Cominciamo dai materiali ottenuti sotto forma di vegetali necessari per l’alimentazione degli animali, l’inizio di una circolazione di materia che costituisce il “ciclo del carbonio”, perché l’elemento carbonio è sempre presente.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Ogni anno la radiazione solare fa combinare l’anidride carbonica, l’acqua (tratta dall’atmosfera e dal terreno) e alcune altre molecole (come alcuni sali del terreno) “fabbricando” innumerevoli esseri viventi vegetali. Si calcola che la biomassa vegetale prodotta dalla fotosintesi ammonti sulle terre emerse a circa 50 miliardi di tonnellate (espresse come materia secca) di materia; circa altrettante negli oceani.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La quantità delle materie della biomassa che entrano nella tecnosfera come prodotti agricoli e forestali, destinati ad essere trasformati in alimenti animali e umani e in altri beni, si può stimare dell’ordine di circa 5 miliardi di tonnellate di biomassa secca all’anno. La massa della materia tale-e-quale dei raccolti è però molto maggiore perché i vari vegetali hanno un contenuto di acqua variabile, dall’80 % in molte verdure al 15 % in molti cereali e granaglie. D’ora innanzi i calcoli saranno riferiti alla materia tale-e-quale.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La massa di materia vegetale tale-e-quale di interesse alimentare per animali e umani comprende circa 3 miliardi di tonnellate all’anno di cereali, circa 2 miliardi di tonnellate all’anno di leguminose e piante da olio, circa 3 miliardi di tonnellate all’anno di verdure, barbabietole, canna da zucchero, eccetera, per un totale stimabile in circa 10 miliardi di tonnellate all’anno.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La formazione della biomassa vegetale è possibile con un continuo scambio di gas (anidride carbonica, ossigeno, acqua) e di altre sostanze fra i corpi della Terra, e la materia che si forma nei campi e nelle foreste. Per la produzione dei 10 miliardi di tonnellate di biomassa vegetale utile a fini alimentari e umani si può stimare un “acquisto”, dall’atmosfera o dal suolo, di circa 20 miliardi di tonnellate all’anno di “materia prima”, anidride carbonica gassosa e acqua liquida o vapore, e una “vendita” all’atmosfera di circa 10 miliardi di tonnellate all’anno di gas sotto forma di ossigeno. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Una grande quantità, dell’ordine di circa 3.000 miliardi di tonnellate all’anno, di acqua arriva ai terreni utilizzati per colture “economiche”, ma in questa prima approssimazione considereremo soltanto la massa di acqua che entra come “materia prima” nella fotosintesi perché la maggior parte dell’acqua delle piogge o dell’irrigazione passa attraverso il ciclo dell’agricoltura uscendo quasi nella stessa quantità, anche se addizionata di sostanze dilavate dal terreno. Una parte di tale acqua, dopo essere passata attraverso la biomassa vegetale, esce nell’atmosfera per i fenomeni di evapotraspirazione.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;A “pesare” sulle risorse della Terra esiste un’altra grande massa di materia vivente, quella degli organismi animali, una parte della quale viene utilizzata come ”beni” per l’alimentazione umana.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La massa complessiva della popolazione degli animali “commerciali”, di diversissima forma e dimensione, dai pochi chili per individuo del pollame, alle centinaia di chili per individuo dei bovini, si può stimare di circa un miliardo di tonnellate di peso vivo che assorbe, per la propria alimentazione, circa 8 miliardi di tonnellate all’anno, principalmente di vegetali, tratti dalla biomassa dei pascoli o forniti come mangimi dagli umani. La biomassa “economica” animale acquista circa 18 miliardi di tonnellate all’anno di ossigeno dall’atmosfera, per ”bruciare” gli alimenti e trarne energia vitale, e di acqua alimentare; vende all’atmosfera gas come anidride carbonica, vapore acqueo e metano e vende al suolo escrementi contenenti, disciolti o dispersi in acqua, complesse molecole organiche, in parte azotate, provenienti dalla trasformazione delle molecole azotate presenti nel cibo; la massa dei gas ed escrementi formati nel metabolismo animale si può stimare di circa 15 miliardi di tonnellate all’anno.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Con i precedenti scambi la biomassa degli animali da allevamento aumenta ogni anno di circa un miliardo di tonnellate, circa la stessa massa venduta (in cambio di denaro) agli umani sotto forma di latte, carne, uova, contenenti acqua in quantità variabile: dal 90 % di acqua del latte al 50 % circa della carne.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;L’altro termine del ciclo naturale del carbonio sulla Terra è costituito dagli speciali animali-umani, quei sette miliardi di persone di cui si parlava all’inizio, aventi una massa di circa 0,4 miliardi di tonnellate di peso vivo.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La quantità di alimenti richiesti da ciascuna persona per la sopravvivenza ammonta a circa 500 kg all’anno, acquistati in cambio di denaro, un valore che corrisponde a circa 3 miliardi di tonnellate all’anno, provenienti in ragione di circa 2 miliardi di t/anno dalla biomassa vegetale e di circa 1 miliardo di t/anno dalla biomassa animale. Peraltro gli alimenti sono solo una parte dei prodotti agricoli e zootecnici “acquistati”, perché una parte di questi, prima di diventare cibo umano, è sottoposta a processi di trasformazione che generano scarti e residui.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La popolazione umana acquista inoltre circa 2 miliardi di tonnellate all’anno di ossigeno dall’atmosfera per la combustione biologica degli alimenti, circa 6 miliardi di tonnellate all’anno di acqua alimentare e “vende” anidride carbonica e vapore acqueo e altri gas all’atmosfera, e escrementi liquidi e solidi al terreno, in ragione complessivamente di circa 10 miliardi di tonnellate all’anno.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Il precedente valore di circa 6 miliardi di tonnellate all’anno di acqua alimentare per la popolazione umana corrisponde al fabbisogno minimo teorico di circa tre chilogrammi al giorno per persona; la popolazione umana assorbe però, per usi igienici e domestici, quantità molto maggiori di acqua, molto diverse da paese a paese a seconda della disponibilità di acquedotti, macchine lavatrici, gabinetti, eccetera. I fabbisogni umani complessivi di acqua dolce si possono stimare dell’ordine di 500 miliardi di tonnellate all’anno, ma anche questa massa non verrà contabilizzata perché passa attraverso le tecnosfera in quantità quasi uguale, anche se ne esce addizionata e inquinata con i residui del metabolismo umano.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;I precedenti dati, pur molto approssimativi, indicano un passaggio, attraverso la tecnosfera, di circa 5.000 miliardi di tonnellate all’anno di acqua necessaria per gli usi agricoli, zootecnici ed umani, non contabilizzati perché si suppone che ritornino, prima o poi, negli stessi corpi --- fiumi, laghi, falde idriche sotterranee --- da cui sono stati prelevati, una quantità elevata se si considera che il flusso totale di acqua dolce sulla superficie della Terra ammonta a circa 40.000 miliardi di tonnellate all’anno. Va anche ripetuto che la grande massa di acqua che attraversa la tecnosfera, senza entrare a far parte della biomassa, rientra nel ciclo dell’acqua dopo essere stata addizionata con sostanze estranee di varia natura, avendo perciò una “qualità” peggiore rispetto a quella dell’acqua entrata in ciclo.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Una parte della biomassa vegetale che entra nella tecnosfera è costituita ogni anno da circa 3 miliardi di tonnellate (con circa il 50 % di acqua) di legname destinato alla fabbricazione della carta, come materiale da costruzione e, in parte come combustibile. Altre materie tratte dalla biomassa vegetale e animale hanno applicazioni commerciali, come la gomma naturale (12 milioni di tonnellate all’anno).&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Ma le attività umane hanno bisogno, oltre al cibo e ai beni ottenuti dalla biomassa, di molti altri materiali ricavati dalle ricchezze superficiali e sotterranee della Terra, materiali che arrivano alla fase di “uso”, quello che impropriamente si chiama “consumo”, dopo aver avuto una lunga storia di trasformazioni all’interno della tecnosfera.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;I combustibili fossili sono estratti e usati in ragione di circa 18 miliardi di tonnellate all’anno sotto forma di carbone, gas naturale, petrolio. Le operazioni di estrazione superficiali e sotterranee sono accompagnate dal deposito sul suolo di scorie minerarie sotto forma di rocce o di fanghi, per una massa stimabile in altri circa 5 miliardi di tonnellate all’anno. Inoltre le operazioni di estrazione richiedono acqua in quantità stimabile in circa 1 miliardo di tonnellate all’anno.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Più rilevante come “peso” nei confronti della Terra è lo scambio di materia che accompagna l’uso dei combustibili fossili; per ricavarne il “valore” energia i combustibili fossili devono essere “bruciati” con assorbimento di ossigeno dall’atmosfera e con immissione di scorie gassose nell’atmosfera, e in parte anche solide sul suolo. In grossolana approssimazione si può stimare che l’”uso” dei combustibili fossili da parte degli esseri umani richiede l’”acquisto” dall’atmosfera di circa 25 miliardi di tonnellate all’anno di ossigeno e la “vendita” all’atmosfera di circa 30 miliardi di tonnellate all’anno di anidride carbonica e di circa 15 miliardi di tonnellate all’anno di vapore acqueo, quest’ultimo derivante dalla combinazione con l’ossigeno dell’idrogeno presente nei combustibili fossili&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Dopo i combustibili fossili la seconda rilevante, massa di materiali estratti dalla Terra è costituita da sabbia, argilla e calcari, gli ingredienti per le costruzioni. In parte sabbia, argilla e calcare vengono trasformati nel cemento, la cui produzione ammonta a circa 3 miliardi di tonnellate all’anno, metà delle quali prodotte dalla Cina. Per la produzione del cemento, che richiede energia sotto forma di calore, entrano in ciclo circa 4 miliardi di tonnellate di ingredienti, con liberazione di alcune centinaia di migliaia di tonnellate di anidride carbonica. Ma il cemento come tale serve a poco; negli edifici viene impiegato per lo più sotto forma di calcestruzzo, una miscela di sabbia, ghiaia, cemento e acqua, che indurisce dopo alcuni giorni e costituisce le strutture degli edifici, dei ponti, delle strade, eccetera. Si può calcolare che la estrazione di sabbia e ghiaia dalla Terra si aggiri intorno a 10 miliardi di tonnellate all’anno a cui va aggiunta una quantità circa uguale di pietre da costruzione. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;A questa massa di materiali da costruzione va aggiunta la massa di argille impiegate nella fabbricazione di mattoni e piastrelle. La produzione mondiale di mattoni si aggira intorno a 1500 miliardi di unità corrispondenti ad una estrazione di argilla di circa 6 miliardi di tonnellate all’anno.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Per la costruzione di edifici, vie di comunicazione, eccetera si può quindi calcolare che gli esseri umani chiedono “alla Terra”, una massa di materiali di circa 40 miliardi di tonnellate all’anno.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Alquanto minore è la richiesta di materiali estratti dalla Terra per ottenere l’acciaio, prodotto in ragione di circa 1.400 milioni di tonnellate all’anno; l’acciaio si ottiene sostanzialmente con due processi, uno basato sul trattamento dei minerali di ferro e l’altro basato sulla fusione dei rottami. Nel primo caso la massa di minerali di ferro estratti dalla Terra ammonta a circa 1 miliardo di tonnellate all’anno, alla quale va aggiunta una quantità quasi uguale di scorie di cava o miniera. La trasformazione del minerale in acciaio avviene con vari processi che coinvolgono la richiesta di alcune centinaia di milioni di tonnellate di carbone all’anno, per cui il “peso” dell’uso dell’acciaio nel mondo si può stimare di circa 4 miliardi di tonnellate all’anno.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Da questo momento in avanti si passa dalla valutazione di flussi di miliardi di tonnellate di materia all’anno a flussi, relativamente minori, dell’ordine di milioni di tonnellate all’anno; essi comprendono i cicli produttivi che forniscono altri metalli commerciali come alluminio, rame, stagno, piombo, fino a quelli più pregiati come argento, oro, platino, eccetera.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;In via di principio quanto maggiore è il valore commerciale di un materiale, tanto più diluita è la sua presenza sulla Terra e quindi tanto maggiore è la proporzione delle scorie e dei detriti che si formano, rispetto ai materiali commerciali. A solo titolo di esempio l’estrazione di 2 chilogrammi di uranio si lascia alle spalle circa una tonnellata di scorie; la produzione di 2 chilogrammo di oro si lascia alle spalle circa mille tonnellate di scorie.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Si può stimare che la produzione di tutti gli altri metalli e materiali commerciali richiedano la estrazione dalle riserve della Terra e la movimentazione e trasformazione di circa un altro miliardo di tonnellate di materiali.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Una relativamente piccola quantità di beni utili può essere ricavata dalla grande massa degli oceani e mari presenti sulla Terra; la pesca fornisce circa 100 milioni di tonnellate all’anno di prodotti alimentari; per evaporazione dell’acqua di mare vengono recuperati circa 20 milioni di tonnellate all’anno di sale.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Facendo la somma di tutte le materie ricavate dalle ricchezze della Terra per il funzionamento della tecnosfera si arriva ad una massa di circa 240 miliardi di tonnellate, compresi i gas scambiati con l’atmosfera. Questa materia non sta mai ferma; una parte circola attraverso la tecnosfera con cicli brevi, dell’ordine di giorni o mesi. Si tratta della biomassa vegetale e animale e dell’acqua coinvolte nei processi alimentari umani. Si possono ugualmente considerare brevi i cicli relativi alla combustione dei combustibili fossili che vengono bruciati poco dopo la loro estrazione dalla Terra.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Vi sono poi altri materiali, con una massa di circa 30 miliardi di tonnellate all’anno, che entrano in cicli più lunghi e complicati passando attraverso varie, spesso numerose, trasformazioni: è il caso dei materiali da costruzione che “entrano” e vengono a fare parte degli edifici; dei metalli che entrano in processi che li trasformano in macchinari, dagli autoveicoli agli orologi o ai semiconduttori, dell’oro usato per ornamenti, dei prodotti petroliferi che alimentano l’industria chimica, delle materie plastiche, delle fibre e della gomma sintetica, eccetera. In questi casi si può parlare di ricchezze che vengono “portate” via dalla Terra e vengono immobilizzate per tempi lunghi in depositi o “stocks”, dentro la tecnosfera. In ciascuna trasformazione, che richiede anch’essa gas e acqua, la materia genera sottoprodotti e scorie e rifiuti che ritornano nei corpi naturali della Terra con gli stessi atomi dei materiali in precedenza estratti, ma con composizione chimica modificata.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Queste brevi considerazioni inducono a considerare da una parte le grandi ricchezze materiali che la Terra continuamente fornisce per le attività umane. Dall’altra parte mostrano che i cicli della tecnosfera soddisfano bisogni umani con un costo materiale a spese della Terra; ogni anno lo stocks delle ricchezze della Terra si impoverisce e una parte di tali ricchezze è restituita alla Terra di qualità peggiore, degradate. Infine una parte della materia ottenuta con l’impoverimento della Terra viene trasformata in “cose” a vita lunga (edifici, macchinari, eccetera) per cui la tecnosfera, l’universo delle cose degli esseri umani, si dilata continuamente.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Disaggregando i flussi della materia dai vari corpi della Terra ai vari corpi della tecnosfera, analizzando la circolazione della materia all’interno della tecnosfera e il flusso dei residui che ritornano alla Terra, con contabilità del tipo input-output, simile a quella degli scambi monetari, ma “scrivendo” gli scambi in unità fisiche, si può calcolare un “Prodotto Interno Materiale Lordo” formalmente simile a quello monetario. Un flusso di 240 miliardi di tonnellate all’anno attraverso la tecnosfera corrisponde ad un “peso” di circa 35 tonnellate all’anno per ogni persona che abita la Terra. Inutile dire che questo numero, oltre ad essere una grossolana approssimazione, è un valore medio; molti abitanti della Terra si appropriano delle sue ricchezze molto di più e molti altri se ne appropriano in quantità molto minore. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Senza contare che il “peso” complessivo sulla Terra delle attività umane è ancora maggiore di quanto risulti dai puri e semplici flussi di materia misurati in unità di massa, perché dalle precedenti considerazioni sono esclusi gli effetti sulla Terra del degrado del suolo, della modificazione delle acque, delle alterazioni del clima, della perdita di biodiversità, pure associati ai flussi materiali.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Comunque le informazioni fornite dalla presente breve e sommaria analisi non hanno alcun fine moralistico né raccomandano necessariamente comportamenti di austerità merceologica; sono semplicemente avvertimenti degli effetti che l’attuale comportamento merceologico determina sulla Terra. Tanto per saperlo.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-5362095291344076298?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/5362095291344076298/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/09/le-ricchezze-della-terra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5362095291344076298'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5362095291344076298'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/09/le-ricchezze-della-terra.html' title='Le ricchezze della Terra'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-504622935249885128</id><published>2011-09-07T00:17:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T00:17:02.462-07:00</updated><title type='text'>Crescita e declino delle lampade ad incandescenza</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;i&gt;&lt;u&gt;La Gazzetta del Mezzogiorno&lt;/u&gt;&lt;/i&gt;, mercoledì 7 settembre 2011&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;Giorgio Nebbia &lt;a href="mailto:nebbia@quipo.it"&gt;nebbia@quipo.it&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Per la serie crescita e declino delle merci l’ecologia ha assassinato un altro dei grandi successi della tecnica, la lampada ad incandescenza, accusata di consumare troppa elettricità.. Col passare del tempo e con la crescita dell’attenzione per la sicurezza, la vita e l’ambiente molte merci di grande successo in passato sono state condannate a morte. Si pensi al DDT, salutato come la sostanza chimica che ha sconfitto la malaria, il cui uso è stato vietato dopo che si è scoperto che, per il suo carattere persistente, non biodegradabile, era in grado di intossicare molti esseri viventi e anche gli umani; il mercurio, che ha consentito la nascita dell’industria chimica e della produzione del cloro e che è stato impiegato per decenni nei bulbi dei termometri, è destinato a scomparire a causa della sua elevata tossicità; il piombo tetraetile, l’additivo per benzine che ha permesso decisivi progressi verso automobili più veloci e potenti, è stato bandito per la sua pericolosità e tossicità per i lavoratori e per l’aria urbana.&lt;/div&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;In altri casi è stata la maggiore comodità a uccidere vecchi, sicuri oggetti; i computers hanno fatto sparire le macchine per scrivere e le calcolatrici meccaniche; i telefoni mobili hanno soppiantato i telefoni fissi e anche le cabine telefoniche; la posta elettronica sta cancellando l’abitudine di inviare lettere per posta. Si potrebbe scrivere una storia della tecnica proprio esaminando come e perché alcune merci hanno avuto un grande successo, talvolta un breve successo, e poi sono scomparse. E’ tutta gloria ? Le merci “morte” talvolta avevano un proprio valore e una propria comodità; di alcune si assiste alla resurrezione in altra forma, talvolta proprio grazie all’ecologia. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Dal settembre di quest’anno non saranno più in vendita le lampada ad incandescenza da 60 watt; dal 2009 sono scomparse quelle da 100 watt; dal settembre 2010 quelle da 75 watt; l’anno prossimo scompariranno quelle da 40 e 25 watt. Una decisione, presa in seguito ad una disposizione europea motivata dal fatto che le lampade ad incandescenza consumano “troppa” elettricità e che il loro uso contribuisce all’effetto serra. E’ vero che l’elettricità consumata dalle lampade si trasforma in “luce” solo per il 20 percento, mentre l’80 percento viene dissipata sotto forma di calore all’esterno; eppure quando sono state inventate e sono entrate in commercio sono state salutate come il vero nuovo segno della “civiltà”.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La luce è il “bene” più grande che gli esseri umani si siano conquistati. Per milioni di anni l’unica fonte di luce è tata quella diurna del Sole; le notti e le caverne sono rimaste buie fino a quando qualcuno non ha scoperto che era possibile accendere la legna e con questo avere luce anche quando il Sole è tramontato; la luce teneva lontani gli animali nemici e allontanava la paura. Poi è cominciato il cammino della civiltà con la scoperta che anche il grasso di animali bruciava con una fiamma luminosa, che una bella luce poteva essere ottenuta con le candele di cera, e poi, ma ormai siamo in tempi vicino a noi, che la luce poteva essere ottenuta con lampada in cui veniva bruciato il gas di carbone, il “gas illuminante”, appunto, e poi il grasso di balena e poi ancora il cherosene ottenuto distillando il petrolio greggio.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La vera grande svolta si è avuta con l’utilizzazione dell’elettricità. E’ stato il chimico inglese Humphry Davy (1778-1829) che nel 1802 ha scoperto che, facendo passare la corrente elettrica attraverso un sottile filo di platino, questo emetteva una intensa luce; purtroppo il filamento di platino durava poco. Lo stesso Davy scoprì, nel 1809, che una intensa luce poteva essere ottenuta facendo passare una corrente elettrica fra due elettrodi di carbone; il principio sarebbe stato utilizzato su scala limitata nella lampade ad arco, usate per un secolo nei proiettori cinematografi. Ma la vera svolta verso le moderne lampade ad incandescenza si ebbe nel 1835 quando il fisico scozzese James Lindsay (1799-1862) osservò che il filamento di platino, attraversato dalla corrente elettrica, poteva emettere luce a lungo se era contenuto in un bulbo di vetro privato dell’aria e mostrò che, con la luce del nuovo dispositivo, era possibile leggere un libro a un metro di distanza.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Da allora il successo sarebbe dipeso soltanto dai perfezionamento dei sistemi per creare il vuoto entro bulbi di vetro, una tecnologia a cui aveva dato un contributo fondamentale l’italiano Evangelista Torricelli (1607-1647), e soprattutto per ottenere dei filamenti più duraturi. Il platino o l’iridio erano soddisfacenti, ma troppo costosi. Nella metà dell’Ottocento l’attenzione degli inventori si rivolse all’uso di filamenti di carbonio che è poco costoso, buon conduttore dell’elettricità e capace di fornire una bella luce. Gli esperimenti si rivolsero a utilizzare dei fili di cellulosa molto pura, come quella della canapa o del lino, che venivano trasformati in filamenti di carbonio puro ad alta temperatura.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Gli anni settanta dell’Ottocento videro una concorrenza spietata fra inventori, fra i quali emerse la figura di Thomas Edison (1847-1931) che nel 1878 brevettò la lampada che avrebbe avuto il successo definitivo e che fece di Edison l’”inventore” della lampada ad incandescenza, capace di fornire luce ininterrottamente per oltre mille ore. Da allora molti inventori perfezionarono i vari aspetti, soprattutto i processi per ottenere fili di carbonio. Anche il carbonio si rivelò un materiale non del tutto soddisfacente e nacquero le successive lampade con filamenti di osmio e di altri metalli con alto punto di fusione fino alla diffusione dei filamenti di tungsteno che si affermarono per tutto il Novecento. Altri inventori sostituirono il vuoto all’interno dei bulbi di vetro con una atmosfera rarefatta, dapprima di argon, poi di cripton, poi di xenon.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;E’ difficile dire quante lampade ad incandescenza dei vari tipi sono stati prodotte nel mondo ma non si va lontani dal vero parlando di molte diecine di miliardi, il che ha rappresentato anche un grande mercato industriale e commerciale, attraversato da lotte di monopoli. L’unica vera concorrenza al grande mercato delle lampade ad incandescenza è stata offerta dalle lampade fluorescenti; comparse in commercio a partire dagli anni trenta del Novecento sono costituite, come tutti sanno, da tubi con due elettrodi e con la superficie interna rivestita di una polvere bianca. Nel tubo viene praticato un vuoto e immessa una piccola quantità, alcuni milligrammi, di mercurio che si libera allo stato di gas; la scarica elettrica attraverso questo mercurio gassoso produce una radiazione ultravioletta, non visibile, che colpisce il rivestimento interno da cui si genera una luce fluorescente bianco-azzurra. Poco costose, con basso consumo di elettricità, le lampade fluorescenti sono state usate largamente soprattutto per grandi locali, negli uffici, meno nelle abitazioni che hanno preferito la luce “più calda” delle lampade ad incandescenza.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Le lampade fluorescenti, perfezionate, si propongono adesso come surrogati delle lampade ad incandescenza in varie forme, in genere come lampade a basso consumo di elettricità. L’industria è riuscita a produrre lampade fluorescenti con attacchi a vite, adattabili quindi nei portalampade delle lampade ad incandescenza. E’ tutta gloria ? Le lampade a basso consumo di energia pongono problemi alla fine della loro vita utile; bisogna evitare che finiscano nelle discariche e che il mercurio e i sali fluorescenti finiscano nell’ambiente; alcune industrie propongono lampade fluorescenti senza mercurio, altre ancora lampade con LED, dei “diodi”, piccole unità elettriche che emettono luce. Il campo delle invenzioni è tutto aperto. Alcuni si chiedono se veramente il risparmio energetico giustifica le enormi spese per l’acquisto di lampade alternative e guardano, con un po’ di nostalgia, alle vecchie lampade che ci hanno permesso, per tanti decenni, di leggere e scrivere e chiacchierare la sera intorno alla tavola.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-504622935249885128?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/504622935249885128/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/09/crescita-e-declino-delle-lampade-ad.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/504622935249885128'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/504622935249885128'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/09/crescita-e-declino-delle-lampade-ad.html' title='Crescita e declino delle lampade ad incandescenza'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-6452952952399208657</id><published>2011-08-23T09:54:00.000-07:00</published><updated>2011-10-29T23:45:47.886-07:00</updated><title type='text'>Libri di Merceologia</title><content type='html'>&lt;div style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px; text-align: left;"&gt;&lt;div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;A. Bianchi, "Merceologia e istituzioni commerciali", Milano, Hoepli, 1914&lt;br /&gt;.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="left"&gt;&lt;span style="font-family: Times, &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;, serif; font-size: small;"&gt;Giuseppe Calabrò, "Merceologia risorse naturali, merci ed ambiente&lt;em&gt;"&lt;/em&gt;&lt;span style="font-family: Times, &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;, serif;"&gt;, Messina, Scuderi s.a.s., 1999.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: Times, &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;, serif; font-size: small;"&gt;Giovanni Canneri (1897-1964), "Merceologia",&amp;nbsp;Firenze,&amp;nbsp;Casa Ed. Poligr. Universitaria C. Cya, 1937&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-pagination: none;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Canzoneri, F., “Lezioni di Merceologia”, Padova, editrice Universitaria, 1926&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ernesto Chiacchierini e&amp;nbsp;M.C. Lucchetti,&amp;nbsp;&lt;i&gt;Materie prime, trasformazione e impatto ambientale&lt;/i&gt;, Kappa, 1997 &lt;br /&gt;&lt;div align="left"&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px; text-align: left;"&gt;&lt;div&gt;Elvio Cianetti (1916-2009), "Merceologia", Roma, Dets, 1965&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Giovanni Cioncolini, "Merceologia",&amp;nbsp;Firenze, L. Cionini, 1944 &lt;/div&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="left"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="left"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="left"&gt;Ciraolo L., M. Giaccio, A. Morgante e V. Riganti, &lt;i&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;Merceologia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;, Bologna, Monduzzi editore, 1998.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Walter Ciusa (1906-1989), "&lt;span class="title"&gt;Trattato di Merceologia", Torino, Utet, 4a edizione, 1983, 592 pp.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Giovanni D'Amore, "Lezioni di Merceologia",&amp;nbsp;Messina, Providente, 1968&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marco De Vincentis, &lt;a href="http://www.marcodevincentis.net/antroalchimista/III%20Livello%20Merceologia.doc"&gt;http://www.marcodevincentis.net/antroalchimista/III%20Livello%20Merceologia.doc&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Valentino Fortini, "Elementi di Merceologia", Torino, Utet, 2a edizione 1923-24, 2 volumi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Benito Leoci, &lt;i&gt;&lt;span style="font-family: Times, &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;, serif;"&gt;Cicli produttivi e merci&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="font-family: Arial;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial;"&gt;&lt;span style="font-family: Times, &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;, serif;"&gt;, Lecce, Adriatica Editrice Salentina, 1996.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Benito Leoci, "Cicli produttivi e merci", Aracne, 2007&lt;/div&gt;&lt;div style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px; text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial; font-size: xx-small;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;S. Lorusso e M. Porcu, &lt;i&gt;Le frodi alimentari in Italia&lt;/i&gt;, Chiriotti 1989.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify" style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paolo Matcovich, "Compendio di Merceologia", Fratelli Dumolard editori, 1886, pp. 132, 280&lt;/div&gt;&lt;div align="justify" style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="line-height: 100%; margin-bottom: 1px; margin-top: 1px; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;Bruno Notarnicola, "Valutazione del ciclo di vita di impianti per arricchimento dei mosti", Bari,&amp;nbsp;Cacucci, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Michele Piga,&amp;nbsp;"Merceologia ad uso degli Istituti Tecnici, corredata da questionari", Edizioni Cetim, 1979, 279 pp.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maria Proto, "Merceologia e tutela del consumatore", Giappichelli, 2006, 305 pp&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emilio Abelardo Romegialli (1851-1938) e C. Rimatori, "Chimica e Merceologia"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni Ruggieri, "Lezioni di Merceologia", Kappa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giancarlo Santoprete, "Aspetti storici ed evolutivi della cultura tecnologica e merceologica", ETS&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Ventura, A. Collalto, "Introduzione all’analisi delle Merci", ed. Trafford Publishing, Victoria Can. 2006 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Ventura, "Chimica e merceologia doganale", in versi, edizione privata, 2008&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-6452952952399208657?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/6452952952399208657/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/libri-di-merceologia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6452952952399208657'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6452952952399208657'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/libri-di-merceologia.html' title='Libri di Merceologia'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-8470749990603688886</id><published>2011-08-22T03:31:00.000-07:00</published><updated>2011-08-22T23:18:44.060-07:00</updated><title type='text'>Le merci nella storia umana</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;Giorgio Nebbia nebbia @quipo.it&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;Alle radici della società dei consumi&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Molti sono indotti a pensare che la nostra sia, per eccellenza, la "società dei consumi". A ben guardare, invece, tutte le società del passato sono state attratte dai consumi, dall'esibizione della ricchezza, dalle merci di lusso ed esotiche, fonti, allora come oggi, di sprechi, di frodi, di corruzione.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;In epoca romana l'avvento della società dei consumi coincide con la conquista dei paesi del Mediterraneo e con i contatti con i regni ellenistici, creati dagli eredi di Alessandro il grande e cresciuti, con alterna fortuna, nei tre secoli prima di Cristo, in Egitto, in Grecia e in Persia. I regni ellenistici si trovavano in una situazione eccezionale dal punto di vista del traffico delle merci di lusso, costituite da seta e giada provenienti dalla Cina, da profumi e aromi, provenienti dall'Africa centrale e dall'Arabia, da metalli, oro e pietre preziose provenienti dall'India.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Una società abbastanza rigida e austera, come quella della Roma repubblicana, si trovò così di fronte a merci preziose e costose, la cui esibizione era segno di successo sociale, indicava l'appartenenza a classi ricche. Le merci orientali arrivavano accompagnate da nuovi riti e nuove religioni, come avviene attualmente nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti. Anche Roma era potente, aveva a disposizione terre fertili e ricchi raccolti e una industria capace di costruire città e ponti, strade e armi; anche Roma era orgogliosa e superba e alcune classi si erano arricchite con le tasse rapinate nei paesi soggetti, con l'acquisto a basso prezzo di materie strategiche come cereali, metalli, prodotti industriali, da rivendere con lauti profitti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Le giovani generazioni delle classi agiate potevano così alternare pigramente la pratica politica e un po' di imprese militari con la riscossione dei guadagni e dei tributi e cominciarono a guardare incuriosite i nuovi paesi, ad usare nuove merci di lusso e ad adottare nuove abitudini. Quando arrivarono a Roma, nel primo secolo avanti Cristo, i primi tessuti di seta, prodotti in Cina e trasportati da mercanti nomadi attraverso l'Asia fino alla Persia e al Mediterraneo, il loro possesso e la loro esibizione attrassero uomini e donne delle classi agiate romane. Tanto che un austero brontolone e studioso come il comasco Plinio, poteva scrivere, a metà del primo secolo dopo Cristo, nella sua "Storia naturale", parole di deplorazione per le signore romane che giravano per la città coperte di trasparenti indumenti di seta, fonte di eccitazione e ammirazione per gli sfaccendati. E circolavano anche aromi e profumi costosi e droghe, non molto diverse dagli stupefacenti che stanno corrodendo le fondamenta delle società capitalistiche. Anche allora c'era una organizzazione di mercanti e avventurieri che facevano affluire nell’area del Mediterraneo droghe e spezie, ad altissimo prezzo, sapendo dove andarle ad acquistare, nei lontani paesi asiatici. Si ebbe, insomma, nei due secoli prima e dopo Cristo, uno straordinario intreccio di commerci a grande distanza, per via di terra e di mare, la prima grande rivoluzione merceologica della storia, a dimensione, come si direbbe oggi, globale.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Negli ultimi cento anni l'esplorazione degli archivi e dei documenti ha messo a disposizione degli studiosi e dei curiosi informazioni abbastanza accurate sulle vie commerciali che univano l'Oriente e l'Occidente e sulle merci oggetto di scambio, in un flusso che prevalentemente andava dall'Asia verso il Mediterraneo e Roma.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;La via della seta&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Dal 1960 al 1970 nel corso di laurea in Lingue straniere che esisteva, allora, presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Bari, fu attivato un insegnamento complementare di "Storia del commercio con l'Oriente" che fu poi abolito quando fu creata la Facoltà autonoma di Lingue. Era ed è stato, per quanto ne so, l'unico corso del genere in Italia e forse nel mondo e il suo nome derivava dal titolo di un celebre trattato, scritto alla fine del secolo scorso dallo storico tedesco Guglielmo Heyd (1823-1906); le merci avevano, naturalmente, un ruolo centrale e del resto un terzo del trattato di Heyd contiene una grande enciclopedia delle merci scambiate con i paesi orientali.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;La già ricordata "Storia naturale" di Plinio --- pubblicata da Einaudi, in molti volumi, in una accurata traduzione in italiano moderno --- offre già un primo quadro delle merci che arrivavano a Roma dall'Oriente. Ai tempi di Plinio le conoscenze sulla provenienza e sulle vie di commercio delle merci esotiche erano relativamente scarse e imprecise. Tali strade commerciali collegavano la Cina con il Mediterraneo sia per via di terra attraverso l'Asia, sia per via di mare. Plinio non sapeva neanche esattamente di che natura fosse quella seta che attirava la sua indignazione come fonte di scandalo. La seta, come è noto, è una fibra elaborata dal baco per costruire, se così si può dire, il bozzolo entro cui si trasforma in farfalla.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Certamente prima di Cristo i Cinesi avevano scoperto che per ricuperare intatto, come filamento continuo, il lungo filo che il baco avvolgeva intorno al proprio corpo, occorreva uccidere il baco, per immersione in acqua calda, altrimenti la farfalla, nell'uscire dal bozzolo, avrebbe bucato il bozzolo e tagliato il filo di seta in tanti pezzetti corti e inservibili a fini tessili. Poi sapevano che era possibile dipanare dolcemente il filo dal bozzolo ottenendo un filamento sottile e lucido, lungo da mille a duemila metri. Il filo di seta poteva poi essere trasformato in tessuti molto leggeri e belli che erano trasportati in occidente; più tardi la Cina cominciò ad esportare il filato che veniva tessuto in Siria e in Europa, e qualche tempo dopo arrivarono, prima nell'Asia centrale e poi in Occidente, le uova (dette impropriamente "semi") del baco e la tecnica di allevamento del baco e di produzione del filato.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Basta guardare una carta geografica per rendersi conto delle difficoltà che i mercanti dovevano affrontare per portare la seta nel Mediterraneo duemila anni fa. Un documentario in varie puntate, trasmesso dalla RAI nell'estate del 1990, dalle 10 alle 11 di mattina (sfortunatamente ore inaccessibili per chi lavora), raccontava con ricchezza di particolari la via terrestre della sete. Chi vuol saperne di più acquisti i due bei volumi intitolati "La via della seta" pubblicati dal Touring Club Italiano.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il documentario e il primo dei due volumi descrivono un viaggio da Pechino a Venezia fatto da una troupe televisiva giapponese alla ricerca delle testimonianze del passaggio dei commercianti di seta, di giada e di merci orientali. Le fonti di tali viaggi sono rappresentate da resoconti occidentali, del 1200-1300, da testi arabi di viaggio del periodo 800-1200, e, per un periodo anche molto più antico, dai verbali redatti in Cina --- e fortunatamente pervenuti fino a noi in una serie completa --- degli eventi dell'impero cinese da duemila anni a questa parte.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Dagli annali cinesi, scritti e tenuti in ordine da speciali funzionari, i mandarini, estremamente efficienti e accurati, risulta che già duemila anni fa arrivavano alla corte cinese strani personaggi che dicevano di essere ambasciatori di regni lontani, nell'Asia e ancora più in la, regni ricchi e ben disposti a porgere omaggio al grande imperatore della Cina e ad offrire preziosi doni. I doni erano cose spesso di poco valore, raccattate nei vasti territori dell'Asia, ma per lo più sconosciute ai Cinesi. Davanti ad un così rispettoso omaggio il grande imperatore non poteva lasciare andare a mani vuote gli ambasciatori che ripartivano carichi di seta e di altre preziose merci cinesi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Si trattava per lo più di mercanti che si spacciavano per ambasciatori e che, dopo aver traversato l'Asia, si presentavano ai signori dell'India, della Turchia, della Persia, dell'Arabia, del mondo cristiano, spacciandosi di nuovo come ambasciatori del grande imperatore della Cina che mandava i suoi doni, in cambio di denaro o di qualche altro regalo altrettanto prezioso. Un fiorente commercio di baratto era così praticato da mercanti, avventurieri, imbroglioni, che traevano profitto trasportando le merci attraverso deserti infuocati e montagne innevate, attraverso pianure disabitate o terre occupate da popoli continuamente in guerra e da predoni.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Gli annali cinesi raccontano che qualche imperatore più curioso mandò delle spedizioni militari e dei missionari buddisti verso l'Asia centrale, un po' come avrebbero fatto qualche secolo dopo i re cristiani e i papi di Roma quando mandarono i francescani e, più tardi, i gesuiti, a convertire i popoli asiatici, ma anche a capire come erano fatti e quale livello di vita materiale avevano gli infedeli.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Tornati in patria, guerrieri e monaci cinesi hanno raccontato i loro viaggi, i popoli conosciuti, i prodotti delle varie terre, la maggiore o minore ospitalità ricevuta. Nel secondo secolo dopo Cristo un viaggiatore cinese che voleva raggiungere il Mediterraneo e il paese dei "romani" --- che si diceva fossero poi gli acquirenti finali della seta --- fu bloccato e rispedito indietro dai signori dell'Arabia; questi acquistavano le merci cinesi e le rivendevano nel Mediterraneo con lauti guadagni e non avevano nessuna intenzione di tollerare rapporti commerciali diretti fra la Cina e Roma.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il viaggio dalla Siria alla Cina e viceversa durava uno o più anni, a seconda delle condizioni politiche e militari dei paesi attraversati, e il confronto fra le fonti cinesi e arabe e quelle occidentali del 1200-1300 mostra che il percorso non e' cambiato molto nel corso di quindici secoli. Il notissimo "Milione" di Marco Polo e il "manuale" (una delle “pratiche di mercatura”) del fiorentino Francesco Balducci Pegolotti, sono vere e proprie guide di viaggio, con informazioni sui paesi incontrati lungo la strada dell'Asia, sulle merci, la loro qualità, le falsificazioni e frodi, i prezzi, sulle monete usate dai vari popoli, eccetera.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Che cosa si dicevano questi personaggi --- cinesi, turchi, arabi, latini, persiani --- durante i lunghi terribili viaggi ? In che modo comunicavano con popoli che parlavano decine di diverse lingue ? C'era anche allora una specie di lingua "universale", un po' come l'inglese oggi, parlato e capito più o meno bene in Arabia, in Persia, in Russia, fra le cime nevose dell'Himalaya, nei deserti della Siberia e dell’Asia centrale, nelle fertili pianure cinesi ? Che cosa vedevano e copiavano e raccoglievano ?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Non c'è dubbio che attraverso la via terrestre della seta sono arrivati in occidente la carta e la polvere da sparo, la tecnica di stampa a caratteri mobili e gli stupefacenti, la bussola e la giada. Insomma, nel bene e nel male, la conoscenza --- se non vogliamo usare il termine "civiltà" --- ha potuto circolare grazie ai mercanti; gli stessi occhi che sapevano riconoscere la qualità delle merci e la dabbenaggine dei compratori, riconoscevano le novità utili e le raccontavano nei loro paesi di origine.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Ha perciò fatto bene l'Unesco, l'organizzazione delle Nazioni unite per l'istruzione e la scienza, a lanciare un programma proprio intitolato "La via della seta", col fine di ricordare alle genti la grande unità del genere umano, per mostrare che i contatti fra i popoli, e anche i commerci e le merci, sono i grandi veicoli di conoscenza e di pace. A tale fine l'Unesco ha organizzato due grandi spedizioni lungo l’antica via della seta per terra e per mare. La via di terra partiva da Pechino, attraversava Hami, nella Cina occidentale, e costeggiava il terribile deserto del Taklamakan passando per le città carovaniere di Aksu e di Kashgar, l'odierna Kashi. Da qui, lungo due diverse strade che superavano il massiccio dell'Himalaya, i mercanti raggiungevano Samarkanda e Bokhara, nell'odierno Uzbechistan, e poi, attraverso l'Iran, raggiungevano le coste del Mediterraneo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il monopolio di tale commercio e la conquista delle citta' carovaniere ha provocato guerre e ha rovesciato imperi: gia' ai tempi dei Romani, le guerre contro i Parti, che occupavano l'Arabia e la Persia, avevano come fine anche la conquista del terminale occidentale di merci preziose e strategiche, come quelle provenienti dall'Oriente. Un po' come oggi si fanno le guerre per conquistare, o per difendere, i pozzi di petrolio o le miniere di rame, cobalto o tungsteno. Non si creda che, per l'economia di duemila anni fa, la seta, le droghe, le spezie, l'ambra, la giada avessero minore importanza del gas naturale o del cobalto.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il vasto immenso mare&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Per raggiungere dal Mediterraneo la Cina c'era, come alternativa alla via terrestre della seta, la via altrettanto terribile dell'Oceano Indiano. Mentre per la conoscenza della strada terrestre della seta ci sono a disposizioni fonti cinesi e, solo molto piu' tardi, abbiamo fonti arabe e poi quelle europee (le gia' citate opere di Marco Polo, Pegolotti, e altri), la via marittima e' stata descritta gia' duemila anni fa in un poco noto&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;papiro greco scritto da un mercante di cui non si conosce il nome.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Come il libro di Pegolotti era una guida per i suoi colleghi del 1300 che volevano andare in Cina attraverso l'Asia, cosi' il "Periplo del mare eritreo", spiega esattamente come si fa ad andare dall'Egitto a Ceylon e ritorno. Il libretto e' stato scritto probabilmente per altri mercanti della stesso societa' o gruppo, o per propria memoria, e la sua redazione risale ad una data incerta che va fra qualche anno prima di Cristo e qualche anno dopo Cristo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;In quel periodo era stata scoperta la regolarita' dei venti - i monsoni - che corrono sull'Oceano Indiano. Questi venti vanno dall'Africa all'India e alla Malesia nei mesi estivi, da agosto a ottobre, e vanno in senso contrario in primavera, da febbraio a aprile.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Una volta conosciuto questo fenomeno un mercante egiziano o greco-egiziano, come era probabilmente l'autore del "Periplo", poteva partire a gennaio da Alessandria, poteva percorrere il Mar Rosso fino ad Aden, poi poteva veleggiare spinto dai monsoni in modo da essere in India e Malesia alla fine della primavera. Qui poteva scambiare le merci e riprendere il mare, sotto la spinta dei monsoni autunnali; partendo in agosto dall'India, poteva rientrare a casa, in Egitto, a dicembre. E' sorprendente che piccoli esseri umani, davanti all'immensita' degli oceani, potessero osservare eventi geografici intercontinentali e su di essi organizzare la propria vita e i propri traffici.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il "Periplo" spiega che un mercante partiva da Alessandria e raggiungeva il Mar Rosso, probabilmente attraverso canali e laghi navigabili per i piccoli battelli del tempo. Da qui cominciava la navigazione del Mar Rosso, una strada ben nota gia' agli Egiziani; un bassorilievo di oltre mille anni prima di Cristo, a Deir el-Bahri, mostra un grande battello della spedizione che la regina Hatshepsu organizzo' per andare ad acquistare spezie e droghe nella Sabea, l'attuale Yemen, e in Africa orientale. Dalla Sabea veniva la favolosa regina di Saba che visito' Salomone, portandogli - e ricevendone - doni preziosi, una delle forma di baratto a livello statale che era comune nel commercio fra oriente e occidente.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Nel bassorilievo merceologico di Deir el-Bahri appaiono ben disegnate le piante e le merci acquistate e delle stesse merci parla il "Periplo", spiegando in quali porti si trovavano prodotti di buona qualita' e in quali porti le merci erano scadenti. Di ciascun porto vengono indicati i fondali, l'accoglienza riservata dagli abitanti agli stranieri, in qualche caso sono citati i re e le capitali dell'interno.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Arrivato ad Aden il mercante si trovava di fronte al grande oceano; per un po' le navi veleggiavano vicino alla costa meridionale della penisola arabica poi c'erano probabilmente uno o due mesi di navigazione in mare aperto fino alla costa occidentale dell'India.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il secondo volume del gia' ricordato libro "La via della seta", pubblicato dal Touring Club Italiano, racconta e illustra la via marittima per la Cina, una via percorsa non solo dai mercanti occidentali, ma anche dalle navi cinesi che arrivavano, gia' nei primi secoli dell'era cristiana, fino alle coste dell'Africa orientale dove sono state trovate porcellane certamente importate dalla Cina.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il "Periplo del mare Eritreo" e simili resoconti di viaggi per mare fra il Mediterraneo e la Cina lasciano senza risposta molte curiosita': in quanti erano imbarcati sulle navi transoceaniche (non dimentichiamo che stiamo parlando di eventi verificatisi 1500 anni prima del viaggio di Colombo, su percorsi piu' o meno della stessa lunghezza) ? che cosa facevano nelle interminabili notti e nelle torride giornate ? quali erano le condizioni igieniche a bordo ? dove si procuravano l'acqua per dissetarsi e il cibo ? Che cosa trovavano nei porti africani o indiani ? che cosa sapevano dei paesi ancora piu' ad oriente: Ceylon, la Malesia (che i greci conoscevano come il "Chersoneso d'oro"), e dei mari ancora piu' lontani ?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;I mercanti occidentali potevano acquistare la seta e le merci cinesi gia' nelle citta' indiane rifornite regolarmente dai Cinesi per via di terra o per via marittima e nei porti indiani probabilmente si incontravano europei dalla pelle chiara, semiti, popolazioni africane dalla pelle scura, cinesi dagli occhi a mandorla. I ricchi e movimentati porti dell'India erano qualcosa come Londra o New York o Anversa dei nostri giorni, crogioli di popoli e di conoscenze, di civilta' e di avventure gia' venti secoli fa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Alcuni passi della nota raccolta di novelle "Le mille e una notte" e specialmente il lungo racconto del marinaio Sindbad, parlano di eventi e paesi la cui conoscenza proviene certamente dai marinai arabi che allora ormai arrivavano ai porti cinesi; anche le fonti cinesi - i resoconti delle "ambascerie" - contengono, gia' mille anni fa, notizie accurate dei paesi incontrati dai marinai cinesi nei loro viaggi verso Occidente.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Ancora una volta si resta sbalorditi davanti al coraggio dei naviganti che affrontavano spazi sterminati, affidando le loro ricchezze a fragili barche e vele in un mare pieno di tempeste e insidie come l'Oceano Indiano. E' stato probabilmente per superare le incertezze di una navigazione basata soltanto sulle stelle che qualche marinaio cinese ha pensato di applicare a fini pratici la curiosa osservazione che certi pezzi di ferro si dispongono sempre con la punta rivolta nella stessa direzione, che coincideva con quella delle stelle del nord.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;L'avere a bordo delle navi, nelle notti prive di stelle, un sicuro orientamento deve essere stata una rivoluzione simile a quella dell'invenzione della radio. Gli Arabi copiarono dai Cinesi la bussola (come noi la chiamiano in occidente) e i cristiani la copiarono dagli Arabi o dai Cinesi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Le guerre della seta e dell’allume&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Nel frattempo la tecnologia della seta era arrivata a Bisanzio che dal settimo secolo, divento' il centro di coltivazione del gelso, delle cui foglie si nutre il baco da seta, di allevamento del baco e di produzione delle seta greggia; altre produzioni di seta si avevano nei paesi arabi: adesso non si muoveva piu' la preziosa merce, ma si era spostata la tecnologia e la Cina perdeva di importanza come fonte della preziosa fibra.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;I mercanti percorrevano la via della seta portando altre merci e informazioni, mentre cambiavano gli equilibri geopolitici dell'Asia. L'impero dei Mongoli, intorno al 1200, si estendeva dalla Russia alla Cina; le sue strade, sicure e protette, si aprivano a mercanti e missionari occidentali, Arabi e Cinesi. Una grande era di civilta' e di rispetto reciproco caratterizzava l'Asia ed e' in questo periodo, durato circa un secolo, che Marco Polo raggiunge Pechino per via di terra, tornando a Venezia per via di mare.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il flusso delle merci era, bene o male, continuato durante l'espansione dell'Islam e dei Mongoli, con Venezia e Genova che non esitavano a trafficare, nel nome del profitto, con i nemici della cristianità. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Nel 1400 si verificano alcuni eventi rivoluzionari. La rapida espansione, a partire dall'inizio del quindicesimo secolo, dei Turchi, altro popolo nomade, in Asia e poi verso il Mediterraneo, e la conquista di Costantinopoli nel 1453 avevano definitivamente interrotto la via terrestre e marittima di rifornimento delle merci verso l'occidente: spezie, droghe, seta, zucchero, carta, insieme a conoscenze scientifiche, linguistiche, tecniche, geografiche.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Con la crescita e il trionfo dei Turchi una nuova potenza imperiale venne a controllare l'intera via terrestre e marittima dei traffici dal Mediterraneo alla Cina. In queste condizioni gli imperi occidentali, sorti nel frattempo, cercarono merci e fonti di approvvigionamento alternative avviando cosi' la seconda rivoluzione merceologica.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Ad esempio, occupando l'Asia Minore i Turchi si impadronirono delle ricche miniere di allume, indispensabile per l'industria della concia delle pelli e della tintura dei tessuti. Quasi subito furono scoperti giacimenti di allume nell'alto Lazio e in Toscana, a Tolfa, e il papato non esito' a sostituire il proprio monopolio a quello turco e a organizzare un boicottaggio dell’allume degli odiati infedeli.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il papa Paolo II emanò, nel 1465, un anatema “merceologico” che vietava ai cristiani, pena la scomunica, di acquistare allume diverso da quello di Tolfa. Giulio II con una bolla del 1506 confermò la scomunica a chi cercava di acquistare l'allume dagli odiati Turchi e, ad ogni buon conto provvide ad applicare sulla importante merce una tassa di esportazione che, diceva, avrebbe dovuto finanziare una nuova grande crociata. A riprova dell'importanza dell'allume, Lorenzo de' Medici manifestò la sua magnificenza conquistando col ferro e col fuoco Volterra e le sue miniere (1472) e da parte loro gli inglesi non esitavano ad acquistare dagli infedeli a minor presso la preziosa materia prima.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Per i papi il peccato era così grave che la scomunica per gli acquirenti dell’allume turco era&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;esclusa da quelle condonabili a pagamento, secondo l’ordinanza di Leone X del 1517, quella famosa che indusse l’indignato Lutero ad appendere, nello stesso anno, alle porte della chiesa di Wittenberg, le 95 tesi da cui nacque la riforma protestante.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Del resto la pratica di&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;mischiare affari e salvezza dell’anima non era strana. Una bolla di Giulio III del 1553 vietava di importare sale negli stati della chiesa, in concorrenza con quello prodotto nelle loro saline di Cervia e il divieto fu rafforzato con pena di scomunica dalla bolla di Gregorio XIII nel 1577, e poi, con pene in denaro, ma senza più scomunica, da Clemente VIII nel 1597.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Andiamo a cercare la via delle spezie&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Comunque gli affari sono affari e se i Turchi venivano a possedere il controllo dei traffici fra Oriente e Occidente, forse si poteva cercare di raggiungere l’Oriente per via di mare. In questa atmosfera di tensioni, guerre, scarsità di merci, aumento dei prezzi delle merci pregiate, i Portoghesi tentarono di raggiungere le Indie e l'estremo Oriente, e le relative merci, circumnavigando l'Africa (1497-98) e Colombo cerco' di farsi finanziare una spedizione con l'obiettivo di raggiungere la Cina navigando verso occidente (1492).&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span lang="FR" style="font-size: 12pt; mso-ansi-language: FR; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;"Vamos a buscar las vias de la specierias". &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;E la via delle spezie portò Colombo e i suoi a imbattersi in un altro continente, vastissimo e ricco di merci in parte simili a quelle orientali e in parte del tutto nuove. Ricco fra l'altro di oro e argento che i nativi sapevano estrarre e lavorare e che sollecito' subito l'avidità degli spagnoli.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;E' questo il risvolto imperialistico della "scoperta" dell'America, la lunga scia di sangue e di dolore e di oppressione dei nativi, che ha accompagnato e seguito la "conquista", motivata non da spirito scientifico o da genuino interesse di diffondere la cultura e la "civiltà" bianca e cristiana, ma da genuina e rapace avidità di conquista di terre e di merci. E' stata, insomma, una grande operazione merceologica in un periodo di grandi crisi merceologiche in un momento di espansione economica dell'Europa, in cui la richiesta di merci orientali o di loro surrogati non solo aumentava, ma diventava essenziale per la sopravvivenza delle industrie e dei traffici.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;I nuovi stati che si formano, dapprima come colonie e poi come stati indipendenti, si scatenano in lotte per la conservazione dei monopoli dei traffici, sobillati dai paesi occidentali che esercitano il loro controllo sulle merci e le materie prime locali., con l’intervento tecnico-finanziario delle compagnie occidentali.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Le guerre della gomma&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;La prima nuova, merce “strategica” americana, destinata a scatenare guerre e massacri, fu scoperta gia' nei primi anni della conquista: si trattava di un materiale elastico, tratto dalle incisioni praticate sulla corteccia di un albero che gli indigeni chiamavano con un nome che fu tradotto come "caucciu'" e che ha il nome botanico di &lt;u&gt;Hevea brasiliensis&lt;/u&gt;. Dalle incisioni usciva un lattice liquido che coagulava al fuoco e si trasformava in un prodotto solido elastico con cui, dice la leggenda, i nativi facevano delle specie di palle. Il succo, o lattice, che esce dalla corteccia della piante di &lt;u&gt;Hevea&lt;/u&gt; e' una emulsione, cioè una dispersione finissima in acqua di una macromolecola, il poli-isoprene; lasciata a se' o scaldata, l'emulsione si rompe e si separa la gomma greggia&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Dapprima la gomma fu considerata una curiosità, ma quando i conquistatori entrarono in Amazzonia incontrarono intere foreste di &lt;u&gt;Hevea&lt;/u&gt; e portarono con se' in Europa alcuni campioni del nuovo materiale che furono già analizzati e studiati alla fine del 1700. Nei primi anni del 1800 l'inglese Macintosh scopri' che la gomma greggia si scioglieva in essenza di trementina; se una tela veniva impregnata con questa soluzione diventava impermeabile all'acqua. Nacque così l'indumento impermeabile che ancora oggi in Inghilterra si chiama "macintosh".&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Per questa e per poche altre applicazioni la gomma greggia comincio' ad essere importata in Europa. Agli inizi del 1800 le ruote dei veicoli erano di legno rivestito con un cerchione di ferro per cui il moto dei veicoli era lento e rumoroso. Qualcuno penso' di sostituire il cerchione di ferro con uno strato di gomma greggia, ma la copertura di gomma, pur essendo elastica e silenziosa, durava poco e la gomma, col caldo e col freddo, diventava appiccicosa o fragile.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Decine di persone cercarono di modificare chimicamente la gomma per renderla più resistente. Fra questi uno dei più ostinati fu Charles Goodyear (1800-1860) il quale, nel 1839, negli Stati Uniti, scopri' che una miscela di gomma, zolfo e bianco di piombo, opportunamente scaldata, si trasformava in un materiale del tutto nuovo, resistente, elastico, stabile, che fu chiamato gomma vulcanizzata.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;La scoperta ebbe conseguenze rivoluzionarie: si scopri' che la gomma vulcanizzata aveva numerosissime applicazioni, per esempio era adatta finalmente alla preparazione di buone coperture per le ruote dei veicoli. La richiesta di gomma greggia aumento' e il Brasile, nel cui territorio si trovavano estesissime foreste di alberi della gomma, venne a trovarsi in una posizione di monopolio e fu investito da una ondata di ricchezza. La richiesta di gomma passo' da 800 tonnellate, nel 1840, a 30.000 tonnellate all'anno nel 1890. Ricche citta' della gomma sorsero sull'alto corso del Rio delle Amazzoni, aull'Orinoco e sul Madeira.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Nella fretta di estrarre la massima quantita' di gomma nel piu' breve tempo i raccoglitori di gomma praticavano tagli profondi nelle piante che cosi' morivano. Con questo barbaro modo di sfruttamento, gli alberi della gomma perirono a milioni con gravi conseguenze per il futuro. Ma al futuro non pensava nessuno; c'erano, davanti a se’, altri (apparentemente) sterminati boschi da sfruttare. Gia' nel secolo scorso e' cosi' cominciato quell’assalto all'Amazzonia che continua anche ai nostri giorni, anche se sono diverse le merci strappate alla grande foresta tropicale.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Per l'estrazione della gomma e per il trasporto della gomma greggia venivano impiegati, in condizioni di schiavitu', gli indigeni; mentre la febbre della gomma portava incredibili ricchezze nelle citta' sorte sui fiumi vicino alle foreste, la popolazione di nativi mori' per le malattie, la fatica, la fame, in uno dei grandi genocidi provocati dalla avidita' merceologica.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Le foreste di piante della gomma erano in una zona dagli incerti confini, fra Brasile, Peru, Ecuador, Bolivia e Colombia. La Bolivia fu uno dei paesi che comincio' a produrre gomma in concorrenza col Brasile; comincio' cosi' una lunga guerra fra Brasile e Bolivia, durata fino alla pace di Petropolis del 1903. La Bolivia dovette cedere al Brasile vasti territori della regione di Acre, ma ormai vi restavano ben pochi alberi della gomma.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Mentre i paesi padroni delle materie prime si scannavano fra loro, i paesi industriali guardavano lontano: ormai della gomma non potevano piu' fare a meno per la fabbricazione di fili elettrici, di tubi, delle coperture per le ruote delle carrozze, delle biciclette e, a partire dalla fine del 1800, delle automobili.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;L'Inghilterra fu la prima a rompere il monopolio del Brasile. Benche' il Brasile sorvegliasse strettamente le esportazioni, per evitare che venissero portati altrove i semi delle preziose piante di &lt;u&gt;Hevea&lt;/u&gt;, il governo inglese incarico' il coltivatore Henry Wickham di far uscire dal Brasile alcune piante per trasferirne la coltivazione nelle colonie inglesi. Dopo un viaggio avventuroso, nel 1876 le prime piantine della&lt;span style="mso-spacerun: yes;"&gt;&amp;nbsp; &lt;/span&gt;gomma furono messe a dimora e coltivate nel giardino botanico di Londra; da li' le piante furono trasferite a Ceylon e poi in Malesia dove la produzione di gomma "inglese" comincio' nel 1907.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Gli olandesi cominciarono a coltivare gomma nelle loro colonie a Giava; i belgi nelle loro colonie africane; i francesi in Indocina. Infine, durante la prima guerra mondiale, fu messo a punto un primo metodo di produzione "sintetica” della gomma che fu perfezionato successivamente, tanto che oggi la produzione di gomma sintetica supera del doppio la produzione della gomma naturale. Il vantaggio della distruzione delle foreste sudamericane e' stato effimero, ma le conseguenze ecologiche di tale distruzione sono durature.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Le guerre del salnitro&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;La storia dei nitrati - l'altra importante merce strategica "americana" - comincia più tardi, nei primi anni del 1800; le guerre imperialiste fra Francia, Inghilterra, Germania, Austria richiedevano crescenti quantità di esplosivo e in quel tempo l'unico esplosivo disponibile era la polvere nera, costituita da una miscela di carbone, zolfo, nitrato di potassio (che poteva essere sostituito con nitrato di sodio).&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Nello stesso periodo i biologi studiano e scoprono che la resa delle piante dipende dalla presenza nel terreno di sostanze nutritive, fra cui un ruolo importante ha l'azoto: l'addizione al terreno di nitrato di sodio aumenta la produzione agricola in un momento in cui sta aumentando la popolazione mondiale, il livello di vita in Europa e nel Nord-America, la domanda di cibo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Intorno al 1820 alcuni esploratori scoprirono la presenza di grandi giacimenti di nitrato di sodio nell'altopiano del deserto di Atacama, una zona disabitata che si trovava fra le Ande e il Pacifico, assegnata alla Bolivia nella spartizione dei domini sudamericani, al sud del Peru e al nord del Cile. Il nitrato di sodio si era formato nel corso di millenni dalla mineralizzazione, nelle condizioni aride e calde dell'altopiano, di grandi depositi di guano, un materiale ricco di azoto e fosforo costituito da escrementi di uccelli.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il guano si prestava come concime, il nitrato di sodio come ingrediente per la polvere da sparo. A partire dal 1820 lo sfruttamento di questi giacimenti cominciò ad opera di qualche societa' anglo-cilena. La Bolivia, proprietaria del territorio, quando si accorse che la produzione aumentava, tentò di trarne un vantaggio applicando una imposta sull'esportazione (anche in questo caso simile all'imposta che i paesi produttori di petrolio applicano sul petrolio estratto dal loro territorio).&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Tale imposizione offrì la scusa per l'intervento militare del Cile, apparentemente a tutela degli interessi degli imprenditori cileni, ma in realtà in vista della possibilità di trarre maggiori profitti dai preziosi nitrati. Nella lunga "guerra dei nitrati" il Peru intervenne al fianco della Bolivia contro il Cile e il Cile sconfisse in varie battaglie Peru e Bolivia; il 14 febbraio 1879 i cileni conquistarono Antofagasta, il porto boliviano dove s'imbarcava la maggior parte del salnitro destinato all'Europa, poi occuparono Tacna e Arica e alla fine anche Callao e Lima. Il Cile costrinse la Bolivia a cedergli tutte le coste e l'altopiano, escludendola cosi' dall'accesso al mare e dai preziosi giacimenti di salnitro.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il Cile, avendo conquistato alla fine il monopolio quasi assoluto di questa sostanza, per ripagarsi i costi della guerra aumentò i dazi di esportazione e il prezzo del salnitro aumentò, nei decenni che videro le grandi guerre imperialiste e l'avvio dell'agricoltura moderna. Ma anche in questo caso i vantaggi derivanti al Cile dal monopolio dei nitrati durarono poco: erano ormai maturi i tempi per "estrarre" l'azoto presente in quantità quasi illimitate nell'atmosfera. I primi sistemi per la produzione di nitrati e di ammoniaca sintetica risalgono agli ultimi anni del 1800 e il monopolio cileno declinò, anche per il rapido graduale esaurimento dei giacimenti, e finì già nei primi anni del 1900.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Oro, argento, gomma, nitrati, furono soltanto alcune delle merci rese disponibili dalla conquista. Del resto le guerre merceologiche americane avevano la stessa sequenza sequenza a cui abbiamo assistito nei recenti eventi petroliferi: nel 1953 l'iraniano Mossadeq si ribella al controllo inglese del petrolio, ed e' abbattuto poco dopo col ritorno dello Scia; nel 1956 inglesi e francesi intervengono a Suez sempre per il controllo del petrolio, e devono poi ritirarsi, ma contribuiscono a scatenare, l'anno dopo, la III guerra arabo-israeliana, con conseguente chiusura del canale di Suez; nel 1969 Gheddafi conquista il potere e nazionalizza il petrolio della Libia; nel 1973 i paesi petroliferi applicano nuove tasse sul petrolio; nel 1979 Khomeini conquista il potere e nazionalizza il petrolio iraniano, ma l'anno dopo viene sobillata la guerra, durata dieci anni, con il vicino paese petrolifero Irak. In tali anni, spaccato il cartello dei paesi petroliferi, il prezzo del petrolio torna a valori "normali", grazie anche all’afflusso del petrolio e del gas naturale della Russia ormai “decomunistizzata”, ai giacimenti di vari paesi sottosviluppati, e riprende la crescita dei consumi, non turbata dalla guerra del 1991 fra Irak e Kuwait, con la benedizione e le armi dei paesi industriali. E anche per il petrolio c’è da chiedersi, come per l’allume, la gomma e il salnitro, fino a quando ?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt;"&gt;Il ripensare ai rapporti fra merci e potere induce a chiedersi se gli esseri umani non impareranno mai a mettere da parte l'avidità e l'oppressione, cercando invece di trarre dalla Terra e dalla natura le loro ricchezze, considerate come "bene comune" di tutta l'umanità considerate come beni non illimitati da usare con cura, pensando alle generazioni future. Per dirla con un termine moderno, riusciranno mai gli esseri umani a inventare uno sviluppo meno insostenibile dell’attuale --- e umano ?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-8470749990603688886?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/8470749990603688886/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/le-merci-nella-storia-umana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/8470749990603688886'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/8470749990603688886'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/le-merci-nella-storia-umana.html' title='Le merci nella storia umana'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-5814004687665790437</id><published>2011-08-18T23:44:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:03:55.923-07:00</updated><title type='text'>C. Tricase, "Combustibili dalla biomassa"</title><content type='html'>Caterina Tricase (Università di Foggia), "Potenzialità e prospettive della produzione di biofuels", Workshop sul tema: "Lo sviluppo del mercato energetico in Puglia: energie rinnovabili ed implicazioni economiche-finanziarie", Foggia, 5 luglio 2011.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none; text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-size: 10.5pt;"&gt;In linea di principio, il potenziale contributo delle biomasse alla futura offerta mondiale di energia potrebbe consentirgli di svolgere un ruolo importante nell’offerta energetica mondiale, ma i&amp;nbsp;vari studi&amp;nbsp;ed analisi hanno mostrato una vasta gamma di valutazioni. La diversità è influenzata dalle metodologie, le ipotesi sui terreni disponibili, le rese agricole e le differenze dei costi di produzione stimati. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none; text-align: justify;"&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; mso-layout-grid-align: none; text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-size: 10.5pt;"&gt;I biofuels, definiti come i combustibili&amp;nbsp;solidi, liquidi e gassosi derivanti dalla biomassa, non potranno rappresentare la soluzione finale della questione energetica o ambientale. Essi potranno contribuire ad ampliare l’offerta energetica, e favorire la diffusione di sistemi energetici locali. Nel caso dei trasporti poi vanno ipotizzate alternative valide oltre a riflessioni sulle abitudini dei singoli al fine di giungere a radicali cambiamenti nelle politiche energetiche dei singoli Stati ma anche dell’intero pianeta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-size: 10.5pt;"&gt;Sicuramente le ricerche scientifiche e le applicazioni tecnologiche dovranno orientarsi verso materie prime diverse da quelle attuali e processi fortemente innovativi con lo sguardo attento a non ledere i diritti essenziali degli essere umani (alimentazione, qualità della vita dignitosa, ecc.) ed avere maggiore consapevolezza della limitatezza delle risorse naturali.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-size: 10.5pt;"&gt;Per il testo integrale della relazione si può prendere contatto con l'autrice: &lt;a href="mailto:c.tricase@unifg.it"&gt;c.tricase@unifg.it&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 10.5pt;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-5814004687665790437?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/5814004687665790437/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/c-tricase-combustibili-dalla-biomassa.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5814004687665790437'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5814004687665790437'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/c-tricase-combustibili-dalla-biomassa.html' title='C. Tricase, &quot;Combustibili dalla biomassa&quot;'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-5879544852566341405</id><published>2011-08-16T23:04:00.000-07:00</published><updated>2011-08-16T23:04:43.529-07:00</updated><title type='text'>La guerra delle terre rare</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;strong&gt;2011 Anno Internazionale della Chimica&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;i&gt;&lt;u&gt;La Gazzetta del Mezzogiorno&lt;/u&gt;&lt;/i&gt;, domenica 6 dicembre 2009&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;Giorgio Nebbia &lt;a href="mailto:nebbia@quipo.it"&gt;nebbia@quipo.it&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Dimitri Mendeleev (1834-1907), il grande chimico russo, è ricordato principalmente per aver “scritto”, nel 1869, una tabella nella quale aveva disposto in ordine di peso atomico crescente tutti i 63 elementi noti al suo tempo. A mano a mano che procedeva, quando trovava un elemento con proprietà chimiche simili a quelle di uno già incontrato, lo scriveva in una casella sotto il primo, e così via. In questo modo ciascuna riga conteneva atomi con proprietà diverse e ciascuna colonna conteneva atomi con proprietà simili. Le righe si chiamano oggi “periodi” e le colonne “gruppi”. Era una intuizione sbalorditiva: infatti quando veniva scoperto un nuovo elemento, ancora Mendeleev in vita, questo andava a collocarsi proprio in una delle caselle lasciate vuote; non solo, ciascuna posizione nella tabella mostrò di avere un significato chimico ben preciso. Immagino il dispiacere di Mendeleev nel vedere che nella sua tabella c’erano degli enormi vuoti. Dopo il lantanio, che ha peso atomico 138 (138 volte il peso dell’idrogeno) conosceva il cerio che pesava 140 (un metallo usato negli accendini a sfregamento), ma l’elemento successivo noto pesava 180. Deve essere contento, là dove ora si trova, vedendo che tutte le caselle sono state riempite e anzi che quel vuoto è ora pieno di ben 17 elementi: i primi due sono lantanio e cerio, seguiti da elementi dai nomi poetici: neodimio, promezio, samario, europio, lutezio, eccetera, chiamati, per la loro limitata diffusione, ”terre rare”.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Non varrebbe la pena di parlare delle terre rare, o “elementi lantanidi” se non fossero venuti ad occupare delle posizioni commerciali e strategiche enormi, al punto che c’è un intenso crescente sfruttamento delle poche miniere in cui si trovano a bassissima concentrazione, ”rari” appunto. Tanto per capirci ve li nomino tutti, in ordine: lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tallio, itterbio, lutezio. Guardate le pale dei motori eolici che si stagliano contro il cielo delle nostre colline, ruotando lentamente e producendo elettricità. Ebbene questo è possibile perché sono stati inventati dei magneti permanenti che trasformano la rotazione delle pale in elettricità e tali magneti sono costituiti da una lega neodimio-ferro-boro contenente circa il 27 % di neodimio. La lega è stata scoperta quasi contemporaneamente nel 1982 dall’americana General Motors, dalla giapponese Sumimoto e dall’Accademia delle Scienze cinese. Una turbina da 1 megawatt di potenza contiene magneti che richiedono circa 200 chili di neodimio.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Sentite parlare delle automobili ibride, a benzina e elettriche, come la soluzione ecologica del futuro ? ebbene anche in ognuna di queste c’è un motore elettrico con magneti permanenti contenente neodimio. Le auto elettriche, poi, hanno bisogno di batterie di accumulatori a idruri di nichel che richiedono uno degli elementi delle terre rare, il lantanio, con aggiunta di praseodimio, disprosio e terbio. Il neodimio è indispensabile anche in tutti i magneti permanenti di cui siamo circondati, dalla superficie dei CD e dei DVD, a quelle strisce nere delle carte di credito, senza le quali non si potrebbero fare acquisti.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Siete contenti dei bei colori brillanti delle immagini del vostro televisore ? I vivaci toni del rosso sono possibili perché il rivestimento del video contiene europio. I grandi progressi degli schermi di computers e di telefoni cellulari con cui si può comunicare col tocco di un dito sono stati resi possibili da rivestimenti di ossido di indio e stagno. Senza contare l’uso del lantanio nella raffinazione del petrolio e di terre rare nelle ultrasofisticate apparecchiature militari.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;La richiesta dei metalli delle terre rare sta rapidamente aumentando e aumenta anche il prezzo dal momento che il monopolio della loro estrazione è cinese, e i cinesi fanno sapere di voler limitare l’esportazione delle terre rare per usarle tutte nei loro grandi progetti di diffusione dei motori eolici e di sviluppo dell’elettronica di consumo che producono e esportano in tutto il mondo. Oltre il 90 per cento di tutte le terre rare prodotte nel mondo, poco più di 100.000 tonnellate all’anno, sono estratte da una grande miniera che si trova a Bayanobo nell’altopiano della Mongolia. La Cina produce il 100 percento delle tre terre rare più “strategiche”: disprosio, terbio e europio, assorbe il 60 % della propria produzione e esporta il resto, ma il grande paese è in rapida espansione e si prevede che aumenterà l’uso interno e diminuirà l’esportazione di terre rare.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Si può immaginare che i paesi occidentali siano ben preoccupati e cerchino altri giacimenti dei minerali da cui è possibile estrarre terre rare. A Mountain Pass, in California, c’è una grande miniera che, negli anni ottanta, era arrivata a produrre 20.000 tonnellate all’anno di lantanio e ossidi misti di neodimio e praseodimio; fu poi chiusa nel 2002 quando la Cina cominciò a invadere il mondo con le proprie terre rare a basso prezzo. Altri giacimenti da cui estrarre terre rare, ma con maggiori costi, si trovano in Canada, in Australia, in Russia; per inciso i minerali contenenti terre rare sono accompagnati da altri contenenti gli elementi radioattivi torio e uranio. Se cesseranno le esportazioni cinesi di terre rare aumenterà il prezzo di molte apparecchiature elettroniche, dei motori eolici e delle tanto attese auto elettriche. Inutile dire che c’è una grande agitazione nei mercati mondiali dei metalli e una febbrile ricerca di nuove leghe adatte per la fabbricazione di magneti permanenti. Una di queste è costituita da cobalto e samario che però è anche lui un elemento delle terre rare. Insomma gli elementi che Mendeleev non conosceva si stanno rivelando più preziosi dell’oro e dei diamanti.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Nell'agosto 2011 è stato pubblicato un rapporto sullo stato delle terre rare nel mondo nel sito:&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;a href="http://www.criticalrareearthsreport.com/downloads/cre-0811.pdf"&gt;http://www.criticalrareearthsreport.com/downloads/cre-0811.pdf&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-5879544852566341405?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/5879544852566341405/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/la-guerra-delle-terre-rare.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5879544852566341405'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5879544852566341405'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/la-guerra-delle-terre-rare.html' title='La guerra delle terre rare'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-3176975169775315614</id><published>2011-08-14T08:46:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:04:31.175-07:00</updated><title type='text'>Crescita di che cosa ?</title><content type='html'>La Gazzetta del Mezzogiorno, mercoledì 8 agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due vite parallele a migliaia di chilometri di distanza. Un ingegnere nordamericano, Jay Forrester (nato nel 1918), specializzato nella progettazione dei calcolatori elettronici, docente nel prestigioso Massachusetts Institute of Technology, stava utilizzando, già negli anni cinquanta, i calcolatori per risolvere dei problemi di previsione. Per esempio come cresce la produzione industriale in seguito alla crescita o alla diminuzione dei soldi disponibili; come la mobilità in una città è influenzata dalla crescita del numero degli abitanti, delle automobili o dei mezzi di trasporto pubblico. Forrester aveva chiamato “dinamica dei sistemi” lo studio dei rapporti fra fenomeni il cui cambiamento può essere previsto mediante equazioni matematiche differenziali. Per inciso, equazioni simili erano già state usate trent’anni prima, per descrivere come aumentano le popolazioni animali, dagli studiosi di ecologia, un esempio della unità dei fenomeni dell’economia e dell’ecologia. Forrester aveva pubblicato libri di grande successo come “Industrial dynamics” (1961) e “Urban dynamics” (1969).&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dall’altra parte del continente americano, in Argentina, un economista italiano, Aurelio Peccei (1908-1984), alto dirigente della Fiat e di imprese impegnate nella progettazione e costruzione di opere pubbliche nei paesi emergenti, aveva cominciato a chiedersi quale avrebbe potuto essere il futuro dell’umanità davanti ad una popolazione rapidamente crescente, ad una crescente richiesta di beni materiali e di risorse materiali; negli anni sessanta si cominciavano infatti a vedere i segni di quella che sarebbe stata chiamata la crisi ecologica. L’incontro fra Peccei e Forrester, nel 1968, è stata l’occasione per progettare una ricerca sul futuro dell’umanità. Peccei aveva creato da poco il “Club di Roma”, un circolo internazionale di intellettuali attenti al futuro, che dette incarico a Forrester di analizzare il sistema planetario globale con le sue tecniche. Il risultato fu rivoluzionario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1971, quarant’anni fa, Forrester e i suoi collaboratori, i giovani coniugi Meadows, furono in grado di presentare al Club di Roma i risultati di uno studio che analizzava le conseguenze di una continua crescita della popolazione mondiale. Lo studio non faceva previsioni, ma indicava che la crescita della popolazione avrebbe richiesto una crescita della produzione industriale, della richiesta di prodotti agricoli alimentari e che di conseguenza si sarebbe verificata una crescita dell’inquinamento planetario e un impoverimento delle riserve di risorse non rinnovabili come petrolio, carbone, minerali, eccetera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le anticipazioni dello studio cominciarono ad arrivare anche in Italia; furono inviate nel 1971 da Aurelio Peccei, presidente del Club di Roma, al Senato dove era in corso una indagine sui problemi dell’ecologia; furono oggetto di uno speciale fascicolo della rivista inglese “Ecologist”, subito tradotto in italiano da Laterza col titolo: ”La morte ecologica”, e alla fine divennero un agile libretto, pubblicato in molte lingue contemporaneamente, intitolato “I limiti alla crescita” (ma l’edizione italiana fu pubblicata con un titolo ingannevole, “I limiti dello sviluppo”).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel libro erano contenuti alcuni grafici, ottenuti con i calcolatori elettronici, da cui appariva che se fosse continuata la crescita della popolazione mondiale ai ritmi che nel 1970 erano di 80 milioni di persone all’anno, un giorno non ci sarebbero state risorse e materie prime sufficienti e sarebbero scoppiati conflitti per la loro conquista, la scarsità di cibo avrebbe diffuso epidemie e morti per fame, l’inquinamento avrebbe diffuso malattie e le condizioni di vita della popolazione mondiale sarebbero peggiorate al punto da provocare un forzato declino del numero dei terrestri. Se ciò fosse avvenuto, la minore popolazione restante avrebbe potuto far fronte ai problemi di scarsità e di inquinamento. Altrimenti la crescita della popolazione e della produzione industriale e della pressione sull’ambiente sarebbero diventate un giorno insostenibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il libro fu venduto nel mondo a milioni di copie, provocò innumerevoli dibattiti e critiche. Fu visto con interesse dal nascente movimento ambientalista (stiamo parlando del 1971-72); il mondo cattolico intravvide dietro le curve tracciate dai calcolatori lo spettro del detestato Thomas Malthus (1766-1843), l’economista inglese che per primo, nel 1799, aveva auspicato un controllo delle nascite; i comunisti sostennero che in una società socialista la pianificazione avrebbe risolto tutti i problemi. Ma soprattutto si arrabbiarono gli economisti che furono spietati nella critica di un testo che metteva in discussione il mito fondamentale della scienza economica, quello della crescita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo pochi anni, peraltro, l’interesse per i “Limiti alla crescita” declinò; due aggiornamenti a venti e trenta anni dalla prima edizione passarono quasi inosservati. Finalmente, proprio in questo periodo di disordine economico mondiale, il prof. Ugo Bardi dell’Università di Firenze ha ripreso in mano lo studio del Club di Roma, analizzandolo alla luce di quanto è avvenuto negli ultimi decenni in un libro, pubblicato nei giorni scorsi dall’editore internazionale Springer, col titolo, tradotto in italiano: “I limiti alla crescita rivisitati”. Il grande interesse del libro sta nella ricostruzione storica degli eventi che hanno portato alla pubblicazione, quarant’anni fa, del libro del Club di Roma, nella rassegna delle lodi e critiche che il libro ha suscitato nel mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma l’importanza del libro di Bardi sta soprattutto nell’esame di come sono cambiate, negli ultimi quarant’anni, le variabili allora considerate: il numero dei terrestri e le condizioni di benessere, la produzione di merci industriali e agricole, la disponibilità di risorse non rinnovabili e l’inquinamento ambientale. Purtroppo, al di là dei numeri assoluti, molte tendenze indicate nel libro si sono verificate: il prof. Bardi è il presidente della sezione italiana di una associazione internazionale per lo studio del “picco” del petrolio (ASPO) che analizza come nel mondo, a mano a mano che “cresce” la domanda di una risorse non rinnovabile (sia petrolio o zolfo, litio o la stessa fertilità del suolo) l’entità delle riserve residue diminuisce e crescono le tensioni e le guerre per conquistare quanto resta: nello stesso tempo cresce l’inquinamento ambientale e crescono i danni alla salute e al benessere delle persone sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il messaggio che emerge da una rilettura del libro sui “limiti alla crescita” non è di disperazione; niente a che fare con possibili “limiti dello sviluppo” umano, che dipende dalla libertà, dalle condizioni igieniche e alimentari, dalle conoscenze, e che può benissimo crescere anche in un mondo con meno e differenti merci e consumi e minore sfruttamento della natura. Il libro anzi stimolava a fare, come diceva Croce, “delle difficoltà sgabello” a condizione di riconoscere che la “crescita”, quel nome magico, che canoro discende dalle bocche di economisti, uomini politici e imprenditori, dipende dalle cose materiali, e che la crescita della produzione delle merci (siano acciaio per le navi o cemento per gli edifici, o occhiali, o conserva di pomodoro, o divani, o telefoni cellulari) comporta una inevitabile diminuzione delle risorse disponibili per le generazioni future e una inevitabile crescita della quantità di gas e di sostanze che inquinano l’aria e i fiumi e il suolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questa realtà, alla necessità di scegliere, sotto questi vincoli naturali, che cosa produrre, la rilettura dei “Limiti alla crescita”, offerta dal libro di Bardi, richiama coloro che devono prendere delle decisioni per il futuro dei singoli paesi e dell’intera comunità umana. Non a caso i rapporti risorse-merci-ambiente (per citare il titolo di un dimenticato libro del 1966) sono l’oggetto degli studi universitari di Merceologia; non a caso il prof. Bardi è un chimico, docente delle disciplina che, per eccellenza, insegnano a fare i conti con i chili di materia e i chilowattora di energia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-3176975169775315614?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/3176975169775315614/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/crescita-di-che-cosa.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3176975169775315614'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3176975169775315614'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/crescita-di-che-cosa.html' title='Crescita di che cosa ?'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-4926544161395261051</id><published>2011-08-09T08:41:00.000-07:00</published><updated>2011-08-23T07:45:11.424-07:00</updated><title type='text'>Persone della Merceologia: Ottilia De Marco (1934-2009)</title><content type='html'>Elsa M. Pizzoli e Gigliola Camaggio, “Introduzione” a: G. Camaggio e altri (a cura di), “Raccolta di alcuni scritti della studiosa Ottilia De Marco”, Bari, WIP Edizioni, 2011, ISBN 978-88-8459-197-S, p. 5-7&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno studioso non muore mai; può morire biologicamente ma il suo contributo resterà per sempre, fino a che esistono delle biblioteche, degli schedari … e fino a che funziona Internet. Questo vale certamente per Ottilia De Marco, professore emerito dell’Università di Bari. Nata nel 1934, orgogliosa della sua origine e cultura salentina, Ottilia De Marco ha affrontato presto le ricerche in quello che era l’Istituto di Merceologia di Bari ottenendo la libera docenza (quando ancora esisteva) e raggiungendo la cattedra di professore ordinario di Tecnologia dei cicli produttivi. Questa disciplina, originariamente nata da una costola della Merceologia, Ottilia De Marco ha saputo far diventare il centro di ricerche di rilievo internazionale, punto d’incontro e sintesi nei rapporti fra chimica, economia e ecologia. Ha infatti impostato i suoi corsi universitari e la sua ricerca sull’analisi dei “flussi” di materiali, di materie prime, di merci agricole industriali, attraverso l’economia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Tecnologia dei cicli produttivi è così diventata, grazie a Ottilia de Marco, la sede di analisi della circolazione della materia e dell’energia dalla natura, ai processi di produzione, a quelli di “consumo”, tenendo conto che tutti i materiali entrati in ciascun processo “devono” ritrovarsi alla fine sotto forma o di beni fisici utili, di merci, o di residui e rifiuti, merci anch’essi, sia pure negativi, con cui fare i conti per la loro sistemazione finale ma anche da cui possibilmente trarre altre materie ed energie.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Grazie ad Ottilia De Marco, la Tecnologia dei cicli produttivi ha così anticipato i problemi che sarebbero stati al centro dei dibattiti sul “riciclo” dei rifiuti, sugli effetti ecologici delle scorie della produzione e del consumo, insomma di molti aspetti dell’ambientalismo che spesso dimentica le vere radici, culturali e merceologiche, appunto, dei problemi con cui deve confrontarsi. Tanto che i lavori e contributi scientifici di Ottilia De Marco hanno destato attenzione e apprezzamento a livello internazionale e le sue pubblicazioni sono fra le poche italiane, citate negli studi sulla contabilità economico-ecologica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la curiosità e la passione di Ottilia De Marco andava molto al di là degli interessi “ufficiali” scientifici e universitari. Dotata di una solida cultura umanistica, proveniente fa buoni studi liceali, riconobbe presto che dietro “le merci”, oggetto dei suoi studi accademici, c’era anche un mondo di storia e di cultura. Si è così ben presto occupata di ricerche sulla storia delle merci, delle falsificazioni e frodi nell’antichità e nel Medioevo, tanto che le è stato affidato l’insegnamento di una disciplina, “Storia del commercio con l’Oriente”, poi inspiegabilmente scomparsa, con la quale mostrava il ruolo economico e politico che le merci hanno avuto nel passato, come oggetti di scambio economico, ma soprattutto come portatrici di conoscenze e di cultura attraverso i continenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo volumetto raccoglie alcuni degli studi, apparsi in riviste italiane e straniere, che l’Ottilia amava in maniera particolare e per i quali era una riconosciuta autorità internazionale. Per tali studi aveva esplorato con coraggio e spirito davvero interdisciplinare, le conoscenze merceologiche dell’antichità greco-romana, del mondo ebraico e di quello islamico. L’importanza di questi studi appare in maniera ancora più evidente in questo periodo di lacerazione fra mondi e religioni e etnie; tutto il lavoro di Ottilia De Marco è stato invece dedicato a riconoscere l’unità e la solidarietà fra culture e paesi anche lontani nello spazio e nel tempo, assicurate, nel corso di duemila anni, proprio dalla necessità di scambiare beni materiali, oggetti, merci, di diffondere conoscenze tecnico-scientifiche nella comune aspirazione a vivere e comunicare insieme. Ottilia De Marcio ha messo così in evidenza che anche cose apparentemente banali, come gli oggetti di commercio, le spezie, le pietre preziose, i medicinali, lo zucchero, erano portatori di civiltà in quanto mezzi per soddisfare bisogni umani, uguali sotto tutti i cieli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa passione Ottilia de Marco ha diffuso fra gli studenti, i cui interessi poneva al di sopra di qualsiasi problema personale, anche quando la sua salute ha cominciato a declinare, nella vita civile servendo in cariche di responsabilità nell’associazione Soroptimist, in varie associazioni scientifiche nazionali e internazionali, e negli impegni accademici; in tutte queste attività ha manifestato, anche quando ciò la metteva contro corrente, rigore, indipendenza, disinteresse e rispetto dei principi che l’hanno accompagnata per tutta la vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gaston Bachelard ha scritto una volta: “Immagino il paradiso come un’immensa biblioteca”. Gli amici di Ottilia De Marco sono certi che lei è là fra i libri che amava, con la sua grande curiosità, a completare gli studi che la malattia, invidiosa, l’ha costretta ad interrompere quaggiù.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-4926544161395261051?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/4926544161395261051/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/persone-della-merceologia-ottilia-de.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/4926544161395261051'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/4926544161395261051'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/persone-della-merceologia-ottilia-de.html' title='Persone della Merceologia: Ottilia De Marco (1934-2009)'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-7113760304750754519</id><published>2011-08-09T08:33:00.000-07:00</published><updated>2011-08-09T08:33:33.367-07:00</updated><title type='text'>Persone della Merceologia: Elvio Cianetti (1916-2009)</title><content type='html'>Scienza e Tecnica, 74, (489/490), p. 20 (maggio-giugno 2011)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno studioso non muore mai; può morire biologicamente il corpo, ma la sua presenza durerà per sempre fino a che esistono delle biblioteche, degli schedari e … fino a che dura l’accesso a Internet. Questo vale particolarmente per Elvio Cianetti i cui scritti, migliaia di pagine in libri, atti di congressi, articoli di riviste, rappresentano una base per chi vorrà conoscere l’evoluzione degli studi chimici e merceologici negli ultimi cinquanta anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elvio Cianetti, che ci ha lasciato nel 2009, era nato nel 1916; laureato in chimica, si era dedicato subito agli studi della chimica applicata alla conoscenza e al controllo delle merci che costituiscono la base culturale della Merceologia. Abbiamo preso insieme la libera docenza (che ancora esisteva) in Merceologia nel 1954 e da allora Cianetti è stato instancabile nel parlare dei problemi che la Merceologia consentiva di risolvere in quanto specialissima interfaccia fra gli studi sperimentali chimici e fisici e l’economia della produzione e del commercio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A lui si devono molte opere di Merceologia e soprattutto l’introduzione nella ricerca del concetto di “qualità”, liberata dalle scorie di sociologismo e trattata nei suoi veri aspetti di descrizione delle caratteristiche e dell’utilità degli oggetti fabbricati dall’uomo, dei prodotti alimentari, della carta, del legno, delle materie plastiche, di cui era una autorità internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I lettori di “Scienza e Tecnica” ricordano i suoi articoli, sempre acuti e ironici; nella Società Italiana per il Progresso delle Scienze (SIPS) Cianetti è stato a lungo membro del Comitato scientifico e consigliere della Società. Per mezzo secolo Elvio Cianetti è stato il paziente animatore e curatore della rivista “Rassegna chimica” che fece diventare la rivista ufficiale di Merceologia, fino alla sua chiusura nel 1999. Molti hanno perso un amico; la Merceologia ha perso uno dei protagonisti più significativi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-7113760304750754519?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/7113760304750754519/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/persone-della-merceologia-elvio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/7113760304750754519'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/7113760304750754519'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/persone-della-merceologia-elvio.html' title='Persone della Merceologia: Elvio Cianetti (1916-2009)'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-4533670311058287619</id><published>2011-08-03T09:57:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:07:21.593-07:00</updated><title type='text'>Silvia Nebbia - Notizie sulla gomma</title><content type='html'>Ricerca di Silvia Nebbia, classe II B&lt;br /&gt;Roma, febbraio 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;em&gt;&lt;u&gt;Storia ed evoluzione della Gomma naturale&lt;/u&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;La gomma naturale ha una storia che risale a innumerevoli secoli or sono. Tale materiale viene ricavato da una pianta comunemente chiamata "albero della gomma", appartenente alla famiglia delle Euforbiacee, comprendente una ventina di specie. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sebbene siano diffuse un po’ in tutto il nuovo continente, risulta però essere migliore l'Hevea brasiliensis, presente nel Brasile settentrionale, specialmente nella regione dell'Amazzonia. &lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il carattere più importante della pianta è la presenza di un lattice in vasi lactiferi della corteccia e della zona liberiana. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima descrizione dell’Hevea Brasiliensis ci proviene da Charles-Marie de Condamine. Nel 1736 partì alla volta dell’Ecuador, attraverso la foresta pluviale, a capo di una missione scientifica allo scopo di misurare la lunghezza di un grado di longitudine all'equatore. Ma egli finì per trovare molto di più. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si imbatté nei Tsachali, popolo indigeno della foresta. Essi mostrarono come, tagliando superficialmente la corteccia dell’Hevea, ne fuoriusciva un liquido lattiginoso bianco, chiamato caoutchouc (legno che piange). Lo usavano in genere per rendere impermeabile qualunque cosa, perfino le canoe con cui risalivano il fiume, o, utilizzando stampi ottenuti da foglie, per riscaldamento ottenevano la gomma in varie forme. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rimase così impressionato da questo caoutchouc che chiederà ai Tsachali di fare una borsa di gomma per proteggere i suoi strumenti scientifici delicati. Al suo ritorno in Francia, portò alcuni campioni da studiare e sottoporre all’attenzione del mondo scientifico. Fino alla scoperta del caucciù, era mancato in Europa un materiale elastico veramente impermeabile all'acqua e all'aria. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima, chimici e pompieri dovevano accontentarsi di manichette di cuoio, che perdevano ad ogni cucitura; stivali e abiti da pioggia non erano mai del tutto impermeabili. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il problema principale per gli europei era, a quel tempo, la difficoltà di conservare il caucciù; il lattice non si conservava a lungo e non poteva perciò essere spedito in Europa in forma liquida. Il caucciù poteva essere spedito solo dopo averlo fatto seccare: una volta secco, però, era troppo denso e duro per poterlo lavorare oltre. Per questo motivo, il re del Portogallo dovette spedire i suoi stivali fino in Brasile per farveli impermeabilizzare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia nell’euforia generale, si incominciò subito a copiare gli usi degli indigeni americani. Si producevano elastici, con i quali venivano fabbricate bretelle e giarrettiere e suole per le scarpe. Ma I primi tentativi furono molto deludenti: Tutti questi prodotti avevano due inconvenienti: primo, già a temperature normali erano appiccicosi, e lo diventavano ancora di più quando faceva caldo; secondo, quando faceva freddo diventavano sempre più rigidi e fragili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguirono sporadici tentativi di utilizzare la gomma disseccata, ma con scarso successo. Questa serie di fallimenti stava per distogliere l’attenzione dal prodigioso polimero, quando accadde un fatto che rinnovò lo stupore popolare: casualmente, nel 1770, il chimico e naturalista inglese Joseph Priestley scoprì che la gomma, sfregata sulla carta, ne cancellava i segni di matita. Da qui il nome inglese del nuovo materiale, "India-Rubber" (dal verbo to rub = sfregare). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un effettivo passo avanti si ebbe subito dopo: si osservò che la gomma risultava impermeabile ai gas e che era solubile in trementina: e così nel 1783, applicando tale soluzione ad un modulo di tela ed aspettando l’evaporazione del solvente, si ottenne per la prima volta, con un procedimento chimico, un tessuto rivestito da una sottile ed omogenea pellicola di gomma: i fratelli Montgolfier ne seppero fare buon uso. Questa piccola scoperta fu un vero proprio boom per il commercio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, un chimico francese, Macquer si occupò della produzione di tubi di gomma, spalmando la soluzione di gomma su forme di cera. Un altro francese, Grossart, tentò di fare lo stesso, avvolgendo su forme di vetro tonde strisce di gomma rese molli dalla trementina. Infine, nel 1803, fu fondata a Parigi la prima fabbrica di gomma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poco dopo un industriale di Glasgow, Charles Macintosh, cercando di ottenere profitto anche dagli scarti di lavorazione della sua industria (produceva ammoniaca dal catrame di carbone) scoprì che la nafta era un solvente decisamente superiore alla trementina, e insieme ad Thomas Hancock fondò uno stabilimento per la produzione di impermeabili. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre Thomas Hancock pensò di poter riciclare la gomma e così ideò e realizzò il “masticator”, macchina stridente gigante che divorando vecchi impermeabili rotti produceva grandi blocchi di gomma che poteva così essere riutilizzata piuttosto che buttata via. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In un solstizio d'estate del 1834 un commerciante all'ingrosso in bancarotta, Charles Goodyear, si presentò nel magazzino di vendita al dettaglio di New York del Roxbury India Rubber Co., il primo produttore di gomma in America. Era lì per mostrare una nuova valvola che egli aveva ideato. Il direttore scosse tristemente la testa: la società non era nel mercato delle valvole; anzi, ancora un po’, e non sarebbe rimasta in affari affatto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E gli mostrò il perché: su una rastrelliera nel retro del negozio, tonnellate di merce di gomma erano ridotte dal tempo torrido a colla maleodorante. Gli confidò che migliaia di articoli di gomma fusi venivano restituiti da clienti oltraggiati. I direttori si erano incontrati nel cuore della notte per bruciare in una fossa 20.000 dollari di scarti puzzolenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La "febbre della gomma" del 1830 sembrava volgere al termine. Dapprima tutti avevano voluto oggetti della nuova gomma impermeabile dal Brasile e le fabbriche erano nate per soddisfare la domanda. Ma il pubblico si era bruscamente stufato: non una delle società di gomma era sopravvissuta più di cinque anni. Gli investitori avevano perso milioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Goodyear deluso, intascò la valvola, ma fu in questa occasione che decise di dedicare il resto della vita al perfezionamento della gomma: "non c'è alcuna altra sostanza", disse più tardi, "che ecciti così la mente". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ritornando a Filadelfia, fu arrestato per debito; non era la sua prima permanenza in prigione, né l’ultima. Nella sua cella fece quindi i suoi primi esperimenti, impastando e lavorando la gomma per ore ed ore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se la gomma era naturalmente adesiva, rifletté, perché non aggiungere una polvere asciutta per assorbire la sua viscosità, come il talco di magnesia?… Fuori dalla prigione ottenne risultati promettenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così durante l’inverno successivo, con l’aiuto della moglie, realizzò cento paia di calosce di gomma “magnesia-dried”, pronte per essere commercializzate. Ma all’arrivo dell’estate il caldo torrido ridusse tutto ad una pasta informe. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I vicini si lamentarono della sua gomma puzzolente, cosicché decise di trasferirsi a New York. Aggiunse due agenti, magnesia e calce viva e, bollendo la miscela, ottenne un prodotto migliore e di più lunga durata ma non ancora soddisfacente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Goodyear era solito decorare gli oggetti di gomma, ed un giorno decise di rimuovere della vernice con acido nitrico da un campione che aveva intenzione di riutilizzare; ma il pezzo si rovinò e così fu gettato via. Giorni dopo, un ricordo, una sensazione lo opprimeva: aveva sentito quel pezzo di gomma annerito, in qualche modo diverso. Così lo recuperò fra i rifiuti e notò qualcosa. L'acido nitrico aveva fatto qualcosa alla gomma, l’aveva asciugata e smussata. Era la migliore gomma mai prodotta fino ad allora. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Però la grande scoperta avvenne nell'inverno del 1839. Goodyear adesso utilizzava zolfo nei suoi esperimenti, riuscendo ad ottenere una gomma più resistente ma non tanto diversa da quella non trattata. L’uno febbraio si presentò nel magazzino generale di Woburn per sottolineare la sua ultima formula gum-and-sulphur. Ma reso eccitato dalla dimostrazione, il campione di gomma gli volò dalle mani, atterrando su una stufa calda. Fu allora che le cose cambiarono: quando si piegò per raschiarlo, invece di una melassa tenera, trovò dei frammenti carbonizzati. E intorno all'area carbonizzata, un orlo marrone asciutto e perfettamente elastico. Aveva, del tutto inconsapevolmente, scoperto quello che oggi è a noi noto come processo di vulcanizzazione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non bastava mescolare zolfo alla gomma ma bisognava anche fornire calore. In effetti Goodyear cercava solo delle polveri che ne assorbissero la viscosità ed era del tutto ignaro, come il resto della comunità scientifica del tempo, del processo chimico che vi sta alla base. (ancora non era neanche nota la composizione chimica della gomma). Aveva creato una gomma resistente alle intemperie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa scoperta è spesso citata come uno degli "incidenti" più celebri della storia, ma per Goodyear gli affari non andarono mai bene; i suoi brevetti non depositati in tempo, furono invece la fortuna del già citato Hancock. Fu quest’ultimo a mettere a punto il processo di produzione (coniando il termine vulcanizzazione, in onore a Vulcano, dio del fuoco), mescolano zolfo e gomma lasciati reagire in autoclave a 150°C. Scoprì anche che per prolungato riscaldamento si otteneva l’ebanite. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del Novecento la richiesta di gomma aveva preso a crescere in misura esponenziale. Iniziava nel mondo l’era dell’automobile, e se le prime vetture adottavano ancora ruote di legno da carrozza, nel 1895 i fratelli Michelin avevano dimostrato, gareggiando nella corsa Parigi-Bordeaux-Parigi con una Panhard dotata di "pneumatici", che quegli strani tubi di gomma, fino a quel momento usati solo per le biciclette, erano ben in grado di sopportare il peso di un autoveicolo, migliorandone anzi le prestazioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Amazzonia deteneva il monopolio naturale della gomma grezza vegetale, richiesta da ogni parte del mondo. Trecento milioni di alberi, sparsi su oltre tre milioni quadrati di foresta vergine rappresentavano una ricchezza che sembrava illimitata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo periodo vide lo splendore di alcune città dell’Amazzonia, ad esempio Manaus, costruita alla confluenza tra il Rio Negro e il Rio Solimoes. Manaus ha conosciuto un passato ricco grazie al caouciou, la cui estrazione ha permesso di costruire strade asfaltate ed illuminazione pubblica ancora prima che a Londra. A ricordo del passato splendore rimane il Teatro dell’Opera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la materia prima esportata dal brasile presto non fu più in grado di soddisfare alla richiesta del mercato. Il Masticator divenne inutile dato che l’eccessiva resistenza meccanica della gomma vulcanizzata la rendeva incompatibile con un processo di riciclaggio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In India esistevano piante gommifere, ma erano di scarsa qualità. Inoltre le metodologie di estrazione del lattice portavano sempre alla distruzione della pianta. E appunto a Wickham era stato affidato dalla Gran Bretagna il compito di procurare i semi di quelle piante prodigiose. E Wickham c’era riuscito, con una romanzesca impresa, di contrabbando. Sotto le cure del dottor Hooker iniziarono così le sperimentazioni, prima in serra e poi trasportando esattamente millenovecentodiciannove pianticelle fino a Colombo, nel Ceylon, alla ricerca dei terreni e dei climi adatti in cui trapiantarle, per iniziare le vere e proprie piantagioni di alberi della gomma. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così gli Inglesi, dopo aver diboscato ampie zone di foreste, coltivarono l'Hevea in Malesia e nell'isola di Ceylon. Successivamente gli Olandesi la diffusero nell'Indonesia, i Francesi nell'Indocina e gli Spagnoli nelle Filippine. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quelle nazioni che non disponevano di colonie nell’opportuna area climatica, (Germania, Francia, Svizzera) si trovarono tagliati fuori da questi approvvigionamenti, e non è quindi un caso che proprio in questi paesi furono fatti i maggiori sforzi per l’ottenimento di una gomma sintetica. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La ricerca dei procedimenti per produrre gomma sintetica ha impegnato la prima metà del XX secolo ed è stata una straordinaria avventura tecnologica. Ma questa è un’altra storia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-4533670311058287619?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/4533670311058287619/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/silvia-nebbia-notizie-sulla-gomma.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/4533670311058287619'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/4533670311058287619'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/08/silvia-nebbia-notizie-sulla-gomma.html' title='Silvia Nebbia - Notizie sulla gomma'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-9125331470182517588</id><published>2011-05-27T00:36:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:07:56.163-07:00</updated><title type='text'>Autarchia verde</title><content type='html'>&lt;em&gt;&lt;u&gt;La Gazzetta del Mezzogiorno&lt;/u&gt;&lt;/em&gt;, martedì 12 aprile 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Autarchia è l’insieme di azioni che vengono praticate da un paese o da una comunità per approvvigionarsi dei beni materiali necessari utilizzando risorse disponibili sul posto. In generale si deve ricorrere a soluzioni autarchiche quando un paese o una comunità sono isolate, non possono o non vogliono scambiare merci e servizi con i paesi vicini. Questo si è verificato molte volte nella storia. Nel 1806 quando Napoleone vietò l’ingresso nei porti francesi delle navi che portavano lo zucchero di canna prodotto nelle colonie inglesi, fu incentivata la produzione autarchica di zucchero dalle barbabietole che crescono in Europa; durante tutte le guerre un paese deve produrre al proprio interno i beni che prima otteneva importandoli dai paesi nemici.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Una politica autarchica si ebbe in Italia durante il fascismo quando la Società delle Nazioni (quella che sarebbe diventata l’Organizzazione delle Nazioni Unite) vietò l’esportazione verso l’Italia di alcune materie prime. Ma negli stessi anni l’Unione Sovietica, isolata politicamente, dovette cercare soluzioni autarchiche per alcune materie prime fra cui la gomma di importazione e risolse il problema con la produzione di gomma sintetica. La gomma naturale venne a mancare negli anni quaranta del Novecento negli Stati Uniti, che produssero una gomma autarchica da piante che crescevano in California e Arizona. Talvolta le soluzioni autarchiche erano ingenue e economicamente inaccettabili e sono state presto abbandonate, ma altre si sono rivelate tecnicamente ingegnose e sono risultate valide anche quando l’isolamento è finito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbastanza curiosamente in questo momento in cui sono possibili scambi internazionali globali, in cui praticamente non esistono, se non in casi limitati, paesi isolati dagli scambi con altri, la necessità di un’autarchia si ripresenta, ma su scala planetaria. Dal momento che non c’è nessun altro pianeta, al di fuori della Terra, da cui ottenere minerali e materie le cui riserve terrestri sono in via di esaurimento, occorre cercare altre risorse, all’interno del nostro pianeta, da utilizzare con quelle soluzioni che oggi chiamiamo “verdi, “ecologiche” e che spesso vanno ricercate fra le invenzioni autarchiche, fatte molti decenni fa e dimenticate. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’esplorazione della storia delle autarchie, con particolare riferimento a quella italiana degli anni trenta, è stata fatta in un prezioso libro, apparso di recente, “L’autarchia verde” (Milano, Jacabook) scritto dal prof. Marino Ruzzenenti, un attento studioso di storia dell’industria e dell’ambiente della Fondazione di storia contemporanea Luigi Micheletti di Brescia. Il recupero di rottami metallici da trasformare in nuovi metalli, reso possibile attraverso la raccolta differenziata dei rifiuti, di cui tanto si parla, è una tipica soluzione autarchica che veniva praticata in Italia negli anni trenta, ma anche in tutti i paesi durante la prima e la seconda guerra mondiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La necessità di produrre nuovi metalli dai rottami ha spinto alla scoperta di nuovi processi che hanno fatto progredire la tecnologia siderurgica al punto che oggi circa la metà dei 1300 milioni di tonnellate di acciaio prodotti nel mondo è ottenuta per riciclo dei rottami. La riscoperta “ecologica” dei carburanti per autotrazione ottenuti dalla biomassa (alcol etilico, carburanti diesel ottenuti dai grassi) ha utilizzato tecnologie autarchiche che erano state messe a punto negli anni trenta quando si profilava (già allora) la scarsità delle riserve mondiali di petrolio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi vengono riscoperte come “verdi”, in alternativa alle fibre sintetiche derivate dal petrolio, molte fibre naturali che erano state utilizzate in periodo autarchico come quelle ricavate dalla ginestra, dalla canapa, la fibra bemberg ottenuta dalla cellulosa agricola o quelle ottenute da proteine vegetali. La crescente attenzione per le materie plastiche dette ”biodegradabili” si basa su molecole ricavate dall’amido e dalla cellulosa, già sperimentate decenni fa in vari paesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1951 il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti pubblicò un volume contenente una rassegna di tutte le soluzione autarchiche agricole adottate nel ventennio precedente. Un convegno dell’Università di Lecce del 1996, ha esaminato come le materie agricole e forestali, giù usate decenni fa a fini autarchici, possono essere “nuove” fonti di merci e di energia. Esistono riviste specializzate che trattano i processi industriali per ottenere materie prime e merci da prodotti agricoli non alimentari, rinnovabili e non esauribili. Il libro del prof. Ruzzenenti racconta anche molte storie dei personaggi che, nell’ultimo secolo, hanno contribuito a soluzioni autarchiche intelligenti in Italia e nel mondo. Una importante fonte di idee per chi volesse elaborare una efficace politica economica per il XXI secolo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-9125331470182517588?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/9125331470182517588/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/05/autarchia-verde.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/9125331470182517588'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/9125331470182517588'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/05/autarchia-verde.html' title='Autarchia verde'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-9221378501291834873</id><published>2011-05-15T09:43:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:08:24.407-07:00</updated><title type='text'>Se un giorno il petrolio scomparisse</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;strong&gt;2011 Anno Internazionale della Chimica&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;i&gt;&lt;u&gt;La Gazzetta del Mezzogiorno&lt;/u&gt;&lt;/i&gt;, domenica 15 maggio 2011&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;Giorgio Nebbia &lt;a href="mailto:nebbia@quipo.it"&gt;nebbia@quipo.it&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Il petrolio si è affacciato come importante fonte di energia negli ultimi decenni del l’Ottocento, con una produzione relativamente modesta; nel 1900 il consumo mondiale di petrolio era di 30 milioni di tonnellate rispetto a 600 milioni di tonnellate di carbone. Si tenga presente che una tonnellata di carbone produce energia come 0,7 tonnellate di petrolio. Il consumo di petrolio aumentò rapidamente con l’avvento dell’automobile e dell’aeroplano e con la prima guerra mondiale (1914-1919). Nel 1920 il consumo mondiale di petrolio era di circa 130 milioni di tonnellate rispetto ad un consumo di carbone di circa 1200 milioni di tonnellate. Nel 1950, lasciatosi alle spalle il grande massacro della seconda guerra mondiale (1939-1945), il consumo di petrolio era diventato di 700 milioni di tonnellate rispetto ad un consumo di circa 1500 milioni di tonnellate di carbone. A partire dal 1950 ai due giganti energetici si è affiancato, in modo sempre più aggressivo, il gas naturale.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Oggi i consumi mondiali vedono al primo posto il petrolio con circa 4200 milioni di tonnellate all’anno, seguito dal carbone con circa 5000 milioni di tonnellate all’anno (ma con un contenuto di energia equivalente a quello di appena 3500 milioni di tonnellate di petrolio), e al terzo posto il gas naturale con circa 3000 miliardi di metri cubi all’anno (con un contenuto di energia equivalente a quello di appena 2500 milioni di tonnellate di petrolio). I bilanci energetici si fanno con una unità di energia che si chiama tep (tonnellate equivalenti di petrolio).&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Durante la conferenza del 1956 dell’Istituto Americano del Petrolio un geologo chiamato King Hubbert (1903-1989) affermò che, sulla base delle conoscenze delle riserve di petrolio esistenti nel mondo, si poteva prevedere che la produzione mondiale di petrolio avrebbe raggiunto un massimo, forse nei primi anni del 2000, e poi sarebbe diminuita. A conferma di questo ricordò che gli Stati Uniti, che erano stati esportatori di petrolio, erano diventati importatori di petrolio per il graduale esaurimento dei suoi pozzi. Nel 2010 il 70 % del petrolio consumato negli Stati Uniti è importato dai paesi del Golfo Persico, da Venezuela, eccetera e i favolosi pozzi della California e del Texas si stanno esaurendo progressivamente. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Il continuo aumento del prezzo del petrolio è influenzato da considerazioni politiche, dalla comparsa di nuovi giganti economici, come Cina e India, che succhiano petrolio dovunque, ma anche da un graduale impoverimento delle riserve. Poco conta se nel sottosuolo c’è petrolio ancora per 30 o per 60 anni; il suo esaurimento si farebbe sentire nel corso di una o due delle future generazioni. A puro titolo di esercizio di fanta-economia immaginiamo che cosa succederebbe se il petrolio scomparisse del tutto. Scomparirebbe la nostra “civiltà” ? No, perché la civiltà è basata su molti altri beni oltre alla pura e semplice energia. Comunque sarebbe un bello sconquasso e, per capire chi ne pagherebbe di più le conseguenze, cominciamo a vedere dove va a finire oggi il petrolio.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Circa un terzo del petrolio consumato nel mondo va nei trasporti terrestri, aerei, navali; i principali mezzi di trasporto terrestre sono, da decenni, gli autoveicoli azionati da motori a scoppio a ciclo Otto; la rotazione delle ruote è assicurata dall’energia liberata dalla combustione di un carburante liquido, la benzina o il gasolio, entrambi derivati dalla raffinazione del petrolio. Circolano autoveicoli che usano il metano del gas naturale, comincia ad affacciarsi qualche autoveicolo elettrico, ma l’elettricità è ancora prodotta in gran parte in centrali che bruciano derivati del petrolio. Se il petrolio improvvisamente scomparisse, ci resterebbero tre soluzioni: ottenere carburanti liquidi dal carbone; oppure usare carburanti liquidi ottenuti dalla biomassa vegetale, come l’alcol etilico o il biodiesel; o, infine, far muovere gli autoveicoli con motori elettrici ricaricati con l’elettricità prodotta dal carbone o dal Sole o dal vento. Quanto poco si possa contare sull’elettricità nucleare è dimostrato dalla catastrofe ai reattori giapponesi di Fukushima.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Il “re carbone” non è un combustibile comodo da usare, però può essere trasformato per reazioni chimiche in numerosissimi prodotti oggi ottenuti dal petrolio a cominciare dai carburanti liquidi per autotrasporti. Il carbone è costituito essenzialmente da carbonio, con piccole quantità di idrogeno e altri elementi. Trattando il carbone ad alta temperatura con vapore acqueo si ottiene una miscela di gas, principalmente idrogeno, ossido di carbonio, metano, che, per ulteriori trasformazioni, possono diventare carburanti liquidi simili alla benzina e al gasolio. Queste trasformazioni sono state rese possibili dalle ricerche condotte negli anni venti e trenta del secolo scorso dai chimici tedeschi Friedrich Bergius (1884-1949), Franz Fischer (1877-1947) e Hans Tropsch (1889-1935). Non c’è da meravigliarsi che si sia debitori alla chimica tedesca di queste innovazioni perché per tutta la prima metà del Novecento la Germania si è trovata priva di petrolio e ricca di carbone. Non consideriamo per ora quanto possano venire a costare questi carburanti dal carbone, perché la questione del prezzo sarebbe secondaria, se trovassimo i distributori di benzina vuoti.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Una parte del petrolio viene usato nel mondo nelle centrali termoelettriche nelle quali il carbone è già usato su larga scala; anche in Italia, zitte zitte, molte centrali termoelettriche funzionano a carbone. Le riserve di carbone sono molto grandi nel mondo, ma il suo uso come combustibile è certamente scomodo perché deve essere scavato nel sottosuolo e trasportato allo stato solido; durante la combustione genera vari gas inquinanti e lascia delle ceneri che pure sono fonti di danni ambientali. Ma se non ci fosse più petrolio, state sicuro che gli ingegneri e i chimici si metterebbero al lavoro per diminuire molti degli inconvenienti del carbone, con la gassificazione sotterranea, la depurazione dei fumi, con il recupero delle scorie oggi sepolte in discariche, eccetera. Una parte dei prodotti ottenuti dalla raffinazione del petrolio viene impiegata nell’industria chimica per fabbricare plastica, fibre tessili sintetiche, gomma sintetica e innumerevoli altri ingredienti di vernici, coloranti, medicinali, inchiostri.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Oggi; perché gran parte delle materie usate dall’industria chimica, etilene, propilene, butano, butilene, eccetera, in passato era ottenuta dal carbone anche grazie ai contributi di un altro chimico tedesco, Walter Reppe (1892-1969). Molte altre merci oggi ottenute dal petrolio sono state per secoli e decenni ottenute dal mondo vegetale e animale. Oltre un terzo delle fibre tessili usate nel mondo è costituito dal cotone offerto dalla natura; molti usi delle fibre oggi ottenute con sintesi chimiche dal petrolio erano soddisfatti in passato da lino, canapa, eccetera. In silenzio, in tutto il mondo, si sta verificando un “ritorno” alle fibre tessili naturali anche perché molte di esse sono prodotte nei paesi emergenti che sperano di trarne occasioni di lavoro e di sviluppo. Circa un terzo della gomma usata nel mondo è di origine vegetale e anzi la gomma naturale in certe applicazioni supera come qualità quella sintetica ottenuta dal petrolio. La natura offre innumerevoli materie nel regno vegetale e animale con cui ottenere coloranti e materie plastiche oggi derivate dal petrolio attraverso l’approfondimento delle conoscenze della biologia, della chimica, della merceologia.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;Tranquillizzatevi, perciò, perché, se il petrolio scomparisse, la civiltà continuerebbe e anzi sarebbe probabilmente meno inquinata e più sicura.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-9221378501291834873?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/9221378501291834873/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/05/se-un-giorno-il-petrolio-scommparisse.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/9221378501291834873'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/9221378501291834873'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/05/se-un-giorno-il-petrolio-scommparisse.html' title='Se un giorno il petrolio scomparisse'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-7788647800048934986</id><published>2011-03-28T05:28:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:05:09.526-07:00</updated><title type='text'>Considerazioni territoriali sulla produzione di biocarburanti. Il caso di una regione italiana</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;Annarita Paiano, Gigliola Camaggio e Giovanni La Gioia (Università di Bari)&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;I biocombustibili costituiscono uno degli strumenti più idonei a raggiungere alcuni degli obiettivi della politica ambientale che l’Unione Europea (UE) intende perseguire nel settore di trasporti, così da soddisfare anche i requisiti di sicurezza e diversificazione degli approvvigionamenti energetici. I biocombustibili tradizionali, o come sono definiti di 1° generazione, basati soltanto sull’uso di materie prime agricole, sembrano non essere sufficienti al raggiungimento di questi importanti obiettivi. Al contrario, i biocombustibili prodotti a partire da biomassa lignocellulosica attraverso l’uso di processi innovativi (ad esempio quella BtL, biomass to liquid), potrebbero consentire di superare alcuni limiti. Tali biocombustibili, etichettati di seconda generazione, potrebbero rappresentare una scelta idonea per il medio e lungo termine.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L’analisi delle potenzialità di utilizzo di biomassa residuale, in particolare lignocellulosica, per la produzione di BtL diesel nella Regione Puglia ha messo in evidenza alcune delle peculiarità del sistema bioenergetico. Considerate le principali tecnologie per la produzione energetica dalla biomassa, è stato analizzato il processo BtL sulla base dell’efficienza di conversione energetica e materiale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo aver individuato la reale disponibilità di biomassa residuale sul territorio pugliese, nella descrizione dei risultati e nelle conclusioni si è ipotizzata la localizzazione più idonea di un impianto di produzione di carburanti diesel col processo Fisher Tropsch (FT) da biomasse residuali. In questo si è cercato di soddisfare criteri sia di carattere economico che ambientale calcolando, per esempio le minori emissioni di gas climalteranti in base alla metodologia proposta nella parte B dell’Allegato 5 della Direttiva 28/2009/CE.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La stima delle biomasse residuali presenti sul territorio pugliese è stata effettuata al netto della quota che è già destinata ad altri usi, come la produzione di energia e/o alimenti zootecnici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel calcolo della disponibilità media annuale di biomassa residuale sono state prese in considerazione alcune colture ritenute più idonee alla produzione di BtL diesel: in particolare erbacee, come grano, orzo e avena, ed altre arboree, come olivo, vite e mandorlo. L’ammontare totale dei residui per la Puglia è di poco più di un 1.000.000 t per anno, di cui circa il 54% arborei e 46% erbacei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esistono marcate differenze a livello delle singole aree provinciali e quella di Foggia presenta la più elevata disponibilità di residui, in maggioranza erbacei, al contrario delle altre provincie dove sono quelli arborei a prevalere, segue poi Bari. Importante, per una valutazione di tipo logistico, è l’indicatore della densità territoriale di questi residui, poiché uno dei punti più deboli di questo tipo di filiera è proprio la dispersione territoriale dei residui stessi, che tende a tradursi in alti costi di raccolta e stoccaggio. Anche questo valore è più elevato per la provincia foggiana seguita dalla provincia di Taranto e subito a seguire da Bari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quindi, secondo quella che è la disponibilità di materia prima in ogni provincia, mirando a minimizzare i costi economici ed ambientali e considerando un bacino di raccolta caratterizzato da un raggio di 50 km, è possibile identificare la potenziale localizzazione dell’impianto per la produzione di carburanti diesel nel territorio compreso tra le due provincie di Foggia e di Bari. Queste raccolgono circa il 73% del totale della biomassa residuale presente sul territorio pugliese e con tale disponibilità un impianto potrebbe produrre poco più di 140.000 t/a di FT diesel. I costi di investimento iniziali sono ancora elevati, sicuramente molto più alti di quelli di un impianto di produzione di biodiesel di prima generazione. &lt;br /&gt;Superata la fase di avvio dell’iniziativa si potrebbe pensare di utilizzare anche i residui provenienti dalle altre provincie. In queste, infatti, potrebbero essere localizzati degli impianti di pre-trattamento che consentirebbero di ridurre le dimensioni dei residui e, di conseguenza, minimizzare i costi di trasporto; questi, usualmente, risultano elevati a causa della bassa densità di questa tipologia di biomassa che richiede più viaggi con un aggravio dei costi economici ed ambientali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la Puglia, che è una delle Regioni italiane che più utilizza fonti di energia rinnovabili con il primato delle potenze installate per l’eolico e fotovoltaico, la localizzazione di un impianto di produzione di biocarburanti di seconda generazione rappresenterebbe un volano strategico e offrirebbe un importante vantaggio competitivo almeno a livello nazionale, viste le prospettive di crescita a livello mondiale di tali produzioni. Da approfondire i problemi relativi alla mancanza di manodopera specializzata, di particolari competenze tecnologiche, e al coinvolgimento dell’industria locale che dipenderebbe da competenze e macchinari di importazione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-7788647800048934986?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/7788647800048934986/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/03/considerazioni-territoriali-sulla.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/7788647800048934986'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/7788647800048934986'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/03/considerazioni-territoriali-sulla.html' title='Considerazioni territoriali sulla produzione di biocarburanti. Il caso di una regione italiana'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-6530816072042353580</id><published>2011-03-23T05:44:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:01:12.317-07:00</updated><title type='text'>L'allume e le scomuniche merceologiche</title><content type='html'>Autori vari, "La società dell'allume", Roma, Istituto Ricerche Placido Martini, 1985, p. 8-10&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia &lt;a href="mailto:nebbia@quipo.it"&gt;nebbia@quipo.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Generalmente siamo portati a pensare che l’industrializzazione, il capitalismo e i monopoli siano fenomeni relativamente recenti, che risalgono al massimo all’inizio del 1700. Ci sono invece, soprattutto nel campo minerario, delle attività molto più antiche, ma già organizzate con criteri moderni. Una storia di questo genere riguarda la produzione dell’allume e la nascita della città di Allumiere, vicino Civitavecchia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’allume è noto fin dall’antichità: ne parla Plinio (23-79 d.C.) nella sua grande enciclopedia merceologica intitolata “Storia naturale” (che ha avuto finalmente una buona edizione italiana, pubblicata da Einaudi). L’allume era ed è una merce molto importante: è impiegato per fissare i colori sulle fibre tessili, per la concia delle pelli, in medicina, per rendere resistenti al fuoco i tessuti e il legno e, adesso, nella produzione della carta e nella depurazione delle acque.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L’allume è un sale costituito da solfato di ammonio e potassio con 24 molecole di acqua di cristallizzazione; si presenta in bei cristalli bianchi e trasparenti, solubili in acqua. Qualche lettore ricorderà forse di averne visto dei pezzi in casa, usati per fermare il sangue, e chiamati “allume di rocca”, forse dal nome di una città dell’Asia Minore. A causa della sua solubilità in acqua in genere l’allume non si trova in natura (le piogge l’avrebbero disciolto nel corso dei millenni), ma viene prodotto artificialmente per trasformazione di minerali di alluminio meno solubili, come la allumite o alunite, un solfato basico di alluminio e potassio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel Medioevo l’allume era prodotto principalmente in Asia Minore dove si trovano grandi giacimenti di allumite; le imprese operavano con capitali e tecniche per lo più genovesi o veneziani e alcuni imprenditori industriali e finanziari avevano accumulate grandi fortune con questa materia prima essenziale, un vero materiale strategico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con la conquista dell’Asia Minore da parte dei Turchi di Maometto II, nella metà del 1400, le zone minerarie caddero nelle mani degli “infedeli”, creando difficoltà di approvvigionamento dell’allume alle industrie europee. Un certo Giovanni da Castro, costretto ad abbandonare la sua industria dell’allume in Asia Minore, girando per i monti della Tolfa, paese d’origine della madre, a nord ovest di Roma, nello stato pontificio, osservò nel terreno formazioni minerarie simili a quelle da cui veniva estratto l’allume in Turchia: anche le piante e i fiori erano simili. E’ questo uno dei primi esempi di applicazione della geobotanica, la scienza che consente di riconoscere i minerali sotterranei dai caratteri e dalla composizione delle piante esistenti in superficie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da Castro prelevò il minerale, lo fece analizzare, condusse delle prove di estrazione dell’allume --- oggi si direbbe che fece fare delle prove di laboratorio, ma siamo nella metà del 1400 ! --- e vide che effettivamente, per trattamento del minerale, si poteva ottenere allume di buona qualità. Da Castro propose al Papa di impiantare un’industria in concorrenza con i Turchi: Pio II (quell’Enea Silvio Piccolomini, 1405-1464, che fu papa dal 1458 al 1464) capì subito l’importanza dell’impresa e gli affidò il monopolio della produzione e del commercio, riservandosi un’imposta sull’allume prodotto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1463, appena dieci anni dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi, l’allume “cristiano” era già prodotto industrialmente a Tolfa con l’impiego di alcune centinaia di operai. Il ciclo produttivo consisteva nell’escavazione dell’allumite, nel riscaldamento ad alta temperatura, in adatti forni, del solfato basico di alluminio e potassio. Il minerale “cotto” veniva poi trattato con acqua: il materiale inerte veniva separato e la soluzione acquosa veniva scaldata e concentrata fino a quando non cominciavano a separarsi i cristalli di allume.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il papa Paolo II (1417-1471, papa dal 1464 al 1471) nell’aprile 1465 promulgò un anatema “merceologico” che imponeva ai cristiani di tutta Europa, pena la scomunica, di usare soltanto l’allume papale. La scusa era costituita dal fatto che i proventi delle imposte sull’allume erano destinati a finanziare una grande crociata contro i Turchi. Con questa imposta sulle esportazioni di una materia prima ottenuta in condizioni di monopolio i papi si procuravano soldi più o meno con la stessa logica con cui operano i paesi esportatori di petrolio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’unico concorrente importante era il regno di Napoli che produceva allume ricuperando i cristalli esistenti nella solfatara di Pozzuoli; nel 1470 il papa Paolo II e Ferdinando II di Napoli firmarono un accordo per regolare la produzione e la vendita dell’allume per 25 anni, una vera multinazionale monopolistica. Più tardi i papi ottennero la chiusura delle miniera di Pozzuoli per operare a Tolfa in condizioni di monopolio assoluto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ben presto, però, anche come ribellione ai papi di Roma, i paesi industriali dell'Europa del Nord, soprattutto l’Inghilterra e i Paesi Bassi, consumatori di allume, cercarono delle fonti alternative (anche con accodi con l’odiato “turco”) e si misero a produrre allume in concorrenza con quello papale. L’affare era considerato così importante che il “peccato” consistente nell’uso di allume diverso da quello dei papi era escluso da quelli condonabili a pagamento, previsti dall’indulgenza del 1517 di Leone X (Giovanni de’ Medici, 1475-1521, papa dal 1513 al 1521). Per inciso fu proprio questo documento papale che spinse l’indignato Martin Lutero (1483-1546) ad appendere, il 31 ottobre dello stesso anno, alle porte della chiesa di Wittenberg, le 95 tesi sulle indulgenze, da cui nacque la Riforma protestante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla famiglia Da Castro erano intanto succeduti, nella conduzione delle miniere e nella riscossione delle imposte per conto del papa, i Chigi che già avevano l’appalto delle tasse dello stato pontificio. Nel 1517 Leone X concesse ad Agostino Chigi lo sfruttamento delle coltivazioni, il che suscitò gravi contrasti con i Frangipane di Tolfa. Agostino Chigi riorganizzò la produzione dell’allume con criteri industriali più moderni; grazie a compiacenti leggi, a Tolfa furono attratti operai e tecnici ai quali venivano condonati i reati commessi e ben presto la popolazione della cittadina aumentò. Per evitare le continue liti fra gli operai immigrati e gli abitanti di Tolfa, i Chigi costruirono, a pochi chilometri di distanza, una “new town”, una città operaia in senso moderno, l’attuale Allumiere, indicata anche come “Allumiere delle sante crociate”. Ed effettivamente i proventi di questo monopolio finanziarono almeno in parte l’ultima crociata, organizzata da Pio V Ghisleri (1504-1572, papa dal 1566 al 1572), che, con la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, ridimensionò la presenza dei Turchi nel Mediterraneo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La città comprendeva abitazioni e officine ed era dominata dal “palazzo camerale” il bell’edificio cinquecentesco ancora al centro dell’attuale Allumiere, dove avevano sede i magazzini, gli uffici delle imposte e le abitazioni dei dirigenti. I concessionari dell’allume potenziarono il porto di Civitavecchia, ma non perdevano occasione per frodare il papa, dirottando l’allume verso altri porti d’imbarco in cui si potevano evadere le imposte. Le tecniche di estrazione del minerale e di produzione dell’allume furono perfezionate a razionalizzate. L’acqua dei torrenti fu canalizzata e utilizzata per il trattamento del minerale: fu costruita una diga che consentiva di azionare un mulino. E’ ancora possibile riconoscere nel territorio, e in parte anche visitare, le miniere, i forni., e le “vasche” di lisciviazione dell’allume.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si ebbero anche dei fenomeni di inquinamento ambientale, scoperti di recente da alcuni ricercatori che studiavano la zona per conto della Provincia di Roma; i residui della “cottura” dell’allume venivano scaricati sul greto di un torrente che così diventò impermeabile e si trasformò in una palude che solo più tardi è stata prosciugata e bonificata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La fortuna di Allumiere raggiunse il suo massimo nel 1500; a partire dal 1600 i principali paesi consumatori di allume trovarono altre fonti di approvvigionamento e la produzione di Allumiere diminuì di importanza; questa produzione comunque era descritta ancora nei trattati minerari del 1700. Le miniere passarono poi alla Camera Apostolica, poi ad una società francese e quindi alla Montecatini e furono abbandonate prima della II guerra mondiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per finire vorrei citare quattro “libri sommersi”, molto interessanti, ma purtroppo difficilmente reperibili. Il primo è una storia dell’impresa di De Castro e dei suoi finanziatori portoghesi, anche in questo caso una vera multinazionale, ed è stato scritto da Gino Barbieri (1913-1990), per molti anni professore di Storia economica nelle Università di Bari e di Verona. Il libro è intitolato “Industria e politica mineraria nello stato pontificio dal ‘400 al ‘600”, Roma, Cremonese Libraio Editore, 1940, 278 pagine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo libro, con molti capitoli dedicati proprio ad Allumiere, è stato commissionato da una ditta inglese di prodotti chimici, Peter Spence &amp;amp; Sons Ltd., al noto storico della tecnica Charles Singer per celebrare, con una monografia sulla storia della loro principale merce, appunto l’allume, il centenario della fondazione. Il libro, un bel volume ricco di illustrazioni, è intitolato: ”The earliest chemical industry. An essay in the historical relations of economics and technology as illustrated from the alum trade”, London, The Folio Society, 1948, 338 pagine. Verrà mai un giorno in cui una impresa industriale o commerciale italiana affiderà la divulgazione della storia delle sue merci --- non quella delle sue imprese finanziarie, perché di storie economiche e finanziarie ce ne sono varie --- a qualche storico come contributo al progresso dell’archeologia industriale e della storia della tecnica in Italia ?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il terzo libro sommerso, intitolato: “Le lumiere”, si deve a Riccardo Rinaldi, uno studioso di Allumiere che lo ha stampato a sue spese, nel 1978, come atto di amore per la propria terra. Ho avuto modo di acquistare il primo volume, quasi per caso, ad Allumiere e ne ho fatto una breve recensione su Quitouring, maggio 1979. Il libro meriterebbe di essere conosciuto e letto anche nelle scuole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine molte utili notizie su Allumiere e sul suo ruolo nell’industria nascente sono contenute nel volume: Mario Di Carlo e altri (a cura di), ”La società dell’allume. Cultura materiale, economia e territorio in un piccolo borgo”, Roma, Officina edizioni, 1984, 111 pagine, con molte illustrazioni. Il bel libro, ricco di notizie storiche e tecniche, fu pubblicato per conto dell’Assessorato alla sanità e all’ambiente della Provincia di Roma. Dove saranno finite le copie di questo libro ?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-6530816072042353580?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/6530816072042353580/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/03/lallume-e-le-scomuniche-merceologiche.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6530816072042353580'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6530816072042353580'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/03/lallume-e-le-scomuniche-merceologiche.html' title='L&apos;allume e le scomuniche merceologiche'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-20753183353027937</id><published>2011-03-21T09:20:00.000-07:00</published><updated>2011-03-21T09:20:50.971-07:00</updated><title type='text'>Alluminio, Via del Terzo Gruppo 13</title><content type='html'>&lt;strong&gt;2011 Anno Internazionale della Chimica&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi gli oggetti di alluminio sono banali e diffusissimi, ma ai primi dell'Ottocento l'alluminio era ancora una sostanza misteriosa, benché fosse e sia il terzo elemento più diffuso sulla crosta terrestre, dopo l'ossigeno e il silicio. Il suo carattere misterioso è dovuto al fatto che l'alluminio si è trasformato, nella lunga storia geologica della Terra, in ossidi, idrati e silicati, difficilmente attaccabili da altri agenti chimici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scoperta che molti diffusi minerali nascondevano un "nuovo" metallo si deve al chimico tedesco Friedrich Wöhler (1800-1882), che nel 1827 riuscì a trasformare l'ossido di alluminio in cloruro di alluminio e ad ottenere, trattando il cloruro con potassio metallico, un metallo bianco, argenteo, leggero e molto bello, di peso atomico 27, resistente alla corrosione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1854 il francese Saint-Claire Deville (1818-1881) scoprì che era possibile scomporre il cloruro di alluminio con sodio metallico, meno costoso del potassio usato da Wöhler. L’alluminio, per le sue proprietà, ebbe l'onore delle prime pagine dei giornali e fu presentato all’Esposizione universale di Parigi del 1855, sotto forma di monili, ornamenti e posaterie di lusso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Napoleone III, comprendendo l'importanza del nuovo metallo, incoraggiò e sostenne una sua produzione industriale. Una materia prima abbondante fu trovata nella bauxite, un minerale di cui esistevano giacimenti in Francia intorno a Le Baux, nella Provenza. Un primo successo si ebbe con la scoperta che era possibile purificare la bauxite trattandola con acqua e idrato sodico; l'alluminio forma un idrato solubile mentre resta insolubile un fango contenente ossidi di ferro e di altri metalli. La soluzione contenente idrato di alluminio può essere scomposta in modo da ottenere una polvere di idrato di alluminio molto puro e da questo l'ossido di alluminio un processo perfezionato e brevettato nel 1888 dall'austriaco Karl Bayer (1849-1904). La trasformazione dell’ossido di alluminio in alluminio su larga scala fu resa possibile dalla disponibilità di elettricità a basso prezzo: due giovani inventori, entrambi di 22 anni, Paul Héroult (1863-1914) in Francia e Charles Hall (1863-1914) negli Stati Uniti, scoprirono indipendentemente e brevettarono, nel 1886, a poche ore di distanza, uno da una parte e uno dell'altra dell'Oceano, il processo elettrolitico che si segue ancora oggi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'invenzione consisteva nello "sciogliere" ad alta temperatura l'ossido di alluminio in una sostanza, la criolite, costituita da fluoruro di alluminio e potassio; il passaggio della corrente elettrica attraverso questa soluzione scompone l'ossido di alluminio in alluminio e in ossigeno che reagisce con l'elettrodo di carbone e da luogo alla formazione di ossido di carbonio. Con questo processo l'alluminio si avviava a diventare il nuovo metallo strategico e compariva sul mercato proprio nel momento in cui nascevano l'industria automobilistica e quella aeronautica; gli aeroplani avrebbero potuto sollevarsi e volare soltanto se la loro struttura fosse stata sufficientemente "leggera" e l'alluminio, che pesa tre volte meno del ferro, divenne subito il metallo favorito. Nel 1903 fu costruito il primo blocco motore per aereo in lega di alluminio e rame.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Durante tutto il Novecento la produzione di alluminio è aumentata continuamente. Attualmente vengono estratti ogni anno nel mondo 180 milioni di tonnellate di bauxite, principalmente in Australia, Brasile, Cina, Guinea, Giamaica, e vengono prodotti 28 milioni di tonnellate di alluminio primario (si tratta del secondo metallo come importanza industriale; la produzione del primo, l'acciaio, supera di poco i 1100 milioni di tonnellate all'anno). Altro alluminio è ottenuto dalla rifusione di rottami, lattine, imballaggi, eccetera; il consumo di energia per ottenere l'alluminio riciclato (alluminio secondario) è venti volte inferiore a quello che si ha quando si produce alluminio primario dalla bauxite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con l’alluminio è possibile preparare, con altri metalli, migliaia di leghe, ciascuna delle quali ha speciali proprietà. L'alluminio può essere reso resistente alla corrosione mediante un trattamento elettrolitico superficiale. La maggioranza degli impieghi sono nell'industria automobilistica, motociclistica, aeronautica, dove le proprietà di "leggerezza", cioè di basso peso specifico, sono particolarmente importanti, nell'industria elettrica, nella produzione di imballaggi anche alimentari, in edilizia e in innumerevoli altri campi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-20753183353027937?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.ilb2b.it/news/elementi-alluminio-del-terzo-gruppo-13' title='Alluminio, Via del Terzo Gruppo 13'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/20753183353027937/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/03/alluminio-via-del-terzo-gruppo-13.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/20753183353027937'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/20753183353027937'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/03/alluminio-via-del-terzo-gruppo-13.html' title='Alluminio, Via del Terzo Gruppo 13'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-6920872086997620348</id><published>2011-03-16T09:21:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:05:51.551-07:00</updated><title type='text'>Breve storia delle frodi</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;Giorgio Nebbia e Gabriella Menozzi Nebbia nebbia@quipo.it&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Le frodi sono una delle attività criminose più antiche dell'umanità e sono saldamente radicate nella vita sociale (1)(2)(3)(4). Nel momento in cui il denaro è diventato l'indicatore del valore delle merci e in cui il possesso del denaro è diventato l'indicatore del valore delle persone, era abbastanza naturale che i commercianti aumentassero il proprio profitto vendendo a prezzo più elevato merci meno pregiate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella Bibbia ci sono numerose denunce di pratiche commerciali fraudolente condannate da Dio; il profeta Amos (che dovrebbe essere vissuto intorno al 750 avanti Cristo) si fa interprete della voce di Dio che si indigna con quelli che aspettano l'occasione per vendere il frumento riducendo il volume e crescendo il peso, con bilance false, commerciando e speculando sugli scarti del grano (4a).&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Così l'orefice che preparò la corona per Gerone di Siracusa cercò di ingannare il suo cliente mescolando all'oro metalli meno pregiati e ci volle Archimede per svelare la frode, con un ingegnoso sistema che gli permise di inventare il metodo per la misura del peso specifico dei corpi (5)(6)(6a).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Plinio, nella sua "Storia naturale", spiega bene come i commercianti adulterassero alimenti, droghe, spezie, soprattutto quelli che arrivavano a Roma da paesi lontani, e indica vari metodi per svelare le frodi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' però col diffondersi della cultura e del modo di vivere arabi che la lotta alle frodi viene affrontata con metodo scientifico. In questo nuovo mondo, in cui un vivace spirito mercantile si trova associato ad una viva curiosità per la natura e per l'osservazione scientifica, le pratiche di commercio, le merci e le loro alterazioni, adulterazioni e sofisticazioni diventano oggetto di studio e argomenti di libri e trattati. La necessità di far rispettare le leggi e i divieti della fede che prescriveva, fra l'altro, l'onestà nel commercio, portò ad un sistema di polizia, di controlli e di tribunali contro le frodi; tale sistema si sviluppò con l'estendersi del mondo islamico. Mentre nei primi tempi il compito di controllo e repressione era svolto dal Califfo in persona, e occasionalmente da altri incaricati, con l'aumentare del numero dei musulmani tale compito, divenuto più gravoso, fu affidato a funzionari regolarmente nominati dai governanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Probabilmente verso la fine dell' 800, quando si svilupparono le varie scuole del Fiqh, fu creato l'ufficio della hisbah, una polizia incaricata di tutelare l'onestà nei commerci e nei mercati, l'igiene pubblica e la pubblica moralità. La hisbah svolgeva anche compiti di anagrafe e di stato civile, oltre a quelli tecnici comprendenti la repressione delle frodi, il controllo dei pesi e misure ed anche un servizio di commissariato militare (7)(8)(9)(10). Il funzionario addetto alla hisbah, il muhtasib, dipendeva dalla autorità religiosa, girava per i mercati con un assistente che si portava dietro un vero e proprio laboratorio mobile, con i reagenti e gli apparecchi per controllare la genuinità degli alimenti e per scoprire i frodatori, una specie di antesignano degli odierni organi governativi per la repressione delle frodi (11).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli Arabi distinguevano varie forme di frodi; alcune sono indicate col nome di ghushush per intendere, per lo più, quelle realizzate con miscele di sostanze differenti da quella genuina, più o meno corrispondenti al nostro termine di "falsificazione" o "adulterazione"; altre sono indicate col termine tadlis per intendere la vendita di una qualità inferiore di merce al posto e al prezzo di quella di qualità migliore, più o meno come le nostre "sofisticazioni". Con la creazione del nuovo ufficio cominciarono ad apparire dei trattati contenenti, fra l'altro, i metodi di analisi per svelare molte frodi sugli alimenti, oltre che su altre merci come droghe, spezie, cere, eccetera, veri e propri manuali merceologici che aiutavano il muhtasib nello svolgimento delle sue funzioni. Ci sono, fortunatamente, pervenuti molti di questi manuali (10). Lo studioso al-Chazini (1203-1283) aveva messo a punto uno strumento, la bilancia idrostatica o "bilancia della sapienza", con cui riusciva a misurare con grande precisione il peso specifico dei corpi, al punto da differenziare l'olio di oliva da quelli di semi e da svelare molte altre frodi (12). Si può anzi dire che la chimica e la fisica hanno fatto passi da gigante proprio spinte dalla necessità di svelare le frodi alimentari e commerciali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il vero cammino trionfale delle frodi alimentari comincia, però, con l'avvento del capitalismo. Dal 1700 in avanti il proletariato poteva essere sfruttato non solo in fabbrica, con bassi salari e condizioni disumane di lavoro, ma anche nella bottega. Agli inizi del 1800 le frodi alimentari erano così diffuse (13)(14)(15) da indurre il chimico Fredrick Accum (1769-1838) (16)(17)(18)(19) a scrivere un celebre libretto (20) sull'adulterazione dei cibi, col sottotitolo: "La morte nella pentola", con riferimento alla intossicazione alimentare di Eliseo e dei suoi compagni, raccontata nel quarto capitolo del quarto Libro dei Re. Il libro di Accum, pubblicato nel 1820 a Londra, fu il primo di una lunga serie di scritti di denuncia delle frodi (3). In seguito a tali denunce il Parlamento inglese nominò, nel 1834, la prima commissione d'inchiesta sulle frodi alimentari. Poiché le frodi continuavano, altre due commissioni parlamentari d'inchiesta, nel 1855 e nel 1856, mostrarono quante porcherie arrivavano sulla tavola degli inglesi. L'indagine fu sostenuta da una violenta campagna di stampa. Il settimanale satirico inglese Punch, durante i lavori della Commissione parlamentare, pubblicò il 4 agosto 1855 una celebre vignetta che mostra una bambina nel negozio del droghiere. "Signore - dice la bambina - la mamma la prega di darmi un etto di tè della migliore qualità, per uccidere i topi, e mezzo etto di cioccolata per sterminare gli scarafaggi".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella battaglia contro le frodi ebbe un ruolo rilevante il medico Arthur Hill Hassall (1817-1894) che fu nominato direttore del primo laboratorio governativo di controllo delle frodi alimentari, autore di varie opere di merceologia (21). Lo scandalo portò all'approvazione, nel 1860, dell'"Adulteration of Food Act", la prima legge inglese contro le frodi. Di questa battaglia parla Carlo Marx nell'ottavo capitolo del primo libro del "Capitale", pubblicato, come è ben noto, nel 1867, pochi anni dopo questi eventi. "&lt;em&gt;L'incredibile adulterazione del pane, specialmente a Londra, venne rivelata per la prima volta dal Comitato della Camera bassa sull'adulterazione dei cibi (1855-56) e dallo scritto del dott. Hassall: 'Adulteration detected'. Conseguenza di queste rivelazioni fu la legge del 6 agosto 1860 'for preventing the adulteration of articles of food and drink'; legge inefficace, poiché naturalmente mostra la massima delicatezza verso ogni freetrader che intraprende 'to turn an honest penny' - di guadagnarsi qualche meritato soldo - attraverso la compravendita di merci sofisticate. Il Comitato stesso aveva formulato, in maniera più o meno ingenua, la convinzione che il libero commercio significa in sostanza commercio di materiali adulterati o, come dice spiritosamente l'inglese, 'materiali sofisticati'. E infatti questa specie di 'sofistica' sa far nero del bianco e bianco del nero, meglio di Protagora e sa dimostrare ad oculos che ogni realtà è pura apparenza, meglio degli Eleati".&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La corsa veloce e gloriosa dell'industrializzazione paleocapitalistica è costellata di "progressi" tecnici accompagnati da un peggioramento della qualità, da frodi, da contaminazioni e pericoli per la salute. In Inghilterra sarebbe stato necessario attendere il 1875 per avere la prima legge organica contro le frodi, il "Sale of food and drug Act" (22).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una delle merci più sofisticate fu il vino (22a). Michel de Mantaigne (22b) descrisse alcuni agenti sofisticanti conosciuti durante un suo viaggio in Italia. Resine, essenze, amido, zucchero, colla di pesce, succo di more, tornasole, erano gli ingredienti usati dai frodatori. Il “Dictionary of Merchandise" (22c), pubblicato dapprima in Inghilterra e ristampato all'inizio dell'ottocento a Filadelphia, spiegava che "il colore del vino è spesso artificiale; un rosso intenso è quasi sempre effetto di additivi come legno rosso, bacche di sambuco o di mirtillo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La diffusione della fillossera nei vigneti europei portò ad un crollo della produzione vinicola; in Francia da 56 milioni di ettolitri nel 1877 a 23 milioni nel 1889. Il conseguente aumento dei prezzi accelerò la diffusione delle frodi, molte delle quali raccontate in due manuali scritti da J.F. Audibert (22d) che ebbero numerose edizioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Royal Statistical Society di Londra (22e) informava i suoi soci che in Francia venivano pubblicati libri che insegnavano come scoprire i componenti artificiali del vino. Uno di questi, di M. Robinet (22f), "suggerisce l'uso del fulmicotone --- cioè della nitrocellulosa, scoperta nel 1846 da Schonbein (1799-1868) --- quando si sospetta che nel vino vi siano coloranti all'anilina, come la fucsina. Allorché viene intinto nel vino naturale, il fulmicotone ne prende il colore, ma lo perde se lo si lava con acqua; se invece nel vino è presente qualche colorante chimico, nessun tipo di lavaggio potrà eliminare il colore." Vigo (22a) ricorda anche che un commerciante inglese alla fine dell'ottocento riferisce che "i commercianti di Amburgo erano molto abili a fabbricare quantità anche ingenti di Sherry e di Porto impiegando acqua pura dell'Elba."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il libro "Il ventre di Parigi", pubblicato da Emile Zola nel 1873, espone un quadro desolante del commercio all'ingrosso degli alimenti nella capitale francese. In quegli anni fu istituito in Francia il servizio di igiene pubblica degli alimenti --- il Conseil d'Hygiene publique et de la Salubrite --- che nel 1877 fu affidato niente meno che a Pasteur (23).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un movimento di contestazione si era intanto sviluppato amche negli Stati uniti dove vennero pubblicate varie riviste che denunciavano le frodi alimentari e dove emerse la figura, fra gli altri, di Harvey Washington Wiley (1844-1930).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In Olanda Paul Francois Van Hamel Roos (1850-1935) pubblicò ad Amsterdam, dal settembre 1887 al novembre 1908, una "Revue internationale, scientifique et populaire des falsifications des derrees alimentaires” e un libro «Contrôle des produits alimentaires», 1894.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1898, durante la guerra di Cuba, l'America fu scossa dallo scandalo delle scatolette di carne avariata distribuite al corpo di spedizione statunitense. Ci sarebbe voluta l'inchiesta dello scrittore Upton Sinclair per fare luce sulla grande industria americana dei macelli e della carne in scatola e sulle sue frodi e imbrogli, nonché sulle condizioni disumane e anti-igieniche di lavoro. Nel 1905 Upton Sinclair pubblicò il libro: "La giungla" (26) che sollevò l'opinione pubblica e portò all'approvazione delle due leggi americane, il "Pure Food and Drug Act" e il "Beef Inspection Act" che misero qualche ordine in un settore fino allora abbandonato all'arbitrio di industriali spregiudicati. Dopo tali leggi fu anzi creato uno speciale laboratorio anti-frodi nel Dipartimento dell'Agricoltura. Più tardi fu creata, nel Dipartimento della Sanità, la Food and Drug Administration (27).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia delle frodi alimentari in Italia è ancora in gran parte da scrivere. Le prime leggi sulla genuinità degli alimenti risalgono al 1888 e al relativo regolamento del 1890, al 1901, al 1904, al testo unico delle leggi sanitarie del 1907 e al relativo regolamento del 1908. La ricostruzione delle modificazioni delle normative sull'olio di oliva (28)(29), sul pane (30) e sulle paste alimentari (31), sui coloranti (32)(33) e sugli additivi (34)(35) e su vari altri alimenti mette in evidenza che i grandi interessi e le potenti forze economiche hanno, a &lt;br /&gt;varie riprese, chiesto e ottenuto modificazioni, protezioni, vantaggi. Il consumatore è sempre stato proprio come se non esistesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vasta riforma delle leggi merceologiche si ebbe sotto il fascismo negli anni dal 1928 al 1935. Ancora una volta le nuove leggi non furono scritte per assicurare merci migliori al minimo prezzo ai cittadini e ai lavoratori, ma per difendere, a volta a volta, gli interessi, corporativi, appunto, degli agricoltori o degli industriali. Addirittura con cambiamenti di rotta lungo il cammino. Una analisi della normativa italiana nel campo dell'olio di oliva (28)(29) mostra, per esempio, che fino al 1935 le leggi sull'olio di oliva proteggevano gli interessi degli agricoltori perché assicuravano denominazioni ben precise agli oli vergini di pressione, più pregiati e costosi e con un elevato "contenuto" di lavoro e cura agricola --- e di profitti per gli agrari --- mentre le denominazioni delle miscele di oli di pressione con oli raffinati, ottenuti industrialmente dagli oli acidi o dagli oli di sansa, indicavano chiaramente che si trattava di oli meno pregiati. La transizione, che risale proprio agli anni intorno al 1935, dal fascismo agrario al fascismo protettore degli industriali fu segnata da un cambiamento delle denominazioni dell'olio, per cui qualsiasi miscela di oli raffinati e di pressione poteva essere sempre venduta come "olio di oliva".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I&amp;nbsp;periodi di guerra sono sempre stati periodi d'oro per i frodatori e gli speculatori; tempi di borsa nera e di frodi alimentari in cui affondano le radici molte fortune finanziarie anche odierne. Putroppo manca una storia della merceologia e delle frodi nel periodo della guerra (1940-1945) e dell'Italia divisa fra Repubblica di Salò al Nord e Regno al Sud (1943-1945).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque le leggi fasciste sugli alimenti sono rimaste in vigore fino alla fine degli anni cinquanta del Novecento. Per quindici anni, dopo la Liberazione, la tecnologia dell'industria agroalimentare ha fatto grandi progressi, nel bene e nel male. Sotto le denominazioni, le definizioni, i caratteri stabiliti per gli alimenti da leggi di venti e più anni prima, è stato possibile ai più spregiudicati frodatori assicurarsi guadagni illeciti alle spalle degli italiani. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al settimanale L'Espresso va il merito di alcune inchieste giornalistiche che, negli anni 1957 e 1958, hanno denunciato la scandalosa rete di silenzi, acquiescenze, complicità che consentivano le principali frodi. Nel gennaio e nel settembre 1957 (36)(37) alcuni articoli avevano descritto le frodi nel vino che, metanolo a parte, non erano molto diverse da quelle della primavera 1986 ! In quegli anni qualcuno aveva scoperto che l'olio di semi di tè è l'unico olio vegetale (a parte l'allora troppo costoso olio di mandorle) che presenta caratteristiche merceologiche e analitiche uguali a quelle dell'olio di oliva. Fu così organizzato un "commercio triangolare"; veniva acquistato a basso prezzo olio di tè in Cina; questo arrivava in qualche porto dell'Africa settentrionale dove, senza nessuno spostamento, con un abile cambiamento dei documenti di trasporto, appariva che la nave aveva scaricato olio di tè e imbarcato olio di oliva. L'olio di tè entrava così in Italia come regolare olio di oliva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un'altra "elegante" frode nel campo dell'olio di oliva derivava dal fatto che la tecnologia alimentare industriale aveva messo a punto dei processi per ottenere oli per sintesi fra i principali costituenti, la glicerina e gli acidi grassi. Una "provvidenziale" procedura, dal momento che molti oli di oliva di pressione sono acidi per loro natura, cioè contengono acidi grassi liberi in quantità tale da non farli considerare commestibili: la loro raffinazione comportava e comporta la perdita di una parte appezzabile dell'olio. La natura trasforma gli acidi grassi in olio combinandoli con la glicerina dentro il frutto dell'oliva: perché non imitare la natura ? Ed ecco che qualcuno ha scoperto che si potevano "ricostruire" degli oli di oliva per sintesi --- per esterificazione --- non solo combinando con glicerina gli acidi grassi separati. mediante distillazione, dagli oli di oliva acidi, ma che si poteva ottenere un falso olio di oliva, indistinguibile dall'olio di oliva genuino, combinando la glicerina con certi acidi grassi, i "grassetti", ricavati da grassi animali di basso costo, come l'olio di piedi di cavallo o di asino, che l'Italia importava per usi industriali e che avevano composizione simile a quella degli acidi grassi dell'olio di oliva. La frode era nota da tempo, tanto che nel 1953 un decreto impose agli importatori di addizionare ai "grassetti" un denaturante, il nitrobenzolo, che però poteva essere facilmente eliminato. Una serie di articoli, iniziati col titolo: "L'asino nella bottiglia" (38)(39)(40)(41)(42) raccontò questa poco edificante storia del miracolo italiano. Negli articoli successivi apparsi sull'Espresso l'opinione pubblica imparò che si poteva ottenere burro impiegando grasso di balena (43) e pasta alimentare con farina di grano tenero e addensanti ottenuti dal sangue dei macelli (44).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le violente denunce dell' Espresso sollevarono una ondata di indignazione, la prima grande protesta e contestazione civile contro le speculazioni e contro uno stato troppo distratto o compiacente nei confronti degli imbroglioni. Del problema delle frodi si occuparono giornali e pubblica amministrazione e studiosi, si tennero numerose conferenze e dibattiti (45) --- proprio come sarebbe successo, dieci anni dopo, ai tempi della prima contestazione ecologica. Si moltiplicarono così le scoperte di molte altre cose strane. Dal 1924 al 1957 la legge aveva ammesso l'addizione agli alimenti di sostanze coloranti solubili nei grassi, denominate Sudan o, più patriotticamente, Somalia (32)(33), che erano noti cancerogeni. Per anni, quindi, gli italiani hanno ingerito coloranti cancerogeni; quante vittime, sconosciute, ci sono state per questa leggerezza ? Quante altre sostanze dannose sono finite, per decenni, nel nostro piatto ?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A&amp;nbsp;partire dal 1960 si sono finalmente messe in moto varie iniziative parlamentari e, fra il 1960 e il 1965, sono state finalmente riscritte tutte le leggi sulla produzione e sul commercio degli alimenti. Nel caso dell'olio di oliva la miscelazione degli oli di pressione con oli esterificati e' stata sgominata vietando del tutto il processo di esterificazione (28)(29). Uno dei tanti esempi della necessita; di dire "no" a certi presunti "progressi tecnici" che sono dannosi alla salute o agli interessi dei cittadini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finalmente, dopo quindici anni di democrazia, veniva riconosciuto il diritto dei cittadini ad avere alimenti non sofisticati e non pericolosi. E' arrivato così anche in Italia il grande movimento internazionale dei consumatori che, in molti paesi, aveva già delle proprie organizzazioni di difesa e di lotta. Apparvero in quegli anni le traduzioni italiane di libri come "Il cibo che uccide" di Ralph Nader, l'"avvocato dei consumatori" americani, pubblicato nel 1974 (46). Apparvero anche i risultati di inchieste giornalistiche italiane come quelle di Campanello (47).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sfortunatamente, dopo l'ondata di indignazione e di protesta della fine degli anni cinquanta del Novecento, l'attenzione dell'opinione pubblica si è allentata. Negli anni 60 e settanta del secolo scorso le frodi, naturalmente, continuavano. Vi sono state campagne contro le frodi relative all'uso dell'olio di colza (48), ai coloranti (49), agli additivi (50), agli omogeneizzati (51), all'uso dei nitriti nelle carni (52), degli antibiotici e degli ormoni nell'allevamento del bestiame, eccetera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia delle nostre leggi contro le frodi degli alimenti, dagli anni settanta del Novecento in avanti, coincide con quella delle leggi della Comunità Europea, comunque recepite con ritardi, ostacoli, modificazioni. I regolamenti per l'attuazione di alcune leggi sono stati emanati con ritardo o non sono mai stati emanati. A differenza di quanto avviene negli altri paesi comunitari e in altri paesi industriali, purtroppo in Italia non esiste una potente organizzazione di difesa dei consumatori. Sono state e in parte sopravvissute varie associazioni --- Unione Nazionale Consumatori (dal 1955), comitato Difesa Consumatori, Movimento Difesa Consumatori, Lega Consumatori ACLI, Federazione Nazionale Consumatori, Agrisalus e altre --- talvolta in concorrenza fra loro e che comunque non hanno avuto e non hanno finora la forza di sollevare una grande protesta di massa contro le frodi merceologiche. La "scoperta" della frode del metanolo nel vino, nell'aprile 1986, mostra chiaramente che le frodi sono ancora fra noi e che occorre una forte mobilitazione per sradicarle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Note&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(1) G. Nebbia, "Aspetti storici del problema del controllo della qualità delle merci nel mondo antico e nel Medioevo", Quaderni di Merceologia, 1, (1), 327 - 380 (1962).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(2) G. Nebbia, "Aspetti storici del controllo della qualità delle merci", conferenza tenuta alla Società Italiana di Storia della Farmacia, Merano, giugno 1963&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(3) E.W. Stieb, "Drug Adulteration. Detection and control in nineteenth-century Britain", Madison (WI), The University of Wisconsin Press, 1966&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(4) G. Nebbia e G. Menozzi Nebbia, 'Breve storia delle frodi alimentari", Convegno internazionale sul tema: "Cultura e storia dell'alimentazione", Imperia, 8 - 12 marzo 1983&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(4-bis) Amos: 8, 5-6&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(5) E. A. Moody e M. Clagett, "Medieval science of weights", The University of Wisconsin Press, Madison, Wisconsin, USA, 1952&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(6) M. Clagett, "Archimedes in the Middle Ages. I. The arabo-latin tradition", Madison (WI), The University of Wisconsin Press, 1964.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(6a) Cfr. anche: G. Nebbia e G. Menozzi Nebbia, "La bilancia: uno strumento contro le frodi commerciali", in: "La massa e la sua misura. Storia, scienza, tecnica, legislazione e didattica. Atti del Convegno internazionale, Modena 15-17 settembre 1993", Bologna, CLUEB, 1995, p. 227-236&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(7) Fondamentali sono gli studi condotti dal prof. Eilhard Wiedemann, dell'Università di Erlangen, nel primo quarto del Novecento e raccolti nel volume: E. Wiedemann, "Aufsätze zur arabischen Wissenschaftsgeschichte", Hildesheim, Georg Olms, 2 volumi, 1970&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(8) M. Levey, "Fourteenth century Muslim medicine and the hisbah", Medical History, 7, 176-182 (1963)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(9) S. Hamarneh, "Origin and function of the hisbah system in Islam and its impact on the health profession", Sudhoffs Archiv fur Geschichte der Medizin und der Naturwissenschaften, 48, l57-173 (1964)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(10) O. De Marco e G. Nebbia, "Sur l'historiographie des falsifications et des fraudes des medicaments commerciaux", Congres International d'Histoire de la Pharmacie, Innsbruck, giugno 1977&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(11) La punizione, a vergate, di un frodatore sotto gli occhi vigili del Muhtasib è illustrata in una miniatuira persiana del XVII secolo, riprodotta in Ciba Zeitschrift (Basel), vol 8, n. 85, p. 2991, settembre 1942 (anche in Ciba Symposia (Basel), vol 6, n. 5 e 6, p. 1872 (1944))&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(12) H. Bauerreis, "Zur Geschichte des spezifischen Gewichts in Altertum und Mittelalter", Inaugural-Dissertation, Universitat, Erlangen, 1914, 128 pp.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(13) E.G. Jones, "Food fakes, ancient and modern", London, Royal Institute of Chemistry Lectures, 1930&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(14) F.A. Filby, "A history of food adulteration and analysis", London, Allen und Unwin, 1934&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(15) D. Betteridge, "Tell me the old story of the analytical trinity", Analytical Chemistry, 48, (13), 1034A-1050A (novembre 1976)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(16) C.A. Browne, "The life and chemical services of Fredrick Accum", Journal of Chemical Education, 2, 829-851, 1008-1034, 1140-1149 (1925)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(17) C. A. Browne, "Recently acquired information concerning Fredrick Accum, 1769-1838", Chymia, 1, 1-9 (1948)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(18) R. J. Cole, "Fredrick Accum (1769-1838). A bibliographical study", Annals of Science, 7, 128-143 (1951)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(19) L. H. Adcock, "Fredrick Christian Accum (1769-1838)", Chemistry, 46, (5), 16-18 (maggio 1973)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(20) F. Accum, "A treatise on adulteration of food and culinary poisons", London, Longman, Hurst, Rees, Orme &amp;amp; Brown, 1820; ristampa a cura della società Mallinkrodt&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(21) A. H. Hassall, "Food and its adulteration; comprising the reports of the Analytical Sanitary Commission of 'The Lancet' for the years 1851 to 1854 inclusive, revised and extended", London, Longman, Brown, Green &amp;amp; Longmans, 1855&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(22) M. Pyke, "All the food that's fit to eat", Nature, 257, 632 - 633 (23 ottobre 1975)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(22a) G. Vigo, "E così si industrializzò l'adulterazione del vino", Italia Oggi, 9 maggio 1988&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(22b) M. de Montaigne, &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(22c) C.H. Kauffman, "The Dictionary of Merchandise, and Nomenclature in all languages, for the use of counting houses: Containing the history, places of growth, culture, use and marks of excellency of such natural productions as from articles of commerce, with their names in all European Languages", Philadelphia, James Humphreys, 1805, 368 pp.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(22d) J.F. Audibert, “L’art de faire le vin avec les raisins secs”, Marseille, Echo Universel, 1886, 12° edizione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(22e) Royal Statistical Society, London&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(22f) Douard Robinet, «Manuel Pratique D'Analyse Des Vins, Fermentations, Alcoolisation, Falsifications, Procedes Pour Les Reconnaître »&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(23) G. A. Goldblith, "Pro bono publico, in the best of scientific tradition", Food Technology, 25, 228-229 (marzo 1971)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(24) "Anti-Adulteration Journal", Philadelphia e Williamsport, USA, 1886 - 1891&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(25) "Purity: a Magazine and Bulletin of Health, Food and Drugs", Purity Publishing Company, Lowell, Massachusetts, vol 1, 1907 - Vol.3, 1909&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(26) U. Sinclair, "La giungla", traduzione italiana, Milano, Mondadori, ristampa 1985&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(27) Per una storia di questa agenzia e delle sue iniziative, talvolta controverse, si veda il libro di R. Nader citato nella successiva nota (46)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(28) G. Nebbia, "Stato attuale e prospettive del mercato dell'olio di oliva", relazione al convegno: "L'olio di oliva in una moderna politica di mercato", Andria, 21-23 febbraio 1969&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(29) V. Spada Di Nauta, 'Sviluppo e prospettive del mercato dell'olio di oliva in Italia", Industrie Alimentari, 17, (7/8), 574-588 (luglio-agosto 1978)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(30) V. Spada Di Nauta, "Evoluzione e stato attuale delle disposizioni legislative italiane sul pane", Tecnica Molitoria, 30, (5), 321-337 (1979)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(31) V. Spada Di Nauta, "Osservazioni sulla evoluzione e stato attuale della normativa italiana sulle paste alimentari", Tecnica Molitoria, 31, (10), 755 - 761 (1980)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(32) V. Spada Di Nauta, "Evoluzione e stato attuale della legislazione italiana relativa ai coloranti per alimenti", Industrie Alimentari, 14, (9), 115 - 125 (1975)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(33) V. Spada Di Nauta, "Nuove considerazioni sulla situazione italiana relativa ai coloranti per alimenti", Industrie Alimentari, 15, (12), 41 - 47 (1976)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(34) V. Spada Di Nauta, "Evoluzione e stato attuale della legislazione italiana relativa agli additivi chimici per alimenti", Industrie Alimentari, 16, (9), 132 - 150 (1977)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(35) V. Spada Di Nauta, "Nuove considerazioni sulla normativa italiana relativa agli additivi chimici per alimenti", Industrie Alimentari, 19, (9), 653 - 667 (1980)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(36) T. Malaspina, "Il diavolo nella bottiglia", L'Espresso, gennaio 1957&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(37) F. Dentice, "La guerra dell'uva", L'Espresso, 22 settembre 1957&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(38) G. Corbi e L. Zanetti, "L'asino nella bottiglia: romanzo giallo dell'olio di oliva", L'Espresso, n. 25, 22 giugno 1958&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(39) "La truffa dell'olio", L'Espresso, n. 27, 6 luglio 1958&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(40) "Tempesta nell'ampolla", L'Espresso, n. 28, 13 luglio 1958&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(41) G. Corbi e L. Zanetti, "La fortuna di nascere cavallo", L'Espresso, n. 29, 20 luglio 1958&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(42) G. Corbi e L. Zanetti, "Il romanzo giallo dell'olio di oliva", L'Espresso, n. 31, 3 agosto 1958&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(43) G. Corbi e L. Zanetti, "Il romanzo giallo del burro: la balena spalmata sul pane", L'Espresso, n. 26, 29 giugno 1958&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(44) R. Balducci, "Maccheroni e sangue di bue", L'Espresso, agosto 1958&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(45) Si veda, a titolo di esempio, la pubblicazione: Amministrazione Provinciale di Milano, "Convegno per la tutela della genuinità degli alimenti", Milano, 29 febbraio, 1 e 2 marzo 1960, 168 pagine&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(46) R. Nader, "Il cibo che uccide", traduzione di G. Menozzi Nebbia, introduzione e conclusione di G. Nebbia, Milano, Bompiani, 1974&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(47) F. Campanello, "Il consumatore nel caos", Milano, Mondadori, 1974&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(48) Cfr., per esempio, G. Nebbia, Il Giorno, 15 settembre 1972&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(49) Cfr., per esempio: G. Nebbia, Il Giorno, 26 aprile 1973; 28 settembre 1976; 12 marzo 1977; 12 aprile 1977; 4 maggio 1977&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(50) Cfr., per esempio: G. Nebbia, Il Giorno, 5 luglio 1978&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(51) Cfr., per esempio: G. Nebbia, Il Giorno, 8 settembre 1980&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(52) Cfr., per esempio: G. Nebbia, Il Giorno, 25 agosto 1978; 30 maggio 1980; 28 marzo 1981&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-6920872086997620348?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/6920872086997620348/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/03/breve-storia-delle-frodi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6920872086997620348'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6920872086997620348'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/03/breve-storia-delle-frodi.html' title='Breve storia delle frodi'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-941782710606635758</id><published>2011-02-15T11:27:00.000-08:00</published><updated>2011-09-07T01:08:57.994-07:00</updated><title type='text'>L'olio di croton come fonte di energia</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;Ottilia De Marco, Gigliola Camaggio e Serena Stifani&lt;br /&gt;Università degli Studi di Bari&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La situazione energetica a livello mondiale è alquanto critica per cui è necessario porre molta attenzione a tutte le possibili fonti di approvvigionamento alternative. Il comparto agricolo può rivestire un ruolo importante in tal senso e la biomassa in particolare può contribuire alla riduzione della dipendenza energetica, alla valorizzazione delle aree marginali, dei residui agroindustriali e permettere la riduzione dei gas serra. &lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Le coltivazioni agricole destinate a questo scopo sono diverse ed ultimamente c’è molta attenzione per il Croton tiglium L. da cui si ricava un olio con caratteristiche qualitative e quantitative interessanti per la produzione di biodiesel e per l’impatto ambientale contenuto determinato dalla sua produzione. Si ottiene dai semi del Croton tiglium L.), un arbusto sempre verde , appartenente alla famiglie delle Euphorbiaceae, originario dell’Estremo Oriente che, a causa di un componente resinoso, croton resina, è altamente tossico e irritante. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Croton tiglium L trova numerose applicazioni: il legname è adatto per le costruzioni e come legna da ardere; il guscio può essere utilizzato come combustibile nelle stufe;i semi, la corteccia e le foglie degli alberi sono impiegati in campo farmaceutico; l’olio può essere usato come biocarburante nei motori diesel e in campo farmaceutico. In campo medico trova impiego sin dal medioevo, grazie alla sua azione disinfettante, antivirale e antinfiammatoria. Non è commestibile in quanto tossico per cui potrebbe essere utilizzato nel settore energetico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pianta trova le condizioni adatte a 1500 m di altitudine. I semi, che raggiungono la maturazione nei mesi di novembre e dicembre, vengono raccolti (con una resa anche di 750-1000 kg/ha) e presentano un elevato tenore di olio (40-50%).con caratteristiche chimico-fisiche molto simili all’olio di Jatropha che in questi ultimi anni si sta imponendo come valida biorisorsa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’olio, che può essere estratto attraverso un processo meccanico a pressione o chimico con solventi viene sottoposto al processo di trans-esterificazione che permette di ottenere il biodiesel che presenta un buon numero di cetano e punto di infiammabilità. Nel periodo di massima maturazione della pianta è possibile ottenere circa 400-1000 kg di biodiesel/ha. Pertanto l’olio di Croton tiglium L può rappresentare una buona opportunità &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Italia con una produzione annua (2008) di circa 595.000 t di biodiesel si colloca al terzo posto in Europa dopo la Germania (2.819.000 t) e la Francia (1.815.000 t). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attualmente, a livello nazionale, il punto di forza dell’intera filiera del biodiesel è rappresentato dalla fase produttiva,mentre la principale debolezza è la reperibilità delle materie prime di partenza. La maggior parte di queste ultime utilizzate in Italia viene importata sia da Paesi europei (Francia, Spagna e Austria) che da exstraeuropei (Argentina, Sud America, Brasile e Canada).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 60% del biodiesel nazionale prodotto viene, inoltre esportato nei Paesi europei (Germania, Francia e Austria) mentre il sottoprodotto della trans esterificazione (la glicerina) viene esportato nei Paesi asiatici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allo stato attuale l’Italia per migliorare la filiera del biodiesel ha necessità di disporre di materie prime disponibili sul territorio nazionale. In tal modo da ridurre al massimo le importazioni ed evitare di incorrere in una nuova dipendenza. Un esempio di coltura disponibile può essere rappresentato proprio dal Croton tiglium L.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’utilizzo dell’olio di croton come biocombustibile, allo stato attuale è in fase di sperimentazione per cui non si dispongono di dati utili per fornire un’approfondita analisi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo prodotto presenta numerosi vantaggi quali le basse emissioni di gas di scarico, l’assenza di idrocarburi, di particolato e di composti aromatici, la biodegradabilità, la non commestibilità e, pertanto, il suo utilizzo nel settore energetico non sottrae risorse al settore alimentare. L’olio di croton potrebbe soddisfare i diversi standard dei biocombustibili, ma sono necessari studi scientifici più approfonditi in modo da valutarne il più possibile l’utilizzo come risorsa a livello nazionale. La pianta di croton viene coltivata anche nei Paesi Europei, ma allo stato attuale non risulta presente in Italia, anche se potrebbe adattarsi al territorio. Sarebbe importante coltivarla e sfruttarla come biorisorsa, nelle aree boschive italiane, offrendo un contributo concreto per contrastare i cambiamenti climatici ed il riscaldamento globale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-941782710606635758?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/941782710606635758/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/02/lolio-di-croton-come-fonte-di-energia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/941782710606635758'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/941782710606635758'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/02/lolio-di-croton-come-fonte-di-energia.html' title='L&apos;olio di croton come fonte di energia'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-5959303808909471449</id><published>2011-02-02T09:46:00.000-08:00</published><updated>2011-09-07T01:09:39.590-07:00</updated><title type='text'>L’impronta idrica (il “costo in acqua”) delle merci: il caso dell’olio di oliva</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;V. Amicarelli *, T. Gallucci *, G. Lagioia * e V. Dimitrova **&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;* Università di Bari&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;** Economics University of Varna, Bulgaria&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;La possibilità di indirizzare lo sviluppo economico in modo sostenibile dipende dalla conoscenza delle interazioni esistenti tra il sistema antropico e quello naturale. In particolare dalla conoscenza delle relazioni che intercorrono tra il territorio, inteso come l’insieme delle risorse naturali quali l’aria, l’acqua, il suolo, la fauna, la flora, il clima e le attività umane, è possibile evidenziare le pressioni ambientali da quest’ultime esercitate. Le informazioni così ottenibili costituiscono la base per la tutela e la gestione delle risorse naturali di un territorio senza comprometterne le possibilità di sviluppo&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Questo tipo di approccio ha caratterizzato una larga parte della produzione scientifica nazionale ed internazionale. In particolare le attività di ricerca del prof. Nebbia e di tutto il Dipartimento di Scienze Geografiche e Merceologiche dell’Università di Bari, fin dagli anni ’60, hanno riguardato la descrizione e la valutazione delle interazioni tra disponibilità di risorse naturali e il sistema produttivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più di recente, il dibattito scientifico internazionale ha suggerito l’uso dell’impronta idrica o “water footprint” (WF) definita come la quantità di acqua utilizzata e/o inquinata durante tutte le fasi di produzione di beni e servizi consumati da un individuo, da un gruppo di individui o da una nazione. L’impronta idrica può quindi essere calcolata per una persona, un gruppo ben definito di persone (una famiglia, una città, una nazione), per un’attività economica ed anche per una singola merce o servizio. In ogni caso l’indicatore si propone come uno strumento per la gestione meno insostenibile delle risorse idriche. In particolare esso è utile per l'analisi dello stato di pressione di tali risorse e per il ripristino di un equilibrio (sostenibile) che si possa mantenere a lungo nel tempo ovvero, tra disponibilità di acqua dolce, modelli di consumo, imprese e politiche di governo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il concetto di “impronta idrica”, introdotto nel 2002 dal professor Arjen Hoekstra, ha subito ricevuto attenzione a livello internazionale perché considerato un indicatore multidimensionale. Esso, infatti, non si limita a determinare il costo totale in acqua di una merce o di un servizio (concetto di acqua virtuale) ma ne specifica l’origine (acque piovane, superficiali o di falda) e il luogo nel quale è avvenuto il prelievo. Inoltre questo indicatore include e specifica l’inquinamento della risorsa perché considera l’acqua necessaria al ripristino delle caratteristiche quali-quantitative iniziali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’indicatore è composto da tre componenti: green water, blue water e gray water. Il primo si riferisce alle precipitazioni (utilizzate ad esempio per la produzione di biomassa), il secondo considera le acque superficiali e sotterranee necessarie alla produzione e al consumo di beni e servizi ed, in fine, il terzo componente si riferisce all’inquinamento calcolando il volume di acqua di diluizione necessaria al ripristino di specifici standard di qualità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obiettivo di questo lavoro è stato l’applicazione di questo indicatore ad un caso concreto per valutarne la funzionalità ed utilità. Con tale scopo si è quindi analizzato il settore dell’olio extravergine di oliva, molto rilevante per il nostro paese. L’Italia, infatti, è il secondo produttore mondiale, uno dei maggiori consumatori e contemporaneamente un grande esportatore (soprattutto di oli pregiati) ed importatore (dalla Spagna e dalla Grecia). L’analisi effettuata ha riguardato un arco temporale di quattro anni ed ha interessato non solo il nostro paese ma anche la Spagna e la Grecia quali maggiori mercati di riferimento per le importazioni ed esportazioni italiane. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’impronta idrica stimata per la produzione di olio extravergine di oliva in Italia risulta pari a 2.500-5.500 m3 di acqua per t di olio prodotto (m3/t). In particolare l’incidenza dei tre componenti è la seguente:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;green water&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; 165-2.200 m3/t&lt;br /&gt;bleu water&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; 925-935 m3/t&lt;br /&gt;gray water&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; 1.450-2.350 m3/t&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sulla base dei risultati ottenuti, è stato possibile illustrare gli impatti associati al settore oleario italiano sulle risorse idriche nazionali:m quanta acqua è necessaria per la produzione complessiva di olio d'oliva nell’arco temporale osservato (1.700-3.700 Mm3), quanta acqua lascia virtualmente il nostro paese attraverso l'esportazione di questo prodotto (508-1.095 Mm3) e quanta ne arriva con le importazioni (2.400-4.100 Mm3) e quali sono le criticità del sistema produttivo oleario nazionale sono alcuni degli interrogativi cui è possibile rispondere utilizzando questo indicatore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I risultati ottenuti sono utili sia per le aziende, perché evidenziando i punti critici del ciclo produttivo ne possono migliorare l’efficienza, sia per i decisori pubblici impegnanti nella programmazione di nuove politiche di sviluppo economico e di salvaguardia delle risorse naturali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’articolo completo sarà pubblicato sulla rivista (IJSE) International Journal of Sustainable Economy, vol. 3, n. 4 (2011).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-5959303808909471449?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/5959303808909471449/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/02/limpronta-idrica-il-costo-in-acqua.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5959303808909471449'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5959303808909471449'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/02/limpronta-idrica-il-costo-in-acqua.html' title='L’impronta idrica (il “costo in acqua”) delle merci: il caso dell’olio di oliva'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-6577292925601877980</id><published>2011-02-02T09:28:00.000-08:00</published><updated>2011-02-02T09:29:13.145-08:00</updated><title type='text'>17° Congresso internazionale di Merceologia, Bucarest 2010</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: center;"&gt;Giovanni Lagioia&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;Università di Bari&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a href="mailto:g.lagioia@dgm.uniba.it"&gt;g.lagioia@dgm.uniba.it&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal 21 al 25 settembre 2010 si è tenuto a Bucarest (Romania) il 17° Simposio promosso dall’IGWT la società scientifica internazionale delle Scienze Merceologiche. Il titolo scelto dalla sede ospitante, l’Accademia di Studi Economici, è stato Facing the Challenges of the Future: Excellence in Business and Commodity Science. L’Accademia ospita la Facoltà del Commercio dove gli studi merceologici si integrano con quelli relativi ai servizi turistici e al commercio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo scopo principale dell’incontro scientifico è stato quello di mettere a confronto i partecipanti sui contributi che le Scienze merceologiche possono fornire alle sfide future imposte dalla gestione e dallo sviluppo delle attività economiche. In particolare i promotori dell’incontro hanno focalizzato l’attenzione sugli stimoli che le “restrizioni ambientali” pongono alle attività economiche favorendo la nascita di “eccellenze”, ovvero di esempi di attività produttive capaci di svilupparsi pur nel rispetto dell’ambiente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le tematiche dibattute, quale sintesi degli argomenti suggeriti e di quelli risultanti dai contributi presentati (oltre 200), si possono ricondurre a:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualità degli alimenti e loro sicurezza, nella quale si sono discussi le innovazioni di prodotti alimentari, le analisi dei valori nutritivi, i nuovi imballaggi, gli studi sulle filiere agroalimentari e il ruolo della etichettatura;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gestione della qualità dove i contributi trattano dei vari sistemi di gestione della qualità o sono sintetizzati i risultati di analisi qualitative di prodotti;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nuovi approcci per la protezione ambientale, s’interviene nel vivace dibattito sugli strumenti per valutare le ricadute ambientali e sociali della gestione delle attività economiche o s’illustrano le caratteristiche delle merci a minore impatto ambientale;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ed infine nella tematica Scienza del consumo: innovazione, cultura ed etica si registrano varie ricerche nelle quali gli autori forniscono le loro idee circa l’evoluzione culturale degli studi merceologici, gli effetti della globalizzazione sui modelli di consumo delle merci e sul rapporto impresa-consumatore e, infine, le innovazioni nel settore dei prodotti non alimentari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il simposio ha visto la partecipazione di studiosi provenienti da vari paesi europei e asiatici, dove sono prevalentemente presenti gli studi merceologici nelle istituzioni universitarie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli atti che raccolgono i contributi sono stati pubblicati come fascicolo speciale della rivista scientifica rumena “Calitatea – acces la success” &lt;a href="http://www.calitatea.srac.ro/en/archive_supplements.html"&gt;http://www.calitatea.srac.ro/en/archive_supplements.html&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-6577292925601877980?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/6577292925601877980/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/02/15-congresso-internazionale-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6577292925601877980'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6577292925601877980'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/02/15-congresso-internazionale-di.html' title='17° Congresso internazionale di Merceologia, Bucarest 2010'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-5983667516061893496</id><published>2011-02-01T00:37:00.000-08:00</published><updated>2011-02-01T00:47:57.935-08:00</updated><title type='text'>XXV Congresso Nazionale di Merceologia</title><content type='html'>Dal 26 al 28 settembre si terrà a Udine e Trieste, organizzato dal prof. Luciano Ceccon dell'Università di Udine, il XXV Congresso Nazionale di Merceologia sul tema: "Contributo delle scienze merceologiche per un mondo sostenibile"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Informazioni sull'organizzazione si possono trovare nel sito: &lt;a href="http://www.econ.units.it/XXV-CongAISME"&gt;http://www.econ.units.it/XXV-CongAISME&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In occasione della cerimonia di apertura del Congresso, che avrà luogo a Trieste il 26 settembre 2011, verrà consegnata una targa ricordo alla vedova del prof. Claudio Calzolari (1920-2007), per molti anni titolare della cattedra di Merceologia e direttore del prestigioso Istituto di Merceologia di quella Università.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da quando, circa 50 anni fa, i fondatori della&amp;nbsp;Merceologia colsero l'importanza di organizzare il primo Congresso Nazionale, i temi trattati e l'ottica con la quale essi vengono affrontati si sono continuamente e profondamente trasformati, aggiornandosi alle varie esigenze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, in un'epoca nella quale gli scambi di merci, informazioni e persone non solo all'interno dei singoli Paesi, ma a livello intercontinentale e planetario sono diventati sempre più facili e rapidi, anche i Merceologi sono chiamati ad affrontare tali argomenti avendo come termine di confronto un obiettivo di sostenibilità non a livello di singoli Paesi o aree geografiche, ma a livello globale (Mondo Sostenibile).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pertanto tutte le tematiche di nostro interesse, alle quali non a caso nel XXV Congresso del 2011 è dedicata una specifica sessione di approfondimento (Alimenti; Ambiente; Energia; Qualità, Tecnologia ed Innovazione), non possono più essere viste in un'ottica locale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre, le nuove sfide sempre più impegnative alle quali l'uomo è chiamato a rispondere per assicurare non solo il progresso e lo sviluppo, ma la stessa sopravvivenza della Terra, rendono necessario un approccio multidisciplinare, in base al quale ogni ambito scientifico può giocare un ruolo importante e contribuire a individuare le possibili soluzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alimenti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo sviluppo del settore agro-alimentare dipende fortemente dalle abitudini comportamentali e quindi dai mutamenti socio-economici di una società in continuo divenire. Ciò significa che tutti gli operatori della filiera sono chiamati a rispondere alle nuove esigenze di un consumatore che richiede prodotti alimentari salubri, a basso impatto ambientale, ad elevato valore salutistico, facilmente conservabili, con dichiarazioni in etichetta chiare e complete.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La caratterizzazione quali-quantitativa dei componenti, la sicurezza d’impiego, la rintracciabilità e la certificazione della qualità di un prodotto agro-alimentare, la valorizzazione dell’approccio Life Cycle Assessment (LCA) nella filiera produttiva di un alimento, nel contesto delle tipicità, sono solo alcuni aspetti di cui il merceologo ha il dovere di occuparsi. Per dare spazio a queste ed altre tematiche inerenti gli alimenti è stata pensata una apposita sessione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ambiente&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esiste una preoccupazione sempre più diffusa sulle conseguenze ambientali delle attività antropiche, che nel corso degli anni hanno provocato un peggioramento delle caratteristiche di suolo e sottosuolo, acque superficiali e profonde e atmosfera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi è necessario sostituire certe sostanze o materiali con altri meno pericolosi, ridurre le emissioni dannose per l’ambiente e la salute umana, diminuire la quantità di rifiuti prodotti, utilizzare il più possibile le materie prime secondarie perché abbiamo l’obbligo di essere rispettosi di noi stessi e delle generazioni future. Un supporto importante alla gestione degli impatti ambientali di prodotti, processi e attività è assicurato dai sistemi di certificazione ambientale e dallo strumento LCA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella sessione "Ambiente" verranno presi in considerazione i contributi che riguardano sia le conseguenze sull’ambiente, provocate dalle fasi di produzione/ consumo/ smaltimento di prodotti e/o di erogazione/fruizione di servizi, che le più recenti iniziative e strategie per ridurre i loro impatti negativi nell'ottica della sostenibilità ambientale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Energia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fabbisogno sempre più massiccio di energia, che ha caratterizzato la storia degli ultimi secoli, rappresenta la causa principale degli innumerevoli problemi che ora siamo costretti ad affrontare. L’impiego di fonti fossili, esauribili ed inquinanti, deve ora essere limitato da intelligenti politiche di risparmio ed efficienza energetica, nonché da un più ampio utilizzo delle energie alternative.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’ottica di uno sviluppo sostenibile è necessario conoscere i limiti “fisici” delle risorse energetiche del pianeta. La terra è costituita, anche in questo campo, da risorse finite; il solo apporto esterno deriva dall’energia solare. I possibili modi di recupero di tale energia sono molteplici. L’energia inglobata nelle biomasse e l’energia eolica sono state da sempre sfruttate dall’uomo, ma altre ancora sono le possibili modalità di utilizzo dell’energia solare, grazie ad innovative e sempre più sofisticate tecnologie di trasformazione. Per tali motivi l’uso delle diverse fonti energetiche è un tema di sempre maggiore attualità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella sessione "Energia" verranno presi in considerazione i contributi che riguardano in particolare i più recenti ed efficienti impieghi sia di fonti rinnovabili, che di fonti non rinnovabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualità, tecnologia e innovazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In molti settori produttivi e in molti Paesi puntare su prodotti/servizi di qualità, entrando nel meccanismo dell'innovazione tecnologica e del miglioramento continuo, è diventato essenziale per poter competere in un mondo globale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sfida, rappresentata da una gestione sistemica basata sull’approccio per processi orientata alla sostenibilità ambientale e sociale, oltreché economica, non può prescindere dall’impiego delle migliori tecnologie disponibili. Gli ambiti di applicazione sono innumerevoli, dall’elettronica, all’informatica, alle telecomunicazioni, ai vari settori produttivi (agro-alimentare, edile, forestale, manifatturiero, medico, minerario e dei servizi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tecnologia e innovazione, opportunamente armonizzate con la salvaguardia di sicurezza e salute, svolgono pertanto un ruolo chiave nello sviluppo sostenibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ai temi della qualità e dell'innovazione tecnologica è quindi dedicata una specifica sessione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-5983667516061893496?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/5983667516061893496/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/02/xxv-congresso-nazionale-di-merceologia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5983667516061893496'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5983667516061893496'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2011/02/xxv-congresso-nazionale-di-merceologia.html' title='XXV Congresso Nazionale di Merceologia'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-939022535303802302</id><published>2010-12-13T03:46:00.000-08:00</published><updated>2011-09-07T01:06:39.454-07:00</updated><title type='text'>Crescita declino e resurrezione delle merci</title><content type='html'>&lt;em&gt;Nuovo Consumo&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;20&lt;/em&gt;, (201), gennaio-febbraio 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vi ricordate quando Nausicaa, principessa dei Feaci, va a lavare i suoi vestiti al fiume, un trucco degli dei per farle trovare Ulisse appena gettato dalle onde sulla vicina spiaggia ? Omero, l’autore di questa storia di circa tremila anni fa, racconta che la principessa e le sue amiche per lavare pestavano i tessuti con i piedi in una fossa piena di terra, perché gia allora si sapeva che certe terre assorbono il grasso e lo sporco dai panni; una conoscenza diffusa dovunque già nel mondo antico in cui si usava pulire con terra da folloni, una argilla (un silicato di alluminio talvolta contenente sodio, potassio, calcio), i tessuti sia a livello domestico sia, più tardi, a livello industriale.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Con il procedere dell’industrializzazione sono state scoperte le argille più idonee e l’operazione di follatura, invece che con le mani e i piedi è stata fatta con adatte macchine, le gualchiere, azionate del moto delle acque. Poi le conoscenze chimiche hanno offerto altri materiali per lavare; poi, quando si è scoperto che i carbonati di potassio e sodio delle ceneri delle piante, altri ingredienti del lavaggio, potevano essere fabbricati artificialmente, si è avuta la diffusione delle prime fabbriche di soda, già agli inizi dell’Ottocento. Poi le conoscenze della chimica hanno permesso di ottenere industrialmente i saponi, i sali di sodio e potassio degli acidi grassi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi nel Novecento si è scoperto che alcuni inconvenienti del sapone, la formazione di saponi di calcio insolubili nelle acque, potevano essere evitati con i detergenti sintetici, dapprima acidi grassi naturali modificati chimicamente (come solfati o solfonati di acidi grassi), poi con detergenti del tutto sintetici ottenuti da materie prime derivate dal petrolio. Poi si è scoperto che alcuni detergenti sintetici erano “troppo perfetti” e restavano schiumosi nelle acque dei fiumi e dei laghi perché non erano degradati dai microrganismi presenti nelle acque naturali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed è cominciato un cammino a ritroso. Si è visto che le materie petrolifere più economiche non erano adatte come detersivi domestici, e sono state emanate leggi che vietano la vendita di detergenti “non biodegradabili”; poi si è visto che i fosfati, altri “perfetti” additivi per il lavaggio, restavano nelle acque e provocavano la proliferazione delle alghe e il fenomeno della eutrofizzazione nei fiumi e nei laghi e sono state emanate leggi che impongono di limitarne la quantità. Poi si è visto che forse il vecchio “sapone”, che una volta si chiamava “sapone di Marsiglia”, non era poi tanto cattivo e sono comparsi dei preparati per lavare commerciali “con Marsiglia”. Poi si è visto che forse Nausicaa e i Romani e i tessitori medievali non erano tanto stupidi quando usavano la “volgare” argilla e adesso compaiono detersivi commerciali con “argilla”, che si trova in natura e che è capace di assorbire i grassi indesiderabili, per adesso quelli di piatti e pentole. Un altro esempio di crescita, declino e resurrezione delle merci e di vendetta della natura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-939022535303802302?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/939022535303802302/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/12/crescita-declinio-e-resurrezione.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/939022535303802302'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/939022535303802302'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/12/crescita-declinio-e-resurrezione.html' title='Crescita declino e resurrezione delle merci'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-3894398017854164566</id><published>2010-11-24T05:31:00.000-08:00</published><updated>2011-09-07T01:02:23.065-07:00</updated><title type='text'>La riciclo-logia, un capitolo della Merceologia</title><content type='html'>La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 23 novembre 2010.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Propongo di chiamare riciclo-logia quel capitolo della Merceologia che si occupa della tecnologia del riciclo dei materiali usati e delle proprietà dei prodotti riciclati. Chi volesse svolgere questo corso in una Università ha oggi a disposizione un apposito trattato chiamato: “L’Italia del riciclo”, pubblicata nei mesi scorsi dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, una organizzazione presieduta da Edo Ronchi che è stato Ministro dell’ambiente nel governo Prodi (1996-1998) e che ha legato al suo nome al primo decreto moderno e organico sul trattamento dei rifiuti.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Come tale decreto ben specifica, la prima azione da fare per diminuire la massa dei rifiuti che finiscono nelle discariche e negli inceneritori consiste nel riutilizzare le materie di cui le merci, i prodotti usati e buttati via (quelli che “rifiutiamo” e per questo si chiamano “rifiuti”), sono fatti. Si tratta di far resuscitare in forma di nuovi prodotti quelli che vengono rifiutati: una impresa che dovrebbe mobilitare scienziati, chimici, ingegneri e merceologi, ma che in realtà viene attuata ben poco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tanto per cominciare bisognerebbe sapere di che cosa è fatto ciascun prodotto. Ad esempio, si fa presto a dire carta, ma per ricavare carta nuova dalla carta straccia bisognerebbe sapere quali inchiostri e quali additivi e quali tipi di cellulosa sono stati impiegati nella fabbricazione di ciascun pezzo di carta e cartone buttato via. Nonostante le molte carenze nelle informazioni, molte cose si possono fare per ricavare merci ancora utili dai quasi 40 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani e dai circa 150 milioni di tonnellate di rifiuti “speciali”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il libro citato all’inizio fornisce molte utili indicazioni proprio merceologiche spiegando la provenienza, alcuni caratteri e il risultati di alcuni processi di riciclo di vari rifiuti. Il primo capitolo riguarda la carta: nel 2008 sono stati immessi al consumo circa 11 milioni di tonnellate di carte e cartoni, circa la metà dei quali sotto forma di imballaggi: del totale la raccolta differenziata è stata di circa 6 milioni di tonnellate, ma di queste sono state avviate al riciclo circa 3 milioni di tonnellate, soprattutto di imballaggi che sono raccolti diligentemente dai supermercati e dai negozi: avrete visto che la sera accanto al cassonetto, davanti ai negozi, ci sono cartoni ben ripiegati che saranno raccolti e che sono destinati al riciclo, un processo che produce anche lui dei residui e rifiuti. Nel complesso di tutta la carta e i cartoni consumati circa il 40 percento va perduto, il che mostra quanto ancora si possa migliorare nel campo delle raccolta differenziata e del riciclo di questa frazione merceologica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un po’ meglio vanno le cose per il vetro; rispetto ad un consumo nazionale di vetro di circa 4,5 milioni di tonnellate nel 2009, il consumo di imballaggi è stato di circa 2 milioni di tonnellate, di cui sono stati raccolti circa 1,5 milioni di tonnellate; di questi poco più di 1,3 milioni di tonnellate vengono dalla raccolta differenziata, la quale peraltro fornisce soltanto poco più di 1,1 milioni di tonnellate di materiale veramente riutilizzato nella produzione di nuovo vetro; parte del vetro raccolto impropriamente insieme agli altri rifiuti di plastica, metalli, eccetera, va perduto. Lo studio citato indica bene quanta strada vada ancora fatta per una raccolta degli imballaggi di vetro da soli, una vera, e non finta, raccolta differenziata; solo così si possono effettivamente usare di meno materie prime (sabbia, carbonato sodico, marmo, eccetera), meno acqua ed energia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli altri interessanti capitoli di questo trattato di riciclologia riguardano la materie plastiche; la gomma e i pneumatici fuori uso; il legno; l’alluminio e gli altri metalli non ferrosi; i rottami ferrosi e gli imballaggi di acciaio come le “lattine” usate per bevande e molti alimenti; i cosiddetti RAEE, cioè i rifiuti di elettrodomestici, frigoriferi, lavatrici, ma anche di apparecchiature elettroniche come computer, televisori, eccetera. In Italia nel 2009 sono stati immessi in commercio frigoriferi, condizionatori di aria e scaldabagni per un peso di 120.000 tonnellate; si può immaginare che più o meno la stessa quantità sia stata buttata via, ma i rifiuti di queste apparecchiature identificati sono stati di circa 60.000 tonnellate, il che fa pensare che una grande quantità sia finita in discariche abusive. Nello stesso anno sono state immesse in commercio 74.000 tonnellate di televisori e monitor e ne sono state raccolte per 58.000 tonnellate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre il riciclo di merci “semplici”, come carta, vetro, plastica, è relativamente facile, il recupero di materiali da merci complesse come elettrodomestici e rifiuti elettronici comporta delicati problemi anche ambientali perché talvolta contengono sostanze tossiche, molte delle quali sconosciute in quanto talvolta si tratta di apparecchi fabbricati anni fa, non si sa come. Una parte dei rifiuti elettronici, per esempio, viene esportata in Africa, India, Cina, Estremo Oriente, dove innumerevoli mani pazienti smontano (spesso senza precauzioni per la salute e l’ambiente) le apparecchiature nelle loro componenti fino a recuperare metalli preziosi nascosti in mezzo a plastica e altri materiali. Simili problemi si hanno nello smaltimento dei veicoli fuori uso (nel 2009 è stato di 1,2 milioni di tonnellate il peso di quelli destinati alla demolizione) e delle pile e accumulatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La legge prevede la raccolta differenziata non solo degli oli lubrificanti usati, che vengono in parte riciclati, ma anche degli oli e grassi alimentari residui dopo la frittura nelle industrie e nei locali di ristorazione; nel 2009 ne sono state raccolte 42.000 tonnellate, una quantità destinata ad aumentare. Si stima che ogni anno circa 280.000 tonnellate di grassi di frittura vengano buttati via (senza contare quelli che vengono buttati via nel settore domestico) e questa massa di grassi usati, immessi impropriamente nelle fogne, rendono più difficile il funzionamento dei depuratori delle acque, quando invece potrebbero, con opportuni trattamenti, diventare lubrificanti e anzi carburanti per motori diesel. C’è della ricchezza nei rifiuti e nelle fogne.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-3894398017854164566?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/3894398017854164566/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/11/la-riciclo-logia-un-capitolo-della.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3894398017854164566'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3894398017854164566'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/11/la-riciclo-logia-un-capitolo-della.html' title='La riciclo-logia, un capitolo della Merceologia'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-6170293030388260375</id><published>2010-11-15T01:55:00.000-08:00</published><updated>2011-09-07T01:14:11.555-07:00</updated><title type='text'>Una merceologia "solare"</title><content type='html'>Giorgio Nebbia &lt;nebbia@quipo.it&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La società umana procede verso il futuro utilizzando ogni anno (2009) una quantità di energia equivalente a quella "incorporata" in circa 11.000 milioni di tonnellate di petrolio, circa 460 EJ. La maggior parte di questa energia "commerciale" viene dal petrolio, dal carbone, dal gas naturale, estratti dalle viscere della Terra, materiali fossili formati, in centinaia di milioni di anni, dalla trasformazione di sostanze vegetali e animali, e non più ricostituibili nell'orizzonte temporale (ragionevolmente prevedibile) dell'umanità. A parte una piccola frazione, fortunatamente in declino, di elettricità nucleare, su scala molto minore la merce-energia viene dal moto delle acque come energia idroelettrica, un flusso assicurato dal ciclo di evaporazioni e condensazioni generato dal Sole, un flusso che ogni anno ritorna disponibile; su scala minima la merce-energia è ottenuta da impianti che trasformano la radiazione solare e l'energia del vento in elettricità. Una certa quantità di energia, nei paesi e nelle comunità povere, viene dalla combustione del legno e degli scarti agricoli, ma questa sfugge in gran parte dalle contabilità "ufficiali" internazionali, anche se alcune stime della FAO indicano che l'energia dal legno (alberi e sottoprodotti forestali) contribuirebbe per circa il 7 % quindi per circa 25-30 EJ, ai fabbisogni energetici mondiali.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La frazione di energia commerciale ottenuta da fonti rinnovabili (acqua, Sole, vento) è di poco più di 10 EJ, assolutamente irrilevante rispetto al flusso di energia che il Sole irraggia ogni anno sulla superficie della Terra, circa 3.500.000 EJ, di cui 1.000.000 EJ raggiungono le terre emerse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo inizio del XXI secolo ci stiamo avvicinando ad un'era di scarsità del petrolio e, fra poco, anche di impoverimento delle riserve di gas naturale. Restano delle riserve grandi di carbone, ma la transizione ad una società del carbone richiede la soluzione di problemi geopolitici e tecnico-scientifici molto grandi: solo per citarne uno, il petrolio è liquido e fornisce facilmente frazioni liquide come quelle adatte per gli attuali motori da autotrazione; la trasformazione del carbone in carburanti da autotrazione (anche supponendo di passare attraverso processi di idrogenazione che forniscano idrogeno o metanolo) presuppone una rivoluzione a cui siamo impreparati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non resta che guardare con nuova attenzione al Sole che "fabbrica" ogni anno 100 miliardi di tonnellate di prodotti vegetali sulle terre emerse, che provoca il flusso, ogni anno, di 40.000 miliardi di tonnellate di acqua sulla superficie dei continenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Silenziosa e perfetta ogni giorno dell'anno, in qualsiasi parte della Terra, la radiazione solare fornisce l'energia necessaria per far combinare l'anidride carbonica dell'atmosfera e l'acqua tratta dall'atmosfera e dal suolo in molecole organiche (con liberazione di ossigeno che finisce nell'aria). I primi, relativamente semplici, prodotti contenenti carbonio, idrogeno e ossigeno, formati nella prima fase della fotosintesi, si trasformano, grazie all'azoto e a molti altri elementi tratti dal suolo, in una enorme varietà di molecole: carboidrati, grassi, proteine. Ed entro ciascuna "classe" di molecole la natura si sbizzarrisce, in ogni pianta, a offrire varietà e sostanze la cui conoscenza è ancora purtroppo in gran parte incompleta. Una parte di queste molecole viene utilizzata dagli "animali" che, con altrettanta fantasia, trasformano le molecole vegetali in un numero indescrivibile (perché sconosciuto) di molecole organiche &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'agricoltura "economica", e la zootecnia che da essa dipende, utilizzano soltanto un numero molto limitato delle ricchezze della natura, quelle per cui esiste uno sbocco commerciale immediato o tradizionale: eppure se si esplorassero appena un poco le sostanze vegetali presenti anche in piante minori, per il loro potenziale interesse commerciale, si scoprirebbero numerose occasioni di produzione industriale, di ricerca, di lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La "rivoluzione sintetica", cominciata nei primi decenni del XIX secolo, ha fatto sì che oggi, ad eccezione dei prodotti alimentari, almeno l'ottanta per cento degli oltre dieci miliardi di tonnellate di merci consumate ogni anno sulla Terra sia di origine "non biologica" (anche se le materie prime fossili, carbone, petrolio, gas naturale, a rigore sono di pur lontana origine biologica).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La chimica dei prodotti sintetici derivati dal petrolio ha come isterilito la fantasia e la curiosità dei naturalisti e dei chimici nei confronti dei prodotti vegetali e animali. Per la maggior parte delle persone il legno è quello dei tavoli, o dei pannelli truciolari, o la fonte di cellulosa per la carta o per vari tipi di rayon. Ma in realtà in ciascun albero si trovano numerose sostanze come le cellulose (al plurale), emicellulose, lignine, tannini, resine, eccetera, alcune delle quali hanno, in passato, alimentato attività industriali e potrebbero essere utilizzate in futuro per molte altre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le condizioni geopolitiche ed i conflitti che hanno escluso alcuni paesi dall'accesso ad alcune materie prime (si pensi all'autarchia nei periodi sovietico, fascista e nazista); o le occasionali eccedenze di prodotti agricoli (nel periodo della grande crisi negli Stati uniti); o il temporaneo aumento di prezzo e scarsità di alcune materie prime (per esempio durante la "crisi petrolifera" degli anni settanta del secolo scorso), hanno indotto di tanto in tanto a riesaminare le risorse biologiche come fonti di materie prime e di merci; nel complesso, però, nel corso degli ultimi decenni si sono perdute conoscenze tecniche, sementi, colture batteriche, per cui diventa sempre più difficile una resurrezione di iniziative industriali basate su molte tecniche che erano importanti in passato. Sembra tuttavia possibile riconoscere alcune nuove tendenze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima consiste nel fatto che appare sempre più chiaro che la dipendenza di una società mondiale da risorse destinate ad esaurirsi in quanto non rinnovabili, è "insostenibile". Al Sole e ai prodotti "rinnovabili" che il Sole produce ogni anno, sempre nella stessa quantità e sempre dello stesso tipo, è indispensabile rivolgersi per avere energia e merci per una società che sia preoccupata per il suo futuro o, come si dice, "sostenibile" (qualunque cosa questa parola significhi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo importante motivo di interesse per le materie derivate dal Sole dipende dalla crescente attenzione per gli effetti ambientali negativi delle attuali merci: molte merci sintetiche derivate dal petrolio, salutate, alla loro comparsa, come mezzi per "liberarsi" dalla schiavitù della natura, ritenute progettabili e modificabili a piacere, non sono biodegradabili, restano a lungo inalterate dopo l'uso e creano problemi di smaltimento.Molte altre merci sintetiche (coloranti, pesticidi, additivi) si sono rivelate dannose per la salute umana e per gli ecosistemi naturali, al punto da indurre l'abbandono dei "nuovi" prodotti per tornare ai prodotti naturali. Uno dei casi più noti è quello dell'insetticida sintetico DDT, che aveva soppiantato i pesticidi a base di derivati del piretro e che, dopo alcuni anni, è stato vietato e si è dovuto di nuovo ricorrere agli stessi derivati del piretro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La terza tendenza deriva dal fatto che la produzione delle merci sintetiche è possibile soltanto in impianti ad alta tecnologia e concentrazione di capitale e di conoscenze, quali sono disponibili soltanto nei paesi industrializzati. Tali merci sono accessibili ai paesi del Sud del mondo soltanto se essi accettano una posizione neocoloniale dominata dal capitale internazionale. Vi sono segni di una crescente insofferenza verso questa prospettiva e di una crescente attenzione per le merci che possono essere ottenute dalle grandi risorse naturali di origine biologica e continuamente rinnovabili, che molti paesi del Sud del mondo possiedono, con impianti costruiti e funzionanti sul posto. Le pubblicazioni della FAO e di altri organismi internazionali indicano chiaramente questa tendenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A favore della nascita o della rinascita di attività associate all'agricoltura, alle foreste, alla zootecnica, alle ricchezze della biomassa, insomma, sta il fatto che dei milioni di specie vegetali e animali esistenti in natura, soltanto alcune centinaia di migliaia sono state osservate e caratterizzate scientificamente e hanno ricevuto un "nome", e soltanto di poche centinaia sono stati esplorati a fondo i caratteri botanici, zoologici e chimici in relazione al loro uso come fonti di materie prime e merci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il principio dell'economia tradizionale che spinge a utilizzare soltanto le materie che assicurano una elevata resa di "denaro" per unità di superficie coltivata o per unità di peso, ha provocato un graduale impoverimento delle varietà vegetali e animali utilizzate. Tale impoverimento è stato trasferito anche nei paesi sottosviluppati da cui vengono tratte molte delle materie di interesse commerciale. L'abbandono, per motivi di prezzo, di molte merci di origine naturale ha provocato un impoverimento della diversità biologica e la scomparsa di piante da fibra o utilizzate come fonti di coloranti e di medicinali, e anche di molte specie animali che hanno avuto interesse commerciale in passato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un motivo di ottimismo per la ripresa dell'uso merceologico di molte risorse biologiche sta nella grandissima varietà di molecole che esse contengono: mentre "la chimica" è nata come "chimica delle sostanze naturali", l'attenzione per tali sostanze è andata declinando, proprio per il minore loro interesse commerciale. L'industria farmaceutica è probabilmente l'unica che trova ancora conveniente, per la preparazione di nuovi medicinali, partire da molecole naturali suscettibili di modificazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è un altro aspetto interessante: la produzione commerciale di prodotti, soprattutto alimentari, nei paesi industriali comporta l'utilizzazione di tecniche di trasformazione e conservazione che generano grandi quantità di sottoprodotti ricchi di molecole organiche che spesso creano problemi di smaltimento e sono fonti di inquinamento. Si pensi ai sottoprodotti e scarti dell'industria delle conserve, dell'industria lattiero-casearia, dell'industria della macellazione e trasformazione della carne, eccetera. Si può calcolare che, ogni due kilogrammi di materia organica secca di origine biologica che entra negli attuali cicli agroalimentari, almeno un kilogrammo finisca negli scarti o addirittura nei rifiuti. Una più attenta conoscenza della composizione chimica e fisica e dei caratteri di tali scarti potrebbe consentire di ricuperare grandi quantità di merci usando come "materie seconde" tali sottoprodotti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra i motivi di ottimismo per una merceologia basata su materie di provenienza "solare" sta la grande fantasia che la natura manifesta nelle proprie sintesi biologiche. Circa il 60 % della biomassa vegetale è costituita da carboidrati come zuccheri, cellulose, amidi, che sono poi i primi materiali che si formano nel processo di fotosintesi. Con tre soli atomi --- carbonio, idrogeno e ossigeno --- la natura "fabbrica", in una grandissima varietà di combinazioni, materie diversissime, talvolta accumulate per la prima fase di sviluppo dei semi, talvolta come materiali da costruzione capaci di trasportare acqua e sali inorganici dal suolo a decine di metri di altezza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di questa grande biomassa, disponibile in ragione di circa 60 miliardi di tonnellate all'anno, soltanto una piccola parte --- tre o quattro miliardi di tonnellate all'anno --- viene utilizzata a fini umani. L'industria della carta, che assorbe ogni anno molte centinaia di milioni di tonnellate di materiali lignocellulosici, va a cercare le proprie materie prime sulla base della necessità di ottenere della "cellulosa" standard adatta per i suoi cicli produttivi. L'industria tessile utilizza un numero molto limitato di fibre cellulosiche, rispetto alla grande varietà di materiali offerti dalla natura. L'industria chimica produce, talvolta faticosamente, per sintesi molecole che sono state e possono essere ottenute per via microbiologica dai carboidrati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento l'attenzione dei chimici è stata rivolta ai derivati chimici della cellulosa e si è così visto che le modificazioni dei vari gruppi funzionali alcolici consentivano di ottenere numerose sostanze, per la maggior parte poi abbandonate per il loro scarso interesse finanziario immediato. Sono sopravvissuti alcuni acetati come fibre artificiali o materie per pellicole, di limitata produzione, e i nitrati utilizzati come ingredienti per esplosivi. Il successo delle pellicole di polimeri sintetici ha spazzato via l'interesse per quelle di cellulosa rigenerata (tipo cellophane) che pure presentano importanti proprietà di permeabilità ai gas, ai liquidi e di biodegradabilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una migliore conoscenza dei materiali lignocellulosici --- le lignine accompagnano le cellulose in ragione di circa una parte ogni due o tre parti di cellulosa --- potrebbe dare un contributo a nuove forme di utilizzazione della carta e dei cartoni usati, di fronte ad una crescente difficoltà delle operazioni per la loro trasformazione in nuovi prodotti cartotecnici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le altre importanti macromolecole della classe dei carboidrati sono gli amidi, sostanze con diversissima composizione e peso molecolare, variabili da una specie vegetale all'altra e suscettibili di trasformazione in molti derivati, finora ben poco studiati. Per idrolisi chimica o microbiologica degli amidi si formano numerosissime sostanze, "le destrine", molto variabili come caratteristiche chimiche e fisiche e usate solo limitatamente. Simili considerazioni valgono per molti zuccheri, dai monosaccaridi come il glucosio, ai disaccaridi, agli zuccheri "più rari", di cui esistono grandi quantità in natura e sulle cui proprietà biologiche ben poco si sa. Molti di questi sono capaci di fornire derivati, alcuni dei quali noti dal punto di vista chimico, ma finora poco o niente studiati dal punto di vista delle proprietà tecniche che aprirebbero probabilmente le porte a molti impieghi merceologici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le sostanze proteiche presenti in tutti i vegetali ed animali, rappresentano le pietre fondamentali per tutti i fenomeni biologici. La natura, con infinita fantasia, partendo da un limitato numero di amminoacidi, che sono le "pietre fondamentali" delle proteine, ha predisposto i comuni materiali da costruzione per organi vitali tanto diversi fra loro. Nelle pareti cellulari delle foglie, nel sangue animale, nelle ali delle farfalle, troviamo proteine diversissime come caratteri e funzioni; la diversità deriva dalle proporzioni in cui sono presenti tali amminoacidi e della loro successione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nonostante la varietà delle proteine esistenti in natura soltanto pochissime hanno ricevuto attenzione, al di fuori degli usi alimentari e di quelli dell'industria conciaria e tessile (seta, lana). Poche sostanze proteiche (quelle della caseina, della zeina, dell'arachide) sono state utilizzate per la produzione di fibre artificiali, oggi abbandonate. Eppure ogni anno milioni di tonnellate di proteine derivate dall'industria agroalimentare, dal siero di latte, presenti nei residui dell'estrazione dei grassi, negli scarti della macellazione e delle operazioni conciarie, eccetera, vengono destinate ad usi poveri, come l'alimentazione del bestiame, o la concimazione dei terreni, quando addirittura non sono buttate vie costituendo fonti di inquinamento. Molte di queste proteine sono di origine animale, ricche di amminoacidi essenziali, e potrebbero essere utilizzate per l'integrazione degli alimenti poveri, come quelli che stanno alla base della nutrizione di molti paesi del Sud del mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le stesse considerazioni sulla fantasia della natura valgono per i lipidi, i costituenti degli oli e grassi di origine vegetale e animale, che pure sono prodotti industrialmente, soprattutto per l'alimentazione umana, in quantità di circa 100 milioni di tonnellate all'anno. Il successo dei tensioattivi sintetici e della glicerina sintetica ha ridotto il campo di applicazione industriale dei grassi naturali: anche qui le considerazioni "ecologiche" hanno riportato in vita, nella detergenza domestica, sia pure limitatamente, alcuni tipi di saponi di origine agricola grazie alla loro biodegradabilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vi sono molte strade aperte per l'utilizzazione, con successo, di coloranti naturali, di gomme e resine, dei terpeni, di molte vitamine e degli steroli, soprattutto in tutti quei casi in cui le proprietà di interesse commerciale sono associate a strutture chimiche abbastanza complicate e non riproducibili per via sintetica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A puro titolo di curiosità, e come esempio della potenziale ricchezza di moltissimi prodotti quasi sconosciuti del Sud del mondo, si può ricordare la storia della produzione, nel 1951, da parte dell'industria messicana Syntex, del cortisone dalla diosgenina ricavata dalla radice dell'igname messicano; lo stesso gruppo di chimici americani e messicani, operando nel Messico, preparò, sempre nel 1951, dal testosterone il contraccettivo orale noretindrone, "la pillola" (è questo il titolo di un libro di Carl Djerassi, pubblicato da Garzanti, che racconta tutta questa avventura) che avrebbe fatto diminuire il tasso di crescita della popolazione mondiale e rivoluzionato i costumi sessuali di miliardi di coppie. Si tratta di un esempio di come la rivoluzione della biomassa potrebbe far crescere nel Sud del mondo nuove industrie e attività di ricerca e produzione basate su materie locali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sfida della natura che offre, nei prodotti vegetali e animali fabbricati ogni anno, con straordinaria regolatrità e puntualmente dal Sole, una così grande varietà e complicazione di sostanze si può accettare soltanto con altrettanta fantasia chimica e di ricerca. Siamo di fronte ad una chimica difficile, ma proprio per questo i chimici e le imprese dei paesi industrializzati potrebbero impegnarsi, usando i raffinati strumenti oggi disponibili, per creare nuove merci, processi e occasioni di occupazione, con vantaggio sia per il Sud sia per il Nord del mondo, ricordando anche che molte soluzioni sono già state trovate e poi sono state abbandonate, con un impoverimento del patrimonio di conoscenze, un processo simile alla perdita del patrimonio di biodiversità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo punto mi permetto rispettosamente di raccomandare di rivolgere attenzione, negli uffici studi, nelle industrie, nelle Università, a quanto potrebbe essere fatto per caratterizzare, scoprire, trasformare, la ricchezza di beni materiali "solari". Una "merceologia solare" che potrebbe cominciare andando a riportare alla luce esperienze e conoscenze del passato, dimenticate e che potranno forse, nei prossimi anni e decenni, dare un contributo per farci uscire dalle trappole di un cammino che per ora continua a manifestarsi insostenibile.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-6170293030388260375?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/6170293030388260375/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/11/una-merceologia-solare.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6170293030388260375'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/6170293030388260375'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/11/una-merceologia-solare.html' title='Una merceologia &quot;solare&quot;'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-7953080154143666539</id><published>2010-11-06T09:59:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T00:52:35.539-07:00</updated><title type='text'>Crescita picco e declino delle merci</title><content type='html'>IV Congresso ASPO-Italia sul tema: “Terra 3.1”&lt;br /&gt;Trento, Facoltà di Ingegneria, 5-6 Novembre 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo breve intervento propone la tesi che la maggior parte dei processi di produzione dei beni materiali, che chiamerò “merci”, ottenuti dalla trasformazione di risorse naturali inevitabilmente limitate, o dei processi di utilizzazione (consumo) di merci in un mercato e in uno spazio inevitabilmente limitati, sono destinati ad affrontare un ciclo di crescita a cui segue il raggiungimenti di un massimo di produzione o utilizzazione --- “picco” --- a cui segue una fase di declino, talvolta di scomparsa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fenomeno ha analogie con quelli che si manifestano nelle popolazioni vegetali e animali. La crescita e il declino di una popolazione di merci in un territorio limitato o con risorse limitate può essere in genere descritta con equazioni logistiche con vari termini che frenano la crescita a mano a mano che aumenta la popolazione della merce in esame.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Talvolta la crescita di una popolazione di merci può essere accelerata da incentivi fiscali o una produzione in declino può essere tenuta artificialmente in vita all’avvicinarsi o dopo il raggiungimento del picco, ugualmente con incentivi fiscali, simili ad accanimento terapeutico, in generale di limitato e poco duraturo effetto (protezionismo nelle autarchie). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Saranno qui esaminati alcuni esempi di ciascuna di queste condizioni, a sostegno della tesi della ineluttabilità del ciclo di crescita-picco-declino. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(a) Il declino della produzione di una merce dipende dall’impoverimento delle riserve, inevitabilmente limitate, delle materie estratte dalla natura. E’ il caso più frequente e più studiato. Il fenomeno può verificarsi su scala locale (nel qual caso riguarda singole regioni), o su scala planetaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra gli esempi si possono ricordare lo studiatissimo “picco” della produzione del petrolio in singoli paesi o aree (come negli Stati Uniti e nel Mare del Nord) o nell’intero mondo, oggetto principale di studio di questa associazione Altri esempi sono offerti dall’esaurimento delle riserve di zolfo in Sicilia, dello zolfo nativo estratto col processo Frasch negli Stati Uniti e in Polonia, dei fosfati nelle isole oceaniche di Nauru e Natale; l’impoverimento delle riserve di caliche nell’altopiano cileno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(b) Talvolta al declino dell’estrazione di una merce da un giacimento o al declino dell’uso di un processo di produzione, fa seguito una resurrezione dovuta a qualche innovazione tecnica; è il caso dell’estrazione di gas naturale in Italia che, dopo un picco intorno al 1973-74 e relativo declino, ha avuto una ripresa, con il raggiungimento di nuovi giacimenti, con conseguente picco intorno al 1994 e attuale declino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altri esempi sono offerti da una breve resurrezione delle penne stilografiche rispetto al dominante mercato delle penne a sfera; da una tendenza alla resurrezione, per motivi di moda o “ecologici” di alcune fibre naturali, che hanno raggiunto da tempo il picco di produzione (canapa e lino) in un mercato dominato dalle fibre sintetiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il processo Chance Claus, che era stato messo a punto nella seconda metà dell’Ottocento, per recuperare lo zolfo dal solfuro di calcio, sottoprodotto inquinante della produzione della soda Leblanc, dopo che è cessata la disponibilità di tale sottoprodotto è resuscitato per recuperare zolfo (fonte di inquinamento) dal gas naturale e dai prodotti petroliferi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(c) Il declino e la scomparsa di una merce, dopo che ha raggiunto un picco di produzione, sono stati determinati dalla scoperta di effetti nocivi o inquinanti, nel qual caso il suo uso e la sua produzione sono vietati da una autorità o dal comune sentire&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si possono citare, fra i tanti, il caso del piombo tetraetile, del talidomide, del mercurio in molte utilizzazioni, dell’amianto, di insetticidi clorurati a cominciare dal DDT, di alcuni esteri fosforici, di PCB, di alcuni coloranti per alimenti (coloranti liposolubili Sudan), di alcuni coloranti per capelli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La datazione dei rispettivi picchi può essere fatta solo approssimativamente per mancanza di dati statistici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(d) Il declino può essere determinato dall’introduzione di processi che producono la stessa merce con minori consumi di materie prime, energia o denaro o con minori inquinamenti. In questi casi in genere l’uso del primo processo o la produzione della prima merce, dopo aver raggiunto il picco, scompare; spesso il secondo processo o merce, a sua volta, subisce la concorrenza di un altro processo o merce e così via. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un esempio è offerto della produzione dell’acciaio col processo Bessemer, soppiantata dall’acciaio prodotto col processo Martin Siemens, soppiantata dal processo ad ossigeno; le due ultime sostituzioni in parte dovuti alla necessità di trattare crescenti quantità di rottami.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La produzione del carbonato sodico col processo Leblanc è stata soppiantata da quella col processo Solvay a causa dell’eccessiva quantità di rifiuti (solfuro di calcio, acido cloridrico) generati nel processo Leblanc il cui picco si è avuto negli ultimi decenni dell’Ottocento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’indaco sintetico ha sostituito del tutto l'indaco naturale il cui picco di produzione si è avuto negli ultimi decenni dell’Ottocento; la sostituzione ha provocato in India una grave crisi economica e sociale che ha accelerato i movimenti di indipendenza dall'Inghilterra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La produzione di acido nitrico dall’ammoniaca sintetica ha soppianta la breve produzione di acido nitrico sintetico al forno elettrico, con picco nei primi anni del Novecento. Nel riscaldamento domestico in Italia e forse in altri paesi l’uso delle legna è stato soppiantato dall’uso del carbone coke, il quale a sua volta è stato soppiantatati dall’olio combustibile, e poi dal gasolio a basso contenuto di zolfo e poi in gran parte dal metano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’ambito della produzione di tensioattivi la produzione di alchilsolfati e alchil solfonati ramificati (ottenuti utilizzando il tetrametro di propilene sottoprodotto a basso prezzo dell’industria petrolchimica), non biodegradabili è stata soppiantata da quella degli alchilfolfati o solfonati lineari relativamente più biodegradabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altri esempi di invasione del mercato da parte di merci o processi che hanno soppiantato i preesistenti sono offerti dalla concorrenza della carta contro la pergamena, nell’ambito dei sistemi di illuminazione il cherosene ha soppiantato l’olio di balena, il gas illuminante hja soppiantato il cherosene, la diffusione dell’illuminazione elettrica ha soppiantato l’illuminazione a gas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I transistors hanno soppiantato le valvole termoioniche; i computers hanno soppiantato le macchine per scrivere; le penne a sfera hanno soppiantato le penne stilografiche e i pennini.&lt;br /&gt;Ogni nuovo sistema operativo o modello di computer ha soppiantato i precedenti, eccetera &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ciascuna di queste transizioni si riconosce il ciclo di crescita-picco-declino della merce o del processo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(e) L’introduzione di merci che soddisfano gli stessi bisogni ma costano meno o sono più comode di quella esistente e dominante, può portare alla coesistenza delle due produzioni, una delle quali peraltro in genere declina dopo aver raggiunto un picco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un caso è offerto dalla concorrenza fra saponi e detergenti sintetici. Fino alla prima metà del Novecento l'unico detergente era rappresentato dal sapone: l'invenzione dei detergenti sintetici ha portato via al sapone il mercato del lavaggio dei tessuti, lasciando al sapone il mercato dell'uso per la pulizia personale. Curiosa la piccola resurrezione del sapone (il “marsiglia”) come additivo ad alcuni preparati per lavare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A partire dalla metà dell’Ottocento lo zucchero di barbabietola si è inserito nel mercato del meno costoso zucchero di canna, occupando circa un terzo del mercato totale dello zucchero, grazie ad incentivi statali praticamente in tutti i paesi. Cessati tali incentivi la produzione dello zucchero di barbabietola è declinata. In Italia il picco è stato raggiunto nei primi anni duemila e attualmente l’Italia raffina zucchero greggio di canna. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’olio di oliva è stato l’olio alimentare per eccellenza fino ai primi anni del Novecento. La comparsa dei meno costosi oli di semi si è inserita nel mercato degli oli alimentari; dapprima ostacolata da disincentivi fiscali contro l’olio di semi, adesso i due tipi di oli alimentari convivono, spartendosi circa la metà del mercato degli oli alimentari italiani, grazie ad incentivi fiscali, più o meno oculti, nei confronti dell’olio di oliva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Simili situazioni si sono avute con la concorrenza fra margarina e burro, fra gomma sintetica e gomma naturale, fra benzina e gasolio come carburanti per autoveicoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La produzione di acciaio al forno elettrico da rottame convive con il processo di produzione a ciclo integrale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le fibre tessili naturali (cotone e lana), hanno subito una debole concorrenza da parte delle fibre artificiali (cellulosiche, come il raion) e una forte concorrenza da parte delle fibre sintetiche che si spartiscono oggi, su scala mondiale, circa a metà il mercato delle fibre tessili, convivendo con cotone e lana, ma dopo aver soppiantato quasi completamente canapa e lino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(f) Dopo che una merce ha raggiunto il picco, il declino può essere evitato con temporanee operazioni di accanimento terapeutico mediante sovvenzioni pubbliche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La produzione siciliana dello zolfo fu tenuta in vita durante l’autarchia fascista; nei periodi di guerra o di autarchia si è avuta una breve comparsa di merci o processi, tenuti in vita artificialmente, poi abbandonati; alcune tecnologie peraltro sono suscettibili di temporanee resurrezioni in particolari condizioni di scarsità di merci alternative.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un caso è rappresentato dalla crescita, picco, declino e resurrezione, col nome di bioetanolo, dell’alcol etilico carburante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(g) Saturazione della soddisfazione dei “consumatori”, cioè della carrying capacity del mercato, ma anche dello spazio disponibile. Ogni persona può possedere o usare una quantità di merci fisiche limitate, al di là delle quali non sa che cosa farsene o dove metterle. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo vale per la saturazione del consumo (e declino della produzione) di molti beni mobili: una persona può avere due o tre ma non venti divani o automobili o televisori o frigoriferi, eccetera. Un altro caso è offerto dal declino della produzione di piastrelle che ha raggiunto il picco nel 2001. Per far fronte a questa saturazione fisica del mercato e conseguente pressione dei fabbricanti, i governi e le imprese provvedono o tentano di intervenire con incentivi alla sostituzione di vecchi modelli con nuovi, alla creazione di mode che spingono a tale sostituzione, o con incentivi fiscali come nel caso delle automobili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto si è detto finora --- e la storia della tecnica e della merceologia --- suggeriscono che si tratta di tentativi di accanimento terapeutico destinati prima o poi all’insuccesso, cioè ad una temporanea ripresa della produzione del consumo seguita da picchi e declini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La presente breve analisi si propone come suggerimento di comportamenti a governi e ad imprese. Non è possibile continuare a martellare una popolazione di consumatori con il mito che si devono comprare sempre nuove merci: automobili, telefoni cellulari, elettrodomestici, strumenti per la registrazione del suono, computers, perché tutti gli sforzi, spesso grandissimi e costosissimi, per battere la concorrenza offrendo nuove merci che hanno qualche presunta innovazione, finiscono per scontrarsi con gli inevitabili limiti della capacità ricettiva del mercato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tali sforzi di investimenti e innovazioni potrebbero essere più utilmente impiegati per progettare meglio le merci, renderle più sicure e durature e meno inquinanti nel processo di fabbricazione, di uso e di smaltimento dopo l'uso. L’analisi delle tendenze di crescita potrebbe utilmente avvertire quando sono vicini i segni di saturazione e potrebbe consentire delle previsioni economiche, tecniche e politiche in grado di evitare costosi errori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sfortunatamente non sempre sono disponibili dati omogenei e comparabili sulle produzioni di merci per un periodo sufficientemente lungo che consenta l'analisi delle curve di crescita e l'elaborazione di corrette previsioni. Talvolta i mutamenti sono così rapidi che i governi e le imprese si accorgono degli errori quando già sono stati fatti costosi investimenti; ci sono stati numerosi esempi di errate previsioni nel campo delle telecomunicazioni, dell'energia, dei mezzi di trasporto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-7953080154143666539?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/7953080154143666539/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/11/crescita-picco-e-declino-delle-merci.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/7953080154143666539'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/7953080154143666539'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/11/crescita-picco-e-declino-delle-merci.html' title='Crescita picco e declino delle merci'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-3959701818925499660</id><published>2010-10-25T02:23:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:14:46.245-07:00</updated><title type='text'>Che cosa c'è "dentro" le merci ?</title><content type='html'>Ecole, maggio 2002&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni persona è immersa in un mondo di merci: basta entrare in un negozio di alimentari per trovare innumerevoli tipi di conserve, di grassi, di dolciumi, di bottiglie d'acqua; basta entrare in una cartoleria per essere circondati da penne, carta, giocattoli; basta camminare per la strada per essere attratti da scarpe e pantaloni, da telefoni mobili--- quelli chiamati affettuosamente "telefonini" --- da televisori, giornali e dischi di videogiochi --- che fanno bella mostra di se nelle vetrine dei negozi o delle edicole, o sui teli degli ambulanti, distesi sulla strada.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Tutte le merci si presentano e ci parlano: "Io sono la marmellata"; "Io sono fatto di tela jeans"; "Io sono fatto di cioccolata", eccetera. Come se questi nomi ci informassero sulla natura, origine e significato di ciò che viene offerto; invece non dicono quasi niente. In una nota a piè di pagina del primo capitolo del Capitale, Carlo Marx dice che "nella società borghese domina la &lt;em&gt;fictio iuris &lt;/em&gt;che ogni uomo, in quanto acquirente di merci, possegga una conoscenza enciclopedica delle merci".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutte le informazioni offerte agli acquirenti sono contenute nel prezzo, nell'aspetto, cioè nei colori, nelle confezioni, nella forma, e nei messaggi che i venditori inviano agli acquirenti attraverso la pubblicità. C'era una volta la merceologia, una disciplina, insegnata nelle scuole e nelle università commerciali, che aveva come fine la descrizione delle merci, come sono fatte, che cosa contengono, da dove vengono, dove vanno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciascun oggetto, dai prodotti alimentari, a quelli tessili, ai metalli presenti negli elettrodomestici o nelle automobili, al vetro delle lampade, al rame dei fili elettrici, ha una sua storia naturale, è stato ottenuto da risorse naturali --- vegetali, animali, minerali, pietre, fonti energetiche --- che sono state trasformate, mediante lavoro umano e mediante "storia": la gomma dei copertoni oggi è così come la conosciamo perché innumerevoli persone hanno scoperto l'esistenza delle piante della gomma, ne hanno analizzato il lattice, hanno modificato le caratteristiche del caucciù, l'hanno copiato fabbricandone per sintesi un surrogato, eccetera. Il prezzo monetario niente dice di questa storia naturale, umana e politica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il caucciù delle piante della Thailandia, o il petrolio da cui viene tratta la materia prima per la gomma sintetica, il lavoro dei contadini indonesiani o quello degli operai degli stabilimenti petrolchimici del Golfo Persico o di Gela, non sono uguali, come non sono uguali i rischi o i diritti civili di tali lavoratori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Consumo critico significa, pertanto, acquistare una merce conoscendo ed esaminando criticamente, appunto, le informazioni che sono "dentro" ciascun oggetto. Qualcosa si sta già facendo, quando alcune organizzazioni suggeriscono di boicottare le merci, come certi tessuti o scarpe e tappeti, che sono accessibili a noi a così basso prezzo perché sono ottenuti sfruttando a bassissimo prezzo il lavoro dei fanciulli, perché sono ottenuti distruggendo foreste o inquinando l'aria e le acque, o di boicottare prodotti agricoli venduti da multinazionali che finanziano governi fascisti nel Sud del mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molte merci hanno un "contenuto di violenza" molto grande e, quando le compriamo, tutti contenti perché costano poco, partecipiamo anche noi, indirettamente e senza saperlo, a tale violenza. Ho raccolto qualche idea di questo genere nel libretto "Le merci e i valori", pubblicato dall'editore Jacabook di Milano e qui vorrei modestamente suggerire alcune strade con cui la scuola potrebbe contribuire alla diffusione della consapevolezza proprio del "consumo critico".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima domanda da porsi davanti ad un oggetto è: "che cosa c'è dentro ?". Prendiamo la carta di un giornale o di un libro: (quasi) tutti i lettori sanno che nella carta c'è della cellulosa, sminuzzata e compressa in forma di foglio sottile capace di assorbire bene l'inchiostro delle penne o della stampa. Ma la cellulosa di un giornale ha fatto un lungo cammino: qualche mese fa era contenuta nel legname di boschi canadesi o svedesi, brasiliani o indonesiani, talvolta coltivati e rigenerati con cura, talvolta tagliati selvaggiamente lasciando dietro terre esposte all'erosione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi erano i proprietari dei boschi ? chi erano gli operai che li hanno tagliati ? il docente di geografia ha molte occasioni per illustrare la distribuzione nel mondo di questa, come di altre materie prime (piante alimentari, bestiame, minerali metallici, carbone, petrolio), mettendo in evidenza le condizioni economiche e sociali in cui tali materie prime sono estratte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma prima di diventare carta la cellulosa ha fatto una lunga strada: i tronchi sono stati trasportati lungo fiumi e strade e ferrovie, sono stati frantumati dopo separazione della corteccia, poi i "chips" sono stati trattati chimicamente per separare la cellulosa dalle sostanze brunastre indesiderabili che si chiamano lignine. Il docente di discipline scientifiche o tecniche ai vari livelli ha, se vuole, un ruolo centrale nella descrizione di questa trasformazione. La cellulosa purificata greggia viene trasformata in pasta da carta e le relative operazioni chimiche comportano inquinamenti dell'aria e delle acque.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I docenti di discipline economiche potranno aiutare gli allievi a leggere le statistiche (alcune si trovano anche nel popolare "Calendario Atlante De Agostini"), e possono spiegare che l'Italia, per esempio, ha consumato nel 2008 circa 11 milioni di tonnellate di carta e cartoni, in parte importati, in parte fabbricati da pasta per carta di importazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il docente di storia potrà, se vorrà, "raccontare" la straordinaria (e anche emozionante) storia di quella materia apparentemente così banale quando si trova nei quaderni, nei libri, nei giornali, negli imballaggi; una storia della carta che risale a migliaia di anni fa, e che si svolge dalla Cina attraverso gli Arabi, fino all'Europa medievale, a cominciare da Amalfi. Anche se fino a 150 anni fa la cellulosa per la carta era tratta dagli stracci ricuperati dai rifiuti da speciali artigiani che "facevano ecologia", molto prima che la scoprissimo noi. Per inciso tutta la storia delle merci offre occasioni per ricordare il debito di riconoscenza che l'Europa, oggi così piena di se, deve all'Estremo Oriente, al mondo musulmano, ai popoli nativi dell'America latina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho detto prima che l'Italia consuma dieci milioni di tonnellate all'anno di carta e cartoni, ma ho detto una sciocchezza. Noi non consumiamo affatto queste merci: il giornale dopo poche ore diventa carta straccia; gli imballaggi vengono buttati via dopo pochi giorni dalla loro utilizzazione; giusto i libri possono durare in una biblioteca qualche anno; la carta usata, quegli 11 milioni di tonnellate prima citati, finisce (con tutto il suo "contenuto" di cellulosa, di energia, di lavoro umano) per circa la metà nelle discariche o negli inceneritori; una metà viene raccolta in modo corretto e tale da alimentare l'industria che trasforma la carta usata in nuova carta e cartoni, evitando i guasti ecologici della distruzione delle foreste.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al di là del prezzo, un consumo critico dovrebbe orientarsi all'acquisto della carta e dei cartoni riciclati; come si fa a riconoscerli ? talvolta è scritto sulla carta dei libri e dei giornali, talvolta c'è un simbolo sui cartoni e sugli imballaggi, ma quanti di noi sono in grado, o cercano, di riconoscere il maggior "valore" (in termini di lavoro, di minore consumo di acqua, di energia, di materie prime naturali scarse) delle merci riciclate ?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una svolta verso il consumo critico richiede, a mio parere, un impegno della scuola, a tutti i livelli, per la descrizione delle merci con cui gli allievi vengono a contatto; da tale descrizione è possibile riconoscere il "contenuto" di materie, di energia, di acqua, di lavoro, di ciascuna di esse. A questo punto il consumo critico può preferire le merci che richiedono meno energia, meno acqua, meno materie non rinnovabili, che generano meno rifiuti gassosi, liquidi e solidi, che non hanno richiesto mano d'opera sfruttata a basso prezzo o in tenera età, che durano più a lungo, che richiedono meno manutenzione --- nell'intero ciclo di vita di ciascuna merce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi rendo conto che non si tratta di operazioni facili, tanto più che mancano riviste e libri che trattano in questi modo la storia naturale e sociale delle merci, manca un dizionario o una enciclopedia delle merci, manca proprio la cultura merceologica, con l'aggravante che la pubblicità si infiltra nella stampa e nei mezzi di comunicazione e fa arrivare messaggi che spesso sono distorti, spesso per bocca di persone apparentemente autorevoli, ma che di merceologia non sanno niente.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-3959701818925499660?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/3959701818925499660/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/10/che-cosa-ce-dentro-le-merci.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3959701818925499660'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3959701818925499660'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/10/che-cosa-ce-dentro-le-merci.html' title='Che cosa c&apos;è &quot;dentro&quot; le merci ?'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-2065624835698793533</id><published>2010-10-23T05:07:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:15:47.259-07:00</updated><title type='text'>Le merci nella storia umana</title><content type='html'>Giorgio Nebbia &lt;em&gt;nebbia@quipo.it&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alle radici della società dei consumi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molti sono indotti a pensare che la nostra sia, per eccellenza, la "società dei consumi". A ben guardare, invece, tutte le società del passato sono state attratte dai consumi, dall'esibizione della ricchezza, dalle merci di lusso ed esotiche, fonti, allora come oggi, di sprechi, di frodi, di corruzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In epoca romana l'avvento della società dei consumi coincide con la conquista dei paesi del Mediterraneo e con i contatti con i regni ellenistici, creati dagli eredi di Alessandro il grande e cresciuti, con alterna fortuna, nei tre secoli prima di Cristo, in Egitto, in Grecia e in Persia. I regni ellenistici si trovavano in una situazione eccezionale dal punto di vista del traffico delle merci di lusso, costituite da seta e giada provenienti dalla Cina, da profumi e aromi, provenienti dall'Africa centrale e dall'Arabia, da metalli, oro e pietre preziose provenienti dall'India.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Una società abbastanza rigida e austera, come quella della Roma repubblicana, si trovò così di fronte a merci preziose e costose, la cui esibizione era segno di successo sociale, indicava l'appartenenza a classi ricche. Le merci orientali arrivavano accompagnate da nuovi riti e nuove religioni, come avviene attualmente nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti. Anche Roma era potente, aveva a disposizione terre fertili e ricchi raccolti e una industria capace di costruire città e ponti, strade e armi; anche Roma era orgogliosa e superba e alcune classi si erano arricchite con le tasse rapinate nei paesi soggetti, con l'acquisto a basso prezzo di materie strategiche come cereali, metalli, prodotti industriali, da rivendere con lauti profitti. Le giovani generazioni delle classi agiate potevano così alternare pigramente la pratica politica e un po' di imprese militari con la riscossione dei guadagni e dei tributi e cominciarono a guardare incuriosite i nuovi paesi, ad usare nuove merci di lusso e ad adottare nuove abitudini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando arrivarono a Roma, nel primo secolo avanti Cristo, i primi tessuti di seta, prodotti in Cina e trasportati da mercanti nomadi attraverso l'Asia fino alla Persia e al Mediterraneo, il loro possesso e la loro esibizione attrassero uomini e donne delle classi agiate romane. Tanto che un austero brontolone e studioso come il comasco Plinio, poteva scrivere, a metà del primo secolo dopo Cristo, nella sua "Storia naturale", parole di deplorazione per le signore romane che giravano per la città coperte di trasparenti indumenti di seta, fonte di eccitazione e ammirazione per gli sfaccendati. E circolavano anche aromi e profumi costosi e droghe, non molto diverse dagli stupefacenti che stanno corrodendo le fondamenta delle società capitalistiche. Anche allora c'era un’organizzazione di mercanti e avventurieri che facevano affluire nell’area del Mediterraneo droghe e spezie, ad altissimo prezzo, sapendo dove andarle ad acquistare, nei lontani paesi asiatici. Si ebbe, insomma, nei due secoli prima e dopo Cristo, uno straordinario intreccio di commerci a grande distanza, per via di terra e di mare, la prima grande rivoluzione merceologica della storia, a dimensione, come si direbbe oggi, globale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli ultimi cento anni l'esplorazione degli archivi e dei documenti ha messo a disposizione degli studiosi e dei curiosi informazioni abbastanza accurate sulle vie commerciali che univano l'Oriente e l'Occidente e sulle merci oggetto di scambio, in un flusso che prevalentemente andava dall'Asia verso il Mediterraneo e Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La via della seta&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal 1960 al 1970 nel corso di laurea in Lingue che esisteva, allora, presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Bari, fu attivato un insegnamento complementare di "Storia del commercio con l'Oriente" che fu poi abolito quando fu creata la Facoltà autonoma di Lingue. Era ed è stato, per quanto ne so, l'unico corso del genere in Italia e forse nel mondo e il suo nome derivava dal titolo di un celebre trattato, scritto alla fine del secolo scorso dallo storico tedesco Guglielmo Heyd (1823-1906); le merci avevano, naturalmente, un ruolo centrale e del resto un terzo del trattato di Heyd contiene una grande enciclopedia delle merci scambiate con i paesi orientali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La già ricordata "Storia naturale" di Plinio --- pubblicata da Einaudi, in molti volumi, in una accurata traduzione in italiano moderno --- offre già un primo quadro delle merci che arrivavano a Roma dall'Oriente. Ai tempi di Plinio le conoscenze sulla provenienza e sulle vie di commercio delle merci esotiche erano relativamente scarse e imprecise. Tali strade commerciali collegavano la Cina con il Mediterraneo sia per via di terra attraverso l'Asia, sia per via di mare. Plinio non sapeva neanche esattamente di che natura fosse quella seta che attirava la sua indignazione come fonte di scandalo. La seta, come è noto, è una fibra elaborata dal baco per costruire, se così si può dire, il bozzolo entro cui si trasforma in farfalla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certamente prima di Cristo i Cinesi avevano scoperto che per ricuperare intatta, come filamento continuo, il lungo filo che il baco avvolgeva intorno al proprio corpo, occorreva uccidere il baco, per immersione in acqua calda, altrimenti la farfalla, nell'uscire dal bozzolo, avrebbe bucato il bozzolo e tagliato il filo di seta in tanti pezzetti corti e inservibili a fini tessili. Poi sapevano che era possibile dipanare dolcemente il filo dal bozzolo ottenendo un filamento sottile e lucido, lungo da mille a duemila metri.Il filo di seta poteva poi essere trasformato in tessuti molto leggeri e belli che erano trasportati in occidente; più tardi la Cina cominciò ad esportare il filato che veniva tessuto in Siria e in Europa, e qualche tempo dopo arrivarono, prima nell'Asia centrale e poi in Occidente, le uova (dette impropriamente "semi") del baco e la tecnica di allevamento del baco e di produzione del filato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Basta guardare una carta geografica per rendersi conto delle difficoltà che i mercanti dovevano affrontare per portare la seta nel Mediterraneo duemila anni fa. Un documentario in varie puntate, trasmesso dalla RAI nell'estate del 1990, dalle 10 alle 11 di mattina (sfortunatamente ore inaccessibili per chi lavora), raccontava con ricchezza di particolari la via terrestre della sete. Chi vuol saperne di più acquisti i due bei volumi intitolati "La via della seta", pubblicati dal Touring Club Italiano (sono un po' costosi per i non-soci; costano meno per i soci e la differenza di prezzo copre praticamente la quota di associazione al TCI che da' diritto anche a molte altre pubblicazioni). Il documentario e il primo dei due volumi descrivono un viaggio da Pechino a Venezia fatto alcuni anni fa da una troupe televisiva giapponese alla ricerca delle testimonianze del passaggio dei commercianti di seta, di giada e di merci orientali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le fonti di tali viaggi sono rappresentate da resoconti occidentali, del 1200-1300, da testi arabi di viaggio del 800-1200, e, per un periodo anche molto più antico, dai verbali redatti in Cina --- e fortunatamente pervenuti fino a noi in una serie completa --- degli eventi dell'impero cinese da duemila anni a questa parte. Dagli annali cinesi, scritti e tenuti in ordine da speciali funzionari, i mandarini, estremamente efficienti e accurati, risulta che già duemila anni fa arrivavano alla corte cinese strani personaggi che dicevano di essere ambasciatori di regni lontani, nell'Asia e ancora più in la, regni ricchi e ben disposti a porgere omaggio al grande imperatore della Cina e ad offrire preziosi doni. I doni erano cose spesso di poco valore, raccattate nei vasti territori dell'Asia, ma per lo più sconosciute ai Cinesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davanti ad un così rispettoso omaggio il grande imperatore non poteva lasciare andare a mani vuote gli ambasciatori che ripartivano carichi di seta e di altre preziose merci cinesi. Si trattava per lo più di mercanti che si spacciavano per ambasciatori e che, dopo aver traversato l'Asia, si presentavano ai signori dell'India, della Turchia, della Persia, dell'Arabia, del mondo cristiano, spacciandosi di nuovo come ambasciatori del grande imperatore della Cina che mandava i suoi doni, in cambio di denaro o di qualche altro regalo altrettanto prezioso. Un fiorente commercio di baratto era così praticato da mercanti, avventurieri, imbroglioni, che traevano profitto trasportando le merci attraverso deserti infuocati e montagne innevate, attraverso pianure disabitate o terre occupate da popoli continuamente in guerra e da predoni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli annali cinesi raccontano che qualche imperatore più curioso mandò delle spedizioni militari e dei missionari buddisti verso l'Asia centrale, un po' come avrebbero fatto qualche secolo dopo i re cristiani e i papi di Roma quando mandarono i francescani e, più tardi, i gesuiti, a convertire i popoli asiatici, ma anche a capire come erano fatti e quale livello di vita materiale avevano gli infedeli. Tornati in patria, guerrieri e monaci cinesi hanno raccontato i loro viaggi, i popoli conosciuti, i prodotti delle varie terre, la maggiore o minore ospitalità ricevuta. Nel secondo secolo dopo Cristo un viaggiatore cinese che voleva raggiungere il Mediterraneo e il paese dei "romani" - che si diceva fossero poi gli acquirenti finali della seta - fu bloccato e rispedito indietro dai signori dell'Arabia; questi acquistavano le merci cinesi e le rivendevano nel Mediterraneo con lauti guadagni e non avevano nessuna intenzione di tollerare rapporti commerciali diretti fra la Cina e Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il viaggio dalla Siria alla Cina e viceversa durava uno o più anni, a seconda delle condizioni politiche e militari dei paesi attraversati, e il confronto fra le fonti cinesi e arabe e quelle occidentali del 1200-1300 mostra che il percorso non è cambiato molto nel corso di quindici secoli. Il notissimo "Milione" di Marco Polo e i "manuali" (le “pratiche di mercatura”) come quella del fiorentino Francesco Balducci Pegolotti, sono vere e proprie guide di viaggio, con informazioni sui paesi incontrati lungo la strada dell'Asia, sulle merci, la loro qualità, i prezzi, sulle monete usate dai vari popoli, eccetera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa si dicevano questi personaggi --- cinesi, turchi, arabi, latini, persiani --- durante i lunghi terribili viaggi ? In che modo comunicavano con popoli che parlavano decine di diverse lingue ? C'era anche allora una specie di lingua "universale", un po' come l'inglese oggi, parlato e capito più o meno bene in Arabia, in Persia, in Russia, fra le cime nevose dell'Himalaya, nei deserti della Siberia e dell’Asia centrale, nelle fertili pianure cinesi ? Che cosa vedevano e copiavano e raccoglievano ?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c'è dubbio che attraverso la via terrestre della seta sono arrivati in occidente la carta e la polvere da sparo, la tecnica di stampa a caratteri mobili e gli stupefacenti, la bussola e la giada. Insomma, nel bene e nel male, la conoscenza --- se non vogliamo usare il termine "civiltà" --- ha potuto circolare grazie ai mercanti; gli stessi occhi che sapevano riconoscere la qualità delle merci e la dabbenaggine dei compratori, riconoscevano le novità utili e le raccontavano nei loro paesi di origine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha perciò fatto bene l'UNESCO, l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'istruzione e la scienza, a lanciare un programma proprio intitolato "La via della seta", col fine di ricordare alle genti la grande unita' del genere umano, per mostrare che i contatti fra i popoli, e anche i commerci e le merci, sono i grandi veicoli di conoscenza e di pace. A tale fine l'UNESCO ha organizzato due grandi spedizioni lungo l’antica via della seta per terra e per mare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La via di terra partiva da Pechino, attraversava Hami (Kamul), nella Cina occidentale, e costeggiava il terribile deserto del Taklamakan passando per le città carovaniere di Aksu e di Kashgar, l'odierna Kashi. Da qui, lungo due diverse strade che superavano il massiccio dell'Himalaya, i mercanti raggiungevano Samarkanda e Bokhara, nell'odierno Uzbechistan, e poi, attraverso l'Iran, raggiungevano le coste del Mediterraneo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il monopolio di tale commercio e la conquista delle città carovaniere ha provocato guerre e ha rovesciato imperi: già ai tempi dei Romani, le guerre contro i Parti, che occupavano l'Arabia e la Persia, avevano come fine anche la conquista del terminale occidentale di merci preziose e strategiche, come quelle provenienti dall'Oriente. Un po' come oggi si fanno le guerre per conquistare, o per difendere, i pozzi di petrolio o le miniere di rame, cobalto o tungsteno. Non si creda che, per l'economia di duemila anni fa, la seta, le droghe, le spezie, l'ambra, la giada avessero minore importanza del gas naturale o del cobalto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il vasto immenso mare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per raggiungere dal Mediterraneo la Cina c'era, come alternativa alla via terrestre della seta, la via altrettanto terribile dell'Oceano Indiano. Mentre per la conoscenza della strada terrestre della seta ci sono a disposizioni fonti cinesi e, solo molto più tardi, abbiamo fonti arabe e poi quelle europee (le già citate opere di Marco Polo, Pegolotii, e altri), la via marittima è stata descritta già duemila anni fa in un poco noto papiro greco scritto da un mercante di cui non si conosce il nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come il libro di Pegolotti era una guida per i suoi colleghi del 1300 che volevano andare in Cina attraverso l'Asia, così il "Periplo del mare eritreo", spiega esattamente come si fa ad andare dall'Egitto a Ceylon e ritorno. Il libretto è stato scritto probabilmente per altri mercanti della stesso societa' o gruppo, o per propria memoria, e la sua redazione risale ad una data incerta che va fra qualche anno prima di Cristo e qualche anno dopo Cristo. In quel periodo era stata scoperta la regolarità dei venti --- i monsoni --- che corrono sull'Oceano Indiano. Questi venti vanno dall'Africa all'India e alla Malesia nei mesi estivi, da agosto a ottobre, e vanno in senso contrario in primavera, da febbraio a aprile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una volta conosciuto questo fenomeno un mercante egiziano o greco-egiziano, come era probabilmente l'autore del "Periplo", poteva partire a gennaio da Alessandria, poteva percorrere il Mar Rosso fino ad Aden, poi poteva veleggiare spinto dai monsoni in modo da essere in India e Malesia alla fine della primavera. Qui poteva scambiare le merci e riprendere il mare, sotto la spinta dei monsoni autunnali; partendo in agosto dall'India, poteva rientrare a casa, in Egitto, a dicembre. E' sorprendente che piccoli esseri umani, davanti all'immensità degli oceani, potessero osservare eventi geografici intercontinentali e su di essi organizzare la propria vita e i propri traffici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il "Periplo" spiega che un mercante partiva da Alessandria e raggiungeva il Mar Rosso, probabilmente attraverso canali e laghi navigabili per i piccoli battelli del tempo. Da qui cominciava la navigazione del Mar Rosso, una strada ben nota già agli Egiziani; un bassorilievo di oltre mille anni prima di Cristo, a Deir el-Bahri, mostra un grande battello della spedizione che la regine Hashepsut organizzò per andare ad acquistare spezie e droghe nella Sabea, l'attuale Yemen, e in Africa orientale. Dalla Sabea veniva la favolosa regina di Saba che visito' Salomone, portandogli - e ricevendone - doni preziosi, una delle forma di baratto a livello statale che era comune nel commercio fra oriente e occidente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel bassorilievo merceologico di Deir el-Bahri appaiono ben disegnate le piante e le merci acquistate e delle stesse merci parla il "Periplo", spiegando in quali porti si trovavano prodotti di buona qualità e in quali porti le merci erano scadenti. Di ciascun porto vengono indicati i fondali, l'accoglienza riservata dagli abitanti agli stranieri, in qualche caso sono citati i re e le capitali dell'interno. Arrivato ad Aden il mercante si trovava di fronte al grande oceano; per un po' le navi veleggiavano vicino alla costa meridionale della penisola arabica poi c'erano probabilmente uno o due mesi di navigazione in mare aperto fino alla costa occidentale dell'India.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo volume del gia' ricordato libro "La via della seta", pubblicato dal Touring Club Italiano, racconta e illustra la via marittima per la Cina, una via percorsa non solo dai mercanti occidentali, ma anche dalle navi cinesi che arrivavano, gia' nei primi secoli dell'era cristiana, fino alle coste dell'Africa orientale dove sono state trovate porcellane certamente importate dalla Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il "Periplo del mare Eritreo" e simili resoconti di viaggi per mare fra il Mediterraneo e la Cina lasciano senza risposta molte curiosita': in quanti erano imbarcati sulle navi transoceaniche (non dimentichiamo che stiamo parlando di eventi verificatisi 1500 anni prima del viaggio di Colombo, su percorsi più o meno della stessa lunghezza) ? che cosa facevano nelle interminabili notti e nelle torride giornate ? quali erano le condizioni igieniche a bordo ? dove si procuravano l'acqua per dissetarsi e il cibo ?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa trovavano nei porti africani o indiani ? in quali lingue scambiavano le merci mediterranee con la seta, l'ambra, le spezie e le droghe ? che cosa sapevano dei paesi ancora piu' ad oriente: Ceylon, la Malesia (che i greci conoscevano come il "Chersoneso d'oro"), e dei mari ancora più lontani ?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I mercanti occidentali potevano acquistare la seta e le merci cinesi gia' nelle citta' indiane rifornite regolarmente dai Cinesi per via di terra o per via marittima e nei porti indiani probabilmente si incontravano europei dalla pelle chiara, semiti, popolazioni africane dalla pelle scura, cinesi dagli occhi a mandorla. I ricchi e movimentati porti dell'India erano qualcosa come Londra o New York o Anversa dei nostri giorni, crogioli di popoli e di conoscenze, di civiltà e di avventure già venti secoli fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcuni passi della nota raccolta di novelle "Le mille e una notte" e specialmente il lungo racconto del marinaio Sindbad, parlano di eventi e paesi la cui conoscenza proviene certamente dai marinai arabi che allora ormai arrivavano ai porti cinesi; anche le fonti cinesi --- i resoconti delle "ambascerie" --- contengono, già mille anni fa, notizie accurate dei paesi incontrati dai marinai cinesi nei loro viaggi verso Occidente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora una volta si resta sbalorditi davanti al coraggio dei naviganti che affrontavano spazi sterminati, affidando le loro ricchezze a fragili barche e vele in un mare pieno di tempeste e insidie come l'Oceano Indiano. E' stato probabilmente per superare le incertezze di una navigazione basata soltanto sulle stelle che qualche marinaio cinese ha pensato di applicare a fini pratici la curiosa osservazione che certi pezzi di ferro si dispongono sempre con la punta rivolta nella stessa direzione, che coincideva con quella delle stelle del nord. L'avere a bordo delle navi, nelle notti prive di stelle, un sicuro orientamento deve essere stata una rivoluzione simile a quella dell'invenzione della radio. Gli Arabi copiarono dai Cinesi la bussola (come noi la chiamiano in occidente) e i cristiani la copiarono dagli Arabi o dai Cinesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le guerre della seta e dell’allume&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo la tecnologia della seta era arrivata a Bisanzio che dal settimo secolo, divento' il centro di coltivazione del gelso, delle cui foglie si nutre il baco da seta, di allevamento del baco e di produzione delle seta greggia; altre produzioni di seta si avevano nei paesi arabi: adesso non si muoveva più la preziosa merce, ma si era spostata la tecnologia e la Cina perdeva di importanza come fonte della preziosa fibra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I mercanti percorrevano la via della seta portando altre merci e informazioni, mentre cambiavano gli equilibri geopolitici dell'Asia. L'impero dei Mongoli, intorno al 1200, si estendeva dalla Russia alla Cina; le sue strade, sicure e protette, si aprivano a mercanti e missionari occidentali, Arabi e Cinesi. Una grande era di civiltà e di rispetto reciproco caratterizzava l'Asia ed è in questo periodo, durato circa un secolo, che Marco Polo raggiunge Pechino per via di terra, tornando a Venezia per via di mare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il flusso delle merci era, bene o male, continuato durante l'espansione dell'Islam e dei Mongoli, con Venezia e Genova che non esitavano a trafficare, nel nome del profitto, con i nemici della cristianità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1400 si verificano alcuni eventi rivoluzionari. La rapida espansione, a partire dall'inizio del quindicesimo secolo, dei Turchi, altro popolo nomade, in Asia e poi verso il Mediterraneo, e la conquista di Costantinopoli nel 1453 avevano definitivamente interrotto la via terrestre e marittima di rifornimento delle merci verso l'occidente: spezie, droghe, seta, zucchero, carta, insieme a conoscenze scientifiche, linguistiche, tecniche, geografiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con la crescita e il trionfo dei Turchi una nuova potenza imperiale venne a controllare l'intera via terrestre e marittima dei traffici dal Mediterraneo alla Cina. In queste condizioni gli imperi occidentali, sorti nel frattempo, cercarono un'alternativa avviando cosi' la seconda rivoluzione merceologica. Ad esempio, occupando l'Asia Minore i Turchi si impadronirono delle ricche miniere di allume, indispensabile per l'industria della concia delle pelli e della tintura dei tessuti. Quasi subito furono scoperti giacimenti di allume nell'alto Lazio e in Toscana, a Tolfa, e il papato non esito' a sostituire il proprio monopolio a quello turco e a organizzare un boicottaggio dell’allume degli odiati infedeli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il papa Paolo II emanò, nel 1465, un anatema “merceologico” che vietava ai cristiani, pena la scomunica, di acquistare allume diverso da quello di Tolfa. Giulio II con una bolla del 1506 confermò la scomunica a chi cercava di acquistare l'allume dagli odiati Turchi e, ad ogni buon conto provvide ad applicare sulla importante merce una tassa di esportazione che, diceva, avrebbe dovuto finanziare una nuova grande crociata. A riprova dell'importanza dell'allume, Lorenzo de' Medici manifestò la sua magnificenza conquistando col ferro e col fuoco Volterra e le sue miniere (1472) e da parte loro gli inglesi non esitavano ad acquistare dagli infedeli a minor presso la preziosa materia prima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per i papi il peccato era così grave che la scomunica per gli acquirenti dell’allume turco era così grave da essere esclusa da quelle condonabili a pagamento, secondo l’ordinanza di Leone X del 1517 (quella famosa che indusse l’indignato Lutero ad appendere, nello stesso anno, alle porte della chiesa di Wittenberg, le 95 tesi da cui nacque la riforma protestante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del resto la pratica di mischiare affari e salvezza dell’anima non era strana. Una bolla di Giulio III del 1553 vietava di importare sale negli stati della chiesa, in concorrenza con quello prodotto nelle loro saline di Cervia e il divieto fu rafforzato con pena di scomunica dalla bolla di Gregorio XIII nel 1577, e poi, con pene in denaro, ma senza più scomunica, da Clemente VIII nel 1597.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Andiamo a cercare la via delle spezie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque gli affari sono affari e se i Turchi venivano a possedere il controllo dei traffici fra Oriente e Occidente, forse si poteva cercare di raggiungere l’Oriente per via di mare. In questa atmosfera di tensioni, guerre, scarsità di merci, aumento dei prezzi delle merci pregiate, i Portoghesi tentarono di raggiungere le Indie e l'estremo Oriente, e le relative merci, circumnavigando l'Africa (1497-98) e Colombo cerco' di farsi finanziare una spedizione con l'obiettivo di raggiungere la Cina navigando verso occidente (1492).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella ricerca di una nuova strada per la Cina gli europei si trovarono di fronte ad un intero continente da "conquistare" e sottomettere, con vecchie e nuove merci ancora più preziose di quelle indiane e cinesi, con terre sconfinate da spartirsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' questo il risvolto imperialistico della "scoperta" dell'America, la lunga scia di sangue e di dolore e di oppressione che ha accompagnato e seguito la "conquista", motivata non da spirito scientifico o da genuino interesse di diffondere la cultura e la "civiltà" bianca e cristiana, ma da genuina e rapace avidità di conquista di terre e di merci. E' stata, insomma, una grande operazione merceologica in un periodo di grandi crisi merceologiche in un momento di espansione economica dell'Europa, in cui la richiesta di merci orientali o di loro surrogati non solo aumentava, ma diventava essenziale per la sopravvivenza delle industrie e dei traffici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Vamos a buscar las vias de la specierias". E la via delle spezie portò Colombo e i suoi a imbattersi in un altro continente, vastissimo e ricco di merci in parte simili a quelle orientali e in parte del tutto nuove. Ricco fra l'altro di oro e argento che i nativi sapevano estrarre e lavorare e che sollecito' subito l'avidità degli spagnoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comincia così una drammatica storia di sfruttamento dei nativi e delle risorse del territorio americano e la esportazione di merci strategiche. I nuovi stati che si formano, dapprima come colonie e poi come stati indipendenti, si scatenano in lotte per la conservazione dei monopoli dei traffici, sobillati dai paesi occidentali che esercitano il loro imperialismo per tenere sotto controllo l'approvvigionamento delle merci e delle materie prime locali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il meccanismo è sempre lo stesso: dapprima inizia uno sfruttamento coloniale, poi arriva l'intervento tecnico-finanziario delle compagnie occidentali negli stati divenuti indipendenti; poi i paesi indipendenti che possiedono le merci richieste dall'Europa cercano di trarre, attraverso tasse sull'esportazione, qualche vantaggio dalle materie del loro territorio; poi i vari paesi vicini si fanno guerra fra loro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le guerre della gomma&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima nuova, merce “strategica” americana, destinata ad avere importanza strategica e a scatenare guerre e massacri, fu scoperta gia' nei primi anni della conquista: si trattava di un materiale elastico, tratto dalle incisioni praticate sulla corteccia di un albero che gli indigeni chiamavano con un nome che fu tradotto come "caucciu'" e che ha il nome botanico di Hevea brasiliensis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalle incisioni usciva un lattice liquido che coagulava al fuoco e si trasformava in un prodotto solido elastico con cui, dice la leggenda, i nativi facevano delle specie di palle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dapprima la gomma fu considerata una curiosità, ma quando i conquistatori entrarono in Amazzonia incontrarono intere foreste di Hevea e portarono con se' in Europa alcuni campioni del nuovo materiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come è ben noto, il succo, o lattice, che esce dalla corteccia della piante di Hevea e' una emulsione, cioè una dispersione finissima in acqua di una macromolecola, il poli-isoprene; lasciata a se' o scaldata, l'emulsione si rompe e si separa la gomma greggia. Alcuni campioni di gomma greggia furono analizzati in Europa alla fine del 1700; nei primi anni del 1800 l'inglese Macintosh scopri' che la gomma greggia si scioglieva in essenza di trementina; se una tela veniva impregnata con questa soluzione diventava impermeabile all'acqua. Nacque così l'indumento impermeabile che ancora oggi in Inghilterra si chiama "macintosh".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questa e per poche altre applicazioni la gomma greggia comincio' ad essere importata in Europa. Agli inizi del 1800 le ruote dei veicoli erano di legno rivestito con un cerchione di ferro per cui il moto dei veicoli era lento e rumoroso. Qualcuno penso' di sostituire il cerchione di ferro con uno strato di gomma greggia, ma la copertura di gomma, pur essendo elastica e silenziosa, durava poco e la gomma, col caldo e col freddo, diventava appiccicosa o fragile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Decine di persone cercarono di modificare chimicamente la gomma per renderla più resistente. Fra questi uno dei più ostinati fu Charles Goodyear (1800-1860) il quale, nel 1839, negli Stati Uniti, scopri' che una miscela di gomma, zolfo e bianco di piombo, opportunamente scaldata, si trasformava in un materiale del tutto nuovo, resistente, elastico, stabile, che fu chiamato gomma vulcanizzata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scoperta ebbe conseguenze rivoluzionarie: si scopri' che la gomma vulcanizzata aveva numerosissime applicazioni, per esempio era adatta finalmente alla preparazione di buone coperture per le ruote dei veicoli. La richiesta di gomma greggia aumento' e il Brasile, nel cui territorio si trovavano estesissime foreste di alberi della gomma, venne a trovarsi in una posizione di monopolio e fu investito da una ondata di ricchezza. La richiesta di gomma passo' da 800 tonnellate, nel 1840, a 30.000 tonnellate all'anno nel 1890. Ricche citta' della gomma sorsero sull'alto corso del Rio delle Amazzoni, aull'Orinoco e sul Madeira.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella fretta di estrarre la massima quantità di gomma nel più breve tempo i raccoglitori di gomma praticavano tagli profondi nelle piante che cosi' morivano. Con questo barbaro modo di sfruttamento, gli alberi della gomma perirono a milioni con gravi conseguenze per il futuro. Ma al futuro non pensava nessuno; c'erano, davanti a se’, altri (apparentemente) sterminati boschi da sfruttare. Già nel secolo scorso è così cominciato il grande assalto all'Amazzonia, in continua espansione anche ai nostri giorni, anche se sono diverse le merci strappate alla grande foresta tropicale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per l'estrazione della gomma e per il trasporto della gomma greggia venivano impiegati, in condizioni di schiavitù, gli indigeni; mentre la febbre della gomma portava incredibili ricchezze nelle città sorte sui fiumi vicino alle foreste, la popolazione di nativi mori' per le malattie, la fatica, la fame, in uno dei grandi genocidi provocati dalla avidità merceologica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le foreste di piante della gomma erano in una zona dagli incerti confini, fra Brasile, Peru, Ecuador, Bolivia e Colombia. La Bolivia fu uno dei paesi che comincio' a produrre gomma in concorrenza col Brasile; cominciò così una lunga guerra fra Brasile e Bolivia, durata fino alla pace di Petropolis del 1903. La Bolivia dovette cedere al Brasile vasti territori della regione di Acre, ma ormai vi restavano ben pochi alberi della gomma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre i paesi padroni delle materie prime si scannavano fra loro, i paesi industriali guardavano lontano: ormai della gomma non potevano piu' fare a meno per la fabbricazione di fili elettrici, di tubi, delle coperture per le ruote delle carrozze, delle biciclette e, a partire dalla fine del 1800, delle automobili. L'Inghilterra fu la prima a rompere il monopolio del Brasile. Benche' il Brasile sorvegliasse strettamente le esportazioni, per evitare che venissero portati altrove i semi delle preziose piante di Hevea, il governo inglese incarico' il coltivatore Henry Wickham di far uscire dal Brasile alcune piante per trasferirne la coltivazione nelle colonie inglesi. Dopo un viaggio avventuroso, nel 1876 le prime piantine della gomma furono messe a dimora e coltivate nel giardino botanico di Londra; da li le piante furono trasferite a Ceylon e poi in Malesia dove la produzione di gomma "inglese" comincio' nel 1907.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli olandesi cominciarono a coltivare gomma nelle loro colonie a Giava; i belgi nelle loro colonie africane. Infine, durante la prima guerra mondiale, fu messo a punto un primo metodo di produzione "sintetica” della gomma che fu perfezionato successivamente, tanto che oggi la produzione di gomma sintetica supera del doppio la produzione della gomma naturale. Il vantaggio della distruzione delle foreste sudamericane e' stato effimero, ma le conseguenze ecologiche di tale distruzione sono durature.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le guerre del salnitro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia dei nitrati --- l'altra importante merce strategica "americana" --- comincia più tardi, nei primi anni del 1800; le guerre imperialiste fra Francia, Inghilterra, Germania, Austria richiedevano crescenti quantità di esplosivo e in quel tempo l'unico esplosivo disponibile era la polvere nera, costituita da una miscela di carbone, zolfo, nitrato di potassio (che poteva essere sostituito con nitrato di sodio). Nello stesso periodo i biologi studiano e scoprono che la resa delle piante dipende dalla presenza nel terreno di sostanze nutritive, fra cui un ruolo importante ha l'azoto: l'addizione al terreno di nitrato di sodio aumenta la produzione agricola in un momento in cui sta aumentando la popolazione mondiale, il livello di vita in Europa e nel Nord-America, la domanda di cibo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intorno al 1820 alcuni esploratori scoprirono la presenza di grandi giacimenti di nitrato di sodio nell'altopiano del deserto di Atacama, una zona disabitata che si trovava fra le Ande e il Pacifico, assegnata alla Bolivia nella spartizione dei domini sudamericani, al sud del Peru e al nord del Cile. Il nitrato di sodio si era formato nel corso di millenni dalla mineralizzazione, nelle condizioni aride e calde dell'altopiano, di grandi depositi di guano, un materiale ricco di azoto e fosforo costituito da escrementi di uccelli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il guano si prestava come concime, il nitrato di sodio come ingrediente per la polvere da sparo. A partire dal 1820 lo sfruttamento di questi giacimenti cominciò ad opera di qualche societa' anglo-cilena. La Bolivia, proprietaria del territorio, quando si accorse che la produzione aumentava, tento' di trarne un vantaggio applicando una imposta sull'esportazione (anche in questo caso simile all'imposta che i paesi produttori di petrolio applicano sul petrolio estratto dal loro territorio).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tale imposizione offrì la scusa per l'intervento militare del Cile, apparentemente a tutela degli interessi degli imprenditori cileni, ma in realtà in vista della possibilità di trarre maggiori profitti dai preziosi nitrati. Nella lunga "guerra dei nitrati" il Peru intervenne al fianco della Bolivia contro il Cile e il Cile sconfisse in varie battaglie Peru e Bolivia; il 14 febbraio 1879 i cileni conquistarono Antofagasta, il porto boliviano dove s'imbarcava la maggior parte del salnitro destinato all'Europa, poi occuparono Tacna e Arica e alla fine anche Callao e Lima. Il Cile costrinse la Bolivia a cedergli tutte le coste e l'altopiano, escludendola cosi' dall'accesso al mare e dai preziosi giacimenti di salnitro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Cile, avendo conquistato alla fine il monopolio quasi assoluto di questa sostanza, per ripagarsi i costi della guerra aumento' i dazi di esportazione e il prezzo del salnitro aumentò, nei decenni che videro le grandi guerre imperialiste e l'avvio dell'agricoltura moderna. Ma anche in questo caso i vantaggi derivanti al Cile dal monopolio dei nitrati durarono poco: erano ormai maturi i tempi per "estrarre" l'azoto presente in quantità quasi illimitate nell'atmosfera. I primi sistemi per la produzione di nitrati e di ammoniaca sintetica risalgono agli ultimi anni del 1800 e il monopolio cileno declinò, anche per il rapido graduale esaurimento dei giacimenti, e finì già nei primi anni del 1900.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oro, argento, gomma, nitrati, furono soltanto alcune delle merci rese disponibili dalla conquista. Del resto le guerre merceologiche americane avevano la stessa sequenza a cui abbiamo assistito nei recenti eventi petroliferi: nel 1953 l'iraniano Mossadeq si ribella al controllo inglese del petrolio, ed è abbattuto poco dopo col ritorno dello Scia; nel 1956 inglesi e francesi intervengono a Suez sempre per il controllo del petrolio, e devono poi ritirarsi, ma contribuiscono a scatenare, l'anno dopo, la III guerra arabo-israeliana, con conseguente chiusura del canale di Suez; nel 1969 Gheddafi conquista il potere e nazionalizza il petrolio della Libia; nel 1973 i paesi petroliferi applicano nuove tasse sul petrolio; nel 1979 Khomeini conquista il potere e nazionalizza il petrolio iraniano, ma l'anno dopo viene sobillata la guerra, durata dieci anni, con il vicino paese petrolifero Irak. In tali anni, spaccato il cartello dei paesi petroliferi, il prezzo del petrolio torna a valori "normali", grazie anche all’afflusso del petrolio e del gas naturale della Russia ormai “decomunistizzata”, ai giacimenti di vari paesi sottosviluppati, e riprende la crescita dei consumi, non turbata dalla guerra del 1991 fra Irak e Kuwait, con la benedizione e le armi dei paesi industriali. E anche per il petrolio c’è da chiedersi, come per l’allume, la gomma e il salnitro, fino a quando ?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ripensare ai rapporti fra merci e potere induce a chiedersi se gli esseri umani non impareranno mai a mettere da parte l'avidità e l'oppressione, cercando invece di trarre dalla Terra e dalla natura le loro ricchezze, considerate come "bene comune" di tutta l'umanità considerate come beni non illimitati da usare con cura, pensando alle generazioni future. Per dirla con un termine moderno, riusciranno mai gli esseri umani a inventare uno sviluppo meno insostenibile dell’attuale --- e umano ?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-2065624835698793533?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/2065624835698793533/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/10/le-merci-nella-storia-umana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/2065624835698793533'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/2065624835698793533'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/10/le-merci-nella-storia-umana.html' title='Le merci nella storia umana'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-688196063649955858</id><published>2010-10-01T09:27:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T00:54:48.037-07:00</updated><title type='text'>Energia dalle alghe</title><content type='html'>Roberto Rana, Università di Foggia &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli ultimi anni il rapido sviluppo economico di alcuni paesi emergenti come Cina, India, ecc. ha determinato una crescita dei consumi dei combustibili fossili e, conseguentemente, ha accelerato il loro esaurimento ed incrementato la concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica. Così molti governi, in tutto il mondo, per far fronte a questi gravi rischi hanno avviato studi approfonditi sulle fonti energetiche rinnovabili e sperimentato tecnologie in grado di “sequestrare” il gas climalterante. Tra le soluzioni proposte quella che prevede l’impiego della biomassa sembra essere la migliore in quanto la sostanza organica, attraverso la reazione di fotosintesi clorofilliana, intrappola il diossido di carbonio e converte la radiazione luminosa in energia disponibile per le attività umane. In questo modo, infatti, i vegetali se bruciati producono direttamente calore impiegato per riscaldare gli ambienti o cucinare i cibi, oppure se trasformati, mediante processi fisico-chimici o biochimici, forniscono biocarburanti come il bioetanolo (estratto soprattutto dalla canna da zucchero e dal mais) o il biodiesel (ottenuto principalmente dalla palma, dal colza e dalla soia) impiegati rispettivamente come sostituti della benzina o del gasolio nei mezzi di locomozione. &lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Gli indiscussi vantaggi derivanti dall’utilizzo dei biocarburanti (ad esempio, un basso impatto ambientale, una autosufficienza energetica, un bilancio tra emissione e fissazione del diossido di carbonio pari quasi a zero, ecc.) hanno condotto, negli ultimi decenni, ad un incremento della loro produzione che ha raggiunto nell’anno 2009 quasi 90 milioni di tonnellate. Nonostante, quindi, i miglioramenti economico-ambientali che ne derivano alcuni scienziati hanno affermato che la produzione di queste merci è insostenibile a causa degli effetti negativi sugli ecosistemi naturali, sull’approvvigionamento alimentare, soprattutto dei paesi in via di sviluppo, ecc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Queste problematiche, pertanto, hanno stimolato gli studiosi a cercare nuove tecnologie che permettessero di ottenere biocarburanti con un minor impatto ambientale e sociale. Così, prendendo spunto dalla teoria sull’origine organica del petrolio e dalle ricerche svolte negli ultimi cinquant’anni, sono state individuate le alghe come materia prima per ottenere biocarburanti come biodiesel, per spremitura e successiva reazione di trans-esterificazione; etanolo, per fermentazione della componente amidacea; biogas, per decomposizione anaerobica; una miscela di combustibili liquidi, solidi e gassosi frazionabili per pirolisi e idrogeno mediante coltivazione di specie “dedicate”, in grado di produrre tale gas. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La biomassa vegetale marina è rappresentata principalmente da due importanti gruppi: le macroalghe e le microalghe. Le prime, di grandi dimensioni, sono impiegate in tutto il mondo sopratutto come alimenti, fertilizzanti o per l’estrazione di sostanze utilizzate nella cosmesi o nell’industria farmaceutica; le seconde, invece, sono organismi unicellulari adoperati soprattutto nella nutrizione degli avannotti in acquacoltura e nella produzione di integratori o adittivi alimentari come il β-carotene e l’axantina. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sebbene sia possibile ottenere biocombustibili sia dalle macroalghe sia dalle microalghe, a partire dal 2000 gli studi si sono concentrati su questi ultimi vegetali e, in particolare, sulla produzione di biodiesel in quanto: si riproducono velocemente (raddoppiano il loro peso in poche ore), mostrando elevate rese in biomassa (fino a 70 t/ha per anno); contengono una cospicua quantità di sostanze grasse (fino al 50% del loro peso secco); possono essere coltivati su terreni marginali in modo da non compromettere le produzioni agricole destinate all’alimentazione umana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo alcune stime sarebbero necessari solamente 6 milioni di ettari di superficie terrestre (pari allo 0,4% dei terreni agricoli mondiali) coltivati a microalghe per soddisfare la domanda globale di biodiesel.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I primi studi sulla possibilità di coltivare le microalghe per fini energetici risalgono alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso quando Hans Gaffron individuò una microalga, del genere &lt;em&gt;Scenedesmus&lt;/em&gt;, in grado di produrre idrogeno in condizioni di anaerobiosi. Qualche anno più tardi furono scoperte altre microalghe (&lt;em&gt;Chlamydomonas&lt;/em&gt; spp.) e organismi marini (&lt;em&gt;Rhodospirillum rubrum&lt;/em&gt;) in grado di svolgere lo stesso processo. Le ricerche proseguirono ed alcuni scienziati osservarono che le microalghe potevano accumulare grosse quantità di olio e che era possibile ottenere biogas dalla loro fermentazione anaerobica. Tuttavia, il basso costo dell’energia ottenuta dai combustibili fossili relegò queste indagini ai soli laboratori scientifici. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il rinnovato interesse per queste scoperte avvenne durante la prima crisi energetica dei primi anni Settanta del secolo scorso quando il ministero americano dell’energia (DOE – Department of Energy) mediante i suoi laboratori (SERI - Solar Energy Research Institute, oggi NREL - National Renewable Energy Laboratoy) avviò uno specifico programma di ricerca (Aquatic Species Program – ASP) che, rifacendosi agli studi pregressi, impiegava i reflui urbani per la crescita delle microalghe che erano poi trasformate in biogas. Gli esiti positivi di questo esperimento e la constatazione delle elevate quantità di olio contenuto nelle microalghe spinsero gli studiosi del SERI ad utilizzarle la biomassa marina anche per ottenere biodiesel. Nonostante i brillanti risultati ottenuti (furono selezionate circa 3000 specie ricche in grassi, migliorate le tecnologie di coltivazione, ecc.) il progetto fu sospeso nell’anno 1996, in quanto i fondi destinati a queste indagini furono trasferiti verso nuove ricerche che riguardavano la produzione di etanolo da cellulosa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I risultati conseguiti nel programma ASP hanno, però, rappresentato una preziosa fonte di informazioni per gli studiosi che hanno, in seguito, affrontato tali tematiche. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, infatti, in tutto il mondo sono stati avviati progetti per la realizzazione di impianti per la coltivazione intensiva da microalghe e l’estrazione dell’olio sebbene, a differenza di quanto avvenuto in passato, anche i privati partecipano attivamente alle ricerche per miglioramento delle tecnologie di produzione. Esistono, infatti, aziende nazionali ed internazionali che forniscono biodiesel “marino”, oppure che costruiscono e/o commercializzano strumentazioni per la crescita di tali microrganismi. Tuttavia, a causa degli elevati costi capitali e di gestione degli impianti non è stata ancora avviata la fase di produzione commerciale. Lo sviluppo su scala industriale di queste tecnologie contribuirà a ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche non rinnovabili di molti Paesi e favorirà la diffusione di biocombustibili realmente sostenibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le principali caratteristiche delle microalghe e le tipologie di impianti di coltivazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come detto, le microalghe sono organismi vegetali marini unicellulari (fitoplancton) con dimensioni generalmente inferiori ai 30 μm che presentano buone rese in biomassa (50-70 t/ha) grazie alla loro elevata velocità di duplicazione (il raddoppio del peso avviene in 12-24 ore secondo le specie, mentre le cellule sono in grado di compiere la divisione cellulare in 3,5 ore). Da un punto di vista tassonomico esse possono essere suddivise un tre gruppi principali: le alghe verdi &lt;em&gt;Chlorophyta&lt;/em&gt;, che prediligono vivere nelle acque dolci; le diatomee (&lt;em&gt;Bacillariophyta&lt;/em&gt;), che vivono negli ambienti marini e sono caratterizzate da un rivestimento siliceo; le coccolitoforidi dal guscio calcareo e dall’elevato concentrazione in lipidi (30-50% del peso secco). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunemente questi microrganismi presentano un contenuto di proteine, carboidrati e grassi che varia notevolmente secondo le specie e le caratteristiche dell’ambiente in cui crescono: i lipidi, ad esempio, sono compresi tra un minino dell’1 % ed un massimo del 40 % del loro peso secco. Tali quantità possono variare in relazione alle condizioni di allestimento delle colture e alla temperatura e salinità dell’acqua così, quando le alghe unicellulari crescono in situazioni di carenza di sostanze nutritive (come l’azoto, silicio, ecc.) o in un mezzo acquoso ricco di cloruro di sodio, possono incrementare la resa in olio ad oltre il 70 % del loro peso secco. Sono proprio le altissime rese in sostanze grasse che rendono questi vegetali più competitivi delle piante oleaginose tradizionali: ad esempio, mentre da un ettaro di palma da olio, la coltura oleaginosa a più alto rendimento in grasso, è possibile recuperare circa 6.000 litri di prodotto, dalla stessa superficie coltivata a microalghe è possibile ottenere quasi 20.000 litri di olio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I primi esperimenti di “coltivazione intensiva” di biomassa algale avvennero negli anni Cinquanta del Novecento quando alcuni ricercatori pubblicarono diversi lavori scientifici sulla crescita delle microalghe in impianti pilota che, collocati all’aperto, utilizzavano i reflui urbani come fonte nutritiva. Da questi importanti studi si è poi sviluppata la tecnologia di coltivazione degli open pond, attualmente in uso negli Stati Uniti d’America, Cina, India, ecc., per la produzione commerciale della “spirulina”, una microalga usata come integratore alimentare in tutto il mondo. Gli impianti sono costituiti da una o più vasche di forma ellittica (con una estensione che può raggiungere i 5000 m2 e una profondità tra i 15-30 cm) collegate tra loro. Per alimentare le alghe s’impiegano sali minerali oppure reflui urbani e/o gas (in particolare anidride carbonica e ossidi di azoto) emessi da una centrale termoelettrica o da un cementificio posti a pochi metri di distanza. Le microalghe, coltivate in questo modo, sono un vero e proprio “serbatoio ecologico di anidride carbonica” in grado di trasformare 2 kg di CO2 in 1 kg di biomassa vegetale. Inoltre un’elica, in continuo movimento, evita l’accumulo delle alghe sul fondo, assicurando una sufficiente quantità di luce per lo svolgimento della fotosintesi clorofilliana. Strutture simili sono i &lt;em&gt;raceway ponds&lt;/em&gt;, bacini di maggiore estensione e profondità degli &lt;em&gt;open ponds&lt;/em&gt;, nei quali le alghe unicellulari seguono percorsi simili a canali circolari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Queste installazioni sebbene siano costituite da semplici strumentazioni presentano l’inconveniente di mantenere mutevoli i parametri ambientali come la temperatura, la concentrazione salina e la presenza dei gas disciolti nell’acqua. Ad esempio, il volume dell’acqua può diminuire a causa dell’evaporazione oppure aumentare per le precipitazioni, mentre la temperatura può seguire le escursioni termiche giornaliere e stagionali. La produttività, poi, può ridursi per l’attività di alcuni parassiti o predatori che contaminano le acque: per ovviare a questo inconveniente spesso si coltivano le microalghe in ambienti con elevata salinità. Questo accorgimento, però, se da un lato evita la competizione con le altre specie acquatiche dall’altro limita le varietà di alghe che possono essere impiegate nel processo e rende salsi i terreni su cui sorgono gli impianti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così, per ottenere rese in biomassa più elevate, coltivare anche varietà algali che prediligono concentrazioni saline più basse, mantenere costanti le variabili ambientali ed impedire la contaminazione di altri microrganismi sono stati proposti i fotobioreattori, strutture chiuse e trasparenti nelle quali il fitoplancton non è a contatto diretto con l’ambiente esterno e la radiazione luminosa raggiunge i microrganismi acquatici attraverso le pareti oppure mediante fibre ottiche o “collettori solari” (particolari specchi che convogliano la luce sui fotobioreattori) in forma concentrata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attualmente sono disponibili differenti modelli sebbene tutti i bioreattori possono essere ricondotti a quattro tipologie fondamentali, quali: a colonna (bubble columns), grossi cilindri posti verticalmente, realizzati in vetro o plexiglas; a tubi (tubular reactors), simili ai precedenti ma caratterizzati da un diametro inferiore delle condutture, disposte orizzontalmente od obliquamente; a pannelli (flat panels), vasche in vetro con una faccia molto più estesa dell’altra e collocate in successione; a sacco (plastic bags), grandi buste di plastica trasparente di forma varia. Queste strutture possono essere sistemate in spazi interni (indoor), come ad esempio serre, oppure collocati all’aperto (outdoor) direttamente sul terreno o su apposite piattaforme. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I primi prototipi di fotobioreattori sono stati costruiti nei primi anni Cinquanta del novecento in Giappone e negli Stati Uniti d’America (USA). Tra questi il più conosciuto è quello installato sul tetto del Massachusett Institute of Technology (MIT) negli USA, composto da tubi in polietilene distesi sul pavimento nei quali cresceva un’alga del genere &lt;em&gt;Chlorella&lt;/em&gt;. Tuttavia, l’elevato costo di realizzazione e di gestione dell’impianto, oltre alle basse rese in biomassa, non consentirono lo sviluppo di questa tecnologia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Trent’anni dopo, però, i fotobioreattori sono stati riproposti grazie ad alcune fondamentali modifiche (ad esempio un riciclo interno dell’acqua) che ne hanno migliorato le prestazioni (maggiore produzione, riduzione del rischio di contaminazione di specie parassite, controllo più accurato dei parametri chimico-fisichi del mezzo di coltura, ecc.), rendendo tali installazioni molto più efficienti rispetto al passato. Un prototipo di questo tipo è stato ricollocato, quarant’anni dopo, sul tetto del celebre centro di ricerca statunitense. Esso è costituito da una trentina di tubi in policarbonato, di sezione circolare (diametro 10-20 cm) disposti a formare un triangolo, nei quali le microalghe crescono in un’opportuna soluzione salina. I due lati più corti sono collocati in ombra, mentre quello più lungo è esposto alla luce del Sole, in modo da consentire le reazioni biochimiche di fotosintesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I reflui gassosi, ricchi di CO2 e ossidi di azoto e provenienti dall’impianto termoelettrico attiguo, sono immessi dal basso per permettere il continuo movimento della biomassa vegetale che, raggiunta la densità massima di crescita, è raccolta e inviata alla fase di estrazione dell’olio. La massa algale residua è sottoposta ad essiccazione, mediante il calore di rifiuto della centrale, per poi essere impiegata come combustibile solido nella stessa centrale elettrica. Inoltre, per evitare che si raggiunga una elevata concentrazione di ossigeno all’interno dei tubi, compromettendo la produzione di biomassa vegetale, il fotobioreattore è dotato di un degassatore. Questo impianto è in grado di ridurre l’86% degli ossidi di azoto e l’82% dell’anidride carbonica dalle emissioni gassose provenienti dall’impianto termoelettrico e di produrre giornalmente circa 400 kg di biodiesel (pari a oltre 450litri) e meno di 1 t di biomassa secca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nonostante i miglioramenti tecnici apportati ai fotobioreattori essi continuano ad avere un elevato costo e una gestione più complessa e dispendiosa rispetto agli open pond. I diversi impianti commerciali costruiti nel mondo (paese: Israele, specie coltivata: Haematococcus pluvialis, merce ottenuta: astaxantina; paese: Germania, specie coltivata: Chlorella spp., merce ottenuta: integratore alimentare; paese: Cina, specie coltivata: Spirulina platentis, merce ottenuta: integratore alimentare), infatti, sono falliti proprio a causa dei problemi tecnico-economici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’estrazione dell’olio e la produzione di biodiesel da microalghe&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una volta terminata la fase di crescita, quindi, i microrganismi sono raccolti e centrifugati per separare da una parte l’acqua ancora presente e dall’altra recuperare la biomassa vegetale per l’estrazione dei lipidi. In alcuni casi per risparmiare soldi ed energia ci si può limitare ad una semplice filtrazione su letti percolatori o su adatti setacci dotati di maglie molto strette. L’acqua rimossa, ancora ricca di nutrienti, è rinviata nelle vasche o nei fotobioreattori per la coltivazione di nuova biomassa algale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Segue la fase di estrazione vera e propria, dalla quale si ottiene da una parte l’olio e dall’altra un panello (cake), costituito dalle microalghe ormai prive della componente grassa. Questa operazione può avvenire semplicemente per spremitura a freddo, con recupero del 70-75 % di olio oppure con un adatto solvente (benzene, etere di petrolio, cicloesano, ecc.) immiscibile in acqua, con rese fino al 100%. Poiché il cake non trattato con solvente è ancora ricco dei preziosi acidi grassi polinsaturi (ω-3 e ω-6), delle proteine e dei carboidrati può essere venduto alle aziende agricole come mangime per il bestiame; quello trattato con solvente, invece, avendo una qualità nutritiva più scadente, si può sottoporre a trattamenti anaerobici, per ottenere biogas (con rese di 0,15 – 0,65 m3/kg biomassa secca), o aerobici per produrre etanolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poiché le fasi di separazione incidono considerevolmente sul costo finale del carburante sono in fase di studio alcune soluzioni tecniche come l’estrazione dei lipidi con ultrasuoni, con impulsi elettrici (Live Extraction™) o elettromagnetici (Quantum FracturingTM), che permettono di economizzare l’intero processo. Con la tecnologia "live extractionTM", ad esempio, il rilascio dell’olio avviene con l’invio di deboli correnti elettriche nelle soluzioni contenenti le cellule algali: in questo modo i microrganismi marini non sono danneggiati e possono continuare a crescere e riprodursi (per maggiori informazioni si rimanda al sito web http://www.originoil.com).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’olio una volta estratto può essere usato tal quale nei motori diesel convenzionali, sebbene, generalmente, per migliorarne le prestazioni e renderlo simile, se non migliore, al biodiesel standard è sottoposto ad un processo di trans-esterificazione (in pratica si fa reagire l’olio con un alcol).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il costo per produrre biodiesel da microalghe è valutato, nel 2009, a seconda della tecnologia utilizzata fra circa 3 $/litro e 8 $/litro. Tali valori sono notevolmente superiori a quello che si spende per ottenere l’olio di palma (poco più di 0,6 $/litro), considerato il più economico sul mercato: allo stato attuale, quindi, il biodiesel da microalghe non è ancora economicamente conveniente, sebbene la realizzazione di una “bioraffineria” potrebbe contribuire a ridurne il prezzo. In questo caso il fitoplancton, oltre che per produrre biodiesel, potrebbe essere impiegato per depurare i gas emessi dalle centrali termoelettriche e le acque reflue dei centri abitati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre dai sottoprodotti dei processi di estrazione (cake), si potrebbero ottenere sostanze per l’industria cosmetica, farmaceutica e mangimistica, ecc.. Anche la tecnica dell’ingegneria genetica potrebbe aiutare a rendere vantaggiosa la produzione di “biodiesel marino”, attraverso la “creazione” di specie ingegnerizzate in grado di incrementare la resa in biomassa e olio, di migliorare la resistenza dei microrganismi alle temperature estreme, di accrescere la produzione di biomassa anche in vasche densamente popolate e di favorire il processo di bioflocculazione. Ad esempio, per accrescere la produzione della biomassa vegetale marina si sta studiando la possibilità di introdurre la via metabolica degli acidi crassuleici nel genoma delle alghe unicellulari: in questo modo le microalghe sarebbero capaci di fissare l’anidride carbonica anche di notte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sebbene, però, alcuni esperimenti di manipolazione genetica siano in fase di sviluppo, per il momento non è possibile ottenere con questa tecnologia ceppi algali ad elevata resa in biomassa e in olio, a causa della mancanza di una conoscenza completa dei geni che regolano questi meccanismi e che portano alla sintesi dei lipidi all’interno delle cellule algali. Occorre evidenziare, però, che lo sviluppo futuro di microalghe geneticamente modificate ad elevata produttività potrebbe rivelarsi pericoloso in quanto, un loro rilascio accidentale nell’ambiente rischierebbe di “soffocare” gli habitat lacustri di tutto il mondo a causa dell’eccessiva crescita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Attualmente la maggior parte delle aziende che operano nel settore della vendita dei fotobioreattori e della produzione del biodiesel da microalghe sono statunitensi sebbene diverse società europee stanno utilizzando le potenzialità energetiche offerte da questi microrganismi. L’Olanda, ad esempio, è una delle nazioni che negli ultimi tempi ha fatto “passi da gigante” in tal senso, l’impresa olandese Algaelink N.V., che commercializza fotobioreattori e dispone di stabilimenti di produzione di microalghe in Spagna, ha firmato un accordo esclusivo con la compagna aerea “Air France-KLM” per avviare un progetto pilota sullo sviluppo di un “jet fuel” ottenuto dalla miscelazione del biodiesel “marino” con il carburante convenzionale. In Italia è presente la “Fotosintetica &amp;amp; Microbiologica S.r.l.” un’azienda nata da uno spin-off tra l’Università di Firenze e una società, la Sogesca S.r.l. di Padova, le cui principali attività sono la consulenza tecnica e la vendita di fotobioreattori e di inoculi di microalghe. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel nostro paese sono soprattutto le regioni meridionali che, grazie al clima mite e alla conformazione delle coste, possono diventare un luogo ideale per ospitare la produzione energetica di alghe unicellulari. L’ENI ad esempio ha recentemente costruito, in Sicilia, un impianto pilota che impiega le microalghe per la depurazione dei reflui urbani e per la biofissazione della CO2 emessa da alcune raffinerie di petrolio presenti sul territorio; in una fase successiva della ricerca, l’azienda valuterà la possibilità di convertire la biomassa vegetale marina in biodiesel e/o in altri biocombustibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In provincia di Lecce, qualche anno fa, un’altra impresa privata ha proposto l’installazione di tunnel di plastica su circa 5.000 ettari in cui far crescere questi microrganismi marini per poi utilizzarli come combustibile nella centrale termoelettrica di Brindisi. L’insostenibilità del progetto e l’opposizione della maggior parte dell’opinione pubblica locale hanno bloccato la realizzazione del progetto. Anche il successivo piano proposto dalla stessa impresa, che prevedeva la produzione di biodiesel da microalghe in prossimità delle centrali elettriche esistenti nella regione, è fallito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Puglia, nonostante gli avvii negativi, possiede le potenzialità per diventare un distretto bioenergetico per la produzione di biomassa marina: ad esempio, le numerose aree lagunari che caratterizzano questa regione come quella di Lesina e Varano o di Margherita di Savoia rappresentano zone in cui sviluppare la coltivazione di microalghe. Il panello residuo, poi, potrebbe essere utilizzato per l’estrazione di alcune importanti sostanze impiegate nell’industria farmacologica ed alimentare, oltre che come mangime per il bestiame. Inoltre, molta della biomassa marina non utilizzata, come la microalga Dunaniella spp. presente nelle saline di Margherita di Savoia o la macroalga Gracilaria verrucosa, che crea problemi di anossia nelle acque del lago di Lesina, potrebbero rappresentare materie prime per l’ottenimento di biocarburanti come biogas o bioetanolo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La produzione di biocombustibili da microalghe, sembra, quindi, essere una valida alternativa alle colture energetiche dedicate, in quanto più sostenibile e con rese in biomassa più elevate. Tuttavia, sarebbe interessante conoscere se questa tecnologia sia sostenibile e comporti un reale “vantaggio energetico”: ad esempio si potrebbe calcolare l’indice EROEI (Energy returned on energy invested), che permette di valutare se l’energia contenuta in un chilogrammo di “biodiesel marino” sia maggiore di quella spesa per produrlo. Le sfide per il prossimo futuro sono, quindi, il miglioramento tecnologico per ottenere specie con maggiori rese in biomassa e olio, la risoluzione dei problemi tecnici relativi al funzionamento degli impianti (fouling, contaminazione del mezzo di coltura, controllo dei parametri operativi, ecc.) e la valorizzazione commerciale dei sottoprodotti. Ciò comporterà una riduzione dei costi di capitale e di gestione consentendo la produzione su vasta scala di biocarburanti da microalghe, come il biodiesel, da impiegare per autotrazione o per il trasporto aereo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-688196063649955858?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/688196063649955858/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/10/energia-dalle-alghe.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/688196063649955858'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/688196063649955858'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/10/energia-dalle-alghe.html' title='Energia dalle alghe'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-1573139674352290354</id><published>2010-09-29T03:28:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T00:51:02.953-07:00</updated><title type='text'>Il nome delle merci e dei rifiuti</title><content type='html'>Benito Leoci bleoci@yahoo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Premessa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’esigenza di distinguere oltre che con un nome anche con un codice o una matricola, prodotti, merci e persino persone, è molto antica, in quanto collegata alla necessità di individuare con precisione, rapidamente e senza possibilità di errori, gli stessi oggetti o persone. Esigenza accresciuta in questi ultimi tempi con la proliferazione di composti e merci di ogni genere. L’attribuzione di un codice ad una molecola, ad un’arma portatile o ad un volume risolve problemi diversi. Nel primo caso si vuole risalire alla formula e alle proprietà chimico-fisiche del composto, nel secondo si vuole individuare il proprietario dell’arma, nel terzo caso si vuole facilitare la ricerca del volume1 in una biblioteca o si intende soddisfare altre esigenze (per compilare cataloghi, per motivi contabili, ecc.). L’ultimo settore investito da un sistema di codificazione è quello dei rifiuti, come vedremo più avanti. &lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Mentre, però, in alcuni settori è stato relativamente semplice contraddistinguere con un nome o un numero l’oggetto da identificare (si pensi ai mezzi di trasporto, alle abitazioni, ai libri, ecc.), in altri settori l’impresa si è rilevata più difficile del previsto. Si pensi ai composti chimici e ai prodotti derivati e, in particolare, ai rifiuti. Esaminiamo più da vicino alcuni di questi settori e i relativi sistemi di codificazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Composti e prodotti chimici&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il bisogno di individuare con precisione le caratteristiche chimico-fisiche degli elementi e dei loro composti con l’uso di simboli e nomi, nasce nel corso del 17° secolo (2), quando l’alchimia si trasforma in chimica. Come si possono denominare i tentativi di J.V. Dobereiner, di J.A.R. Newlands, di J.L. Meyer e, quelli più fortunati, di Mendeleev (3), di ordinare e classificare gli elementi chimici, se non come una necessità di dare un nome e un numero a ciascun elemento in modo da poter dedurre, senza errori, tutte le proprietà connesse? &lt;br /&gt;Circa i composti chimici, il lavoro per individuare un metodo utile per attribuire loro un nome univoco e chiaro, è stato più lungo ed inizia, praticamente, il 1919 con la nascita dello IUPAC (4). In precedenza però, nel 1911, si era riunita a Parigi la “International Association of Chemical Societies” (IACS), con lo scopo di stabilire, fra l’altro, la nomenclatura dei composti chimici organici e inorganici, gli standard dei pesi atomici e delle costanti fisiche, e altre caratteristiche. Il primo tentativo, a livello internazionale, di approntare un sistema per denominare i composti chimici organici viene però attribuito a Kekulè, che nel 1860 organizza il primo di una serie di incontri, da cui scaturisce poi la Conferenza di Ginevra (Geneva Nomenclature) del 1892.&lt;br /&gt;Allo stesso tempo, col crescere del numero dei composti chimici, che vengono sintetizzati o individuati (se esistenti in natura), appare sempre più evidente la necessità di ricorrere ad un sistema opportuno e semplice per denominarli, classificarli e descriverli. Il problema si pone evidentemente anche agli autori del Chemisches Zentralblatt, del Berichte, del Chemical Abstracts e di altri minori, i quali si erano proposti anche il compito di raggruppare, in apposti volumi, da pubblicare periodicamente, i riassunti degli articoli riguardanti in qualche modo la chimica, che apparivano sulle riviste scientifiche specie europee e statunitensi. &lt;br /&gt;Il Chemisches Zentralblatt nasce il 1830 a Lipsia, su iniziativa di un certo Leopold Voss, editore, e Gustav T. Fechner, filosofo-fisico, sotto il nome di “Pharmaceutisches Centralblatt”. L’idea è quella di pubblicare i riassunti degli articoli, riguardanti prodotti farmaceutici, che apparivano sulle riviste tedesche e straniere. Il 1864, gli editori introducono un indice sistematico che può essere considerato come il primo sistema di classificazione dei composti. Il 1884, con l’introduzione delle formule di struttura dei composti considerati, si ha un’altra svolta nella storia di queste pubblicazioni. Il Chemisches Zentralblatt conosce il massimo successo nel periodo1897-1938, per poi subire un lento declino a partire dagli anni del II conflitto mondiale, seguito dalla divisione della Germania nelle due repubbliche. Il 31 dicembre del 1969 cessano le pubblicazioni con l’uscita dalla produzione della “Akademie Verlag” della Repubblica Democratica che negli anni precedenti, con alterne vicende, aveva collaborato attivamente con la “Verlag Chemie” della Repubblica Federale (poi riuniti dal 1949 nella Gesellschaft Deutscher Chemiker). La Verlag Chemie confluisce nella American Chemical Society (ACS) per collaborare alla pubblicazione dei Chemical Abstracts. Nei 140 anni di attività la Chemisches Zentralblatt5 pubblica 140 volumi formati da 700 mila pagine, contenenti 3 milioni di riassunti e 200 mila pagine di indici. Ogni composto viene riportato con il suo nome (o i vari nomi), con la sua formula, con il riassunto delle principali proprietà e indicizzato con un codice di individuazione.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il Berichte, Il primo volume appare nel 1868 col titolo “Berichte der deutschen chemischen Geselschaft”. Nel 1919, col n. 52, i volumi vengono divisi in due serie (A: Vereins-Nachrichten e B: Abhandlungen), per assumere, dal 1947 (dopo un anno di interruzione a causa dei problemi post bellici), fino al 1996, il nome di “Chemische Berichte”. Quest’ultimo, il 1997 viene assorbito dalla “Dutch Journal Recueil des Travaux Chimiques des Pays-Bas”, per formare la “Chemische Berichte/Recueil” e la “Liebigs Annalen/Recueil”. L’anno successivo entrambe vengono fuse con altre riviste europee per formare rispettivamente l’ “European Journal of Inorganic Chemistry” e l’ “European Journal of Organic Chemistry”. &lt;br /&gt;Nello stesso 19° secolo nascono altre riviste con lo scopo identico: in Francia il “Bulletin de la Sociètè Chimique de France” (1863), in GB il “Journal of the Chemical Society” (1671). Negli USA, ad opera di Arthur A. Noyes6, parte la “Review of American Chemical Research” (1895), che dopo due anni diventa un supplemento del “Journal of the American Chemical Society” (JACS). Il 1902 diventa editore del JACS William A. Noyes, un cugino di Arthur, che era convinto dell’opportunità di pubblicare una rivista contenente i riassunti degli articoli riguardanti argomenti di chimica, pubblicati in altre riviste. Nel giro di 4 anni convince della bontà della sua idea, gli editori dell’ACS ed inizia la pubblicazione dei “Chemical Abstracts” (CA). L’inarrestabile sviluppo del CA negli anni successivi fino al completo dominio del settore in tutto il mondo, è da attribuire al lavoro di un certo E. J. Crane che rimane editore per 41 anni, fino al 1956 quando diventa il primo direttore del Chemical Abstracts Service (CAS) ovvero con la trasformazione della organizzazione in una divisione operativa dell’ACS. &lt;br /&gt;Sembra utile ricordare alcune tappe importanti del CA. Nel 1965 viene introdotto il CAS Chemical Registry System. Il conseguente uso del CAS Registry Number, per identificare le sostanze, scongiura l’uso di termini spesso ambigui. I chimici possono contare su una informazione precisa, utile sia per la ricerca che per evitare pericoli per la salute e l’ambiente. Nel 1968 inizia l’uso di nastri magnetici per registrare i dati e le informazioni disponibili. Il 1980 si adotta il “CAS on line”, per mettere a disposizione dei ricercatori il CAS Registry database. Il 1983 l’ACS e la FIZ Karlsruhe sottoscrivono un accordo per approntare STN, un network on line internazionale che diventa operativo l’anno successivo. Il 1995 viene introdotto lo “SciFinder” uno strumento che rende possibile l’accesso diretto ai CAS database.&lt;br /&gt;Lo sviluppo e i successi dell’ACS sono inarrestabili. Per dare un’idea delle sue dimensioni e del lavoro di informazione svolto nel corso del 20° secolo basta ricordare che esso si avvale di circa 160 mila collaboratori, distribuiti in tutto il mondo, mentre presso la sede sono occupati quasi 2.000 persone. Fra i suoi editori e autori si annoverano ben 200 premi Nobel. Pubblica 39 riviste scientifiche. Fino al 2009 ha raccolto e riportato 27 milioni di estratti di articoli scientifici. Il 7 settembre 2009 il CAS ha annunciato di aver registrato nel CAS Registry, con il numero 1181081-51-51, la 50 milionesima molecola, una nuova “arilmetilidene eterociclica” avente proprietà analgesiche (7).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Merci&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel corso del 20° secolo un gran numero di nuove molecole, fra quelle scoperte e sintetizzate, viene utilizzato per produrre merci di ogni genere (prodotti farmaceutici, vernici, pesticidi, tessuti, oli lubrificanti, ecc.), che vengono immessi al consumo, spesso senza una adeguata precedente sperimentazione circa la loro innocuità per la salute umana e l’ambiente. Alcuni di questi provocano disastri8, altri si rivelano pericolosi a lungo termine per l’ambiente e per la salute9. Sorge la necessità di dover individuare rapidamente e con precisione le caratteristiche di queste nuove merci, onde poter predisporre con cura le modalità del loro trasporto, della loro gestione, gli interventi da adottare in caso di incidenti. Appare evidente che l’unica via percorribile, ancora una volta, è quella di contrassegnare ogni singolo prodotto con un codice da utilizzare in caso di necessità per collegare lo stesso ad una scheda contenente tutte le informazioni necessarie (modalità di stivaggio, di trasporto, tipo di interventi in caso di incidenti, ecc.). Tale esigenza è fortemente sentita per prima nel settore dei trasporti marittimi, ove a partire dagli anni 50’ si era verificata una serie di disastri provocati da alcune merci durante la navigazione10. Un apposito organismo dell’ONU si pone al lavoro e in breve appronta un volume a schede mobili, noto come Blu Book, riportanti le modalità di movimentazione e stivaggio delle merci da trasportare. Modalità che tutti i comandanti di navi mercantili devono osservare, pena la perdita della copertura assicurativa prestata dal P &amp;amp; I Club di Londra o da altre società di assicurazione. Seguono volumi analoghi per il trasporto via ferrovie, via terra e via aerea (11). &lt;br /&gt;Per quanto attiene poi la gestione in generale dei prodotti chimici, con lo scopo di ridurre i pericoli per l’ambiente e la salute umana, in questi ultimi anni vengono emanate numerose disposizioni sia a livello ONU che UE, riguardanti le modalità di registrazione, classificazione ed etichettatura degli stessi. Poiché dette norme non sempre sono coerenti fra di loro, si sente poi la necessità di intervenire ancora con lo scopo di armonizzare e aggiornare le stesse (12). In sede ONU, sotto la spinta delle decisioni approvate in occasione della conferenza delle NU, su “Ambiente e Sviluppo”, tenuta a Rio de Janeiro il 1992, viene elaborato il sistema GHS (13) per la gestione di tali sostanze. In Europa nasce il regolamento 1907/2006 REACH, poi completato con il regolamento n. 1272/2008, “CLP – Classification, Labelling, Packaging”, in vigore dal 20 gennaio 2009 (G.U.U.E. L 353/2008). I regolamenti REACH e CLP, affiancati, costituiscono ora il quadro normativo di riferimento per tutti gli aspetti concernenti le sostanze chimiche, sia tal quali, che contenute all’interno di miscele o merci.&lt;br /&gt;Queste ultime però prima o poi diventano rifiuti. E rifiuti si producono anche durante i processi produttivi. Nasce di conseguenza la necessità di intervenire anche sui rifiuti per attribuire loro precise denominazioni e codici inequivocabili onde seguire le varie fasi della loro gestione, sempre con lo scopo di scongiurare danni all’ambiente e alla salute delle persone. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rifiuti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A partire dalla fine degli anni ’70 in Europa, ma anche negli Stati del Nord America, esplode una frenetica attività legislativa per fronteggiare i crescenti problemi provocati dall’inquinamento ambientale. L’aumento delle popolazioni, l’industrializzazione selvaggia sulla spinta della crescita dei consumi, influiscono sempre più sull’ambiente, danneggiando, spesso in maniera irreversibile, la qualità dell’aria, delle acque e dei terreni. Sulle riviste scientifiche, ma anche sulla stampa e sugli altri mezzi di comunicazione, appaiono termini e concetti nuovi, mai uditi in precedenza, quali diossina, PCB, piogge acide, eutrofizzazione, metilmercurio, esaclorofene, talidomide, ecc. E dagli USA arrivano libri che descrivono fenomeni ancora più allarmanti: le primavere silenziose, il cibo che uccide, l’anello di Re Salomone, ecc. Per combattere o per almeno contrastare il progressivo peggioramento dell’ambiente si ricorre allo strumento più semplice ovvero a quello giuridico con l’adozione di norme subito denominate di “comando e controllo”. Sarebbe troppo lungo ricordare il fiume di norme emanate in quegli anni, nell’ultimo ventennio del ventesimo secolo, sia in Europa che nel Nord America e nei Paesi più industrializzati dell’estremo Oriente. Sta di fatto che all’inizio del terzo millennio si comincia a notare che nonostante le norme e le sanzioni connesse, il peggioramento dell’ambiente continua inesorabile insieme all’inarrestabile crescita delle popolazioni e all’eccessiva proliferazione di norme e regolamenti. Lo strumento giuridico non solo si dimostra insufficiente ma, se utilizzato male, addirittura controproducente. Nel nostro Paese, sulla scia dell’allarme lanciato dagli studiosi (qualcuno arriva ad avvertire che l’ambiente muore anche per troppa attenzione), il 2002 il Ministro dell’Ambiente allora in carica è costretto ad ammettere (14) che “troppe leggi finiscono inevitabilmente per diventare comunque inidonee al conseguimento degli obiettivi: neanche la Pubblica Amministrazione sa più come applicarle e farle rispettare”. Ammissione provocata sia “dall’iper produzione legislativa ed eccessi burocratici”, sia dalla constatazione che “le imprese italiane (ma anche quelle degli altri Paesi europei) devono compilare ogni anno 3 milioni di moduli impiegando 50 milioni di ore di lavoro e spendendo oltre 700 milioni di euro”. Continua detto Ministro ricordando il proliferare di “registri, formulari, moduli, albi speciali e iscrizioni farraginose, contraddittorie e sbagliate che penalizzano gli imprenditori e possono costituire anche uno stimolo alla violazione delle regole”. Non si può non convenire con queste osservazioni, solo che dopo otto anni nulla è cambiato, il proliferare delle leggi continua e quelle errate precedenti non vengono migliorate. Gira in questi giorni in Parlamento, per l’approvazione, un disegno di legge che interviene pesantemente sulla parte IV del D. Lgs. n. 152/0615. Basta dare uno sguardo alle modifiche elencate per capire che i tanti problemi sollevati dalle norme in vigore che si vogliono ritoccare non vengono nemmeno sfiorati. Fra questi, a rimanere immutato è il Catalogo Europeo dei Rifiuti, meglio noto come codici CER. Codici che sulla carta dovevano semplificare la vita degli operatori (forze di polizia, produttori di rifiuti, pubblici amministratori, ecc.), ma che in realtà hanno accresciuto la confusione e il lavoro di chi è costretto ad utilizzarli. Vediamo perché, non prima di aver sottolineato che l’ambiente è l’unico settore ove l’introduzione di codici abbia peggiorato la situazione precedente, accrescendo incertezze e dubbi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I CER&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’elenco dei rifiuti sottoposti a codifica nasce nel lontano 1994, con la decisione della Commissione della Comunità Europea n. 94/3/CEE16, seguita subito dopo dalla decisione n. 94/904/CEE relativa all’elenco dei rifiuti pericolosi (17), con lo scopo di attribuire ad ogni fattispecie un codice, da riportare su tutti i documenti riguardanti le varie fasi della loro gestione: stoccaggio, trasporto, recupero o smaltimento. Entrambe queste decisioni entrano nella legislazione italiana come allegato A punto 2 (relativo al Catalogo Europeo dei Rifiuti) e allegato D (relativo ai codici dei rifiuti pericolosi) al decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22. Quest’ultimo, che attua le direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CEE sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggi, sostituendo il DPR n. 915/82, non ha lasciato un buon ricordo (18), anche perché rimandava per la risoluzione di molti problemi a regolamenti futuri che non sono mai stati emessi. Problemi mai risolti nemmeno dal decreto successivo sostitutivo, prima citato (D. Lgs. n.152/06). &lt;br /&gt;Si legge nell’allegato A che il “Catalogo vuol essere una nomenclatura di riferimento con una terminologia comune per tutta la Comunità allo scopo di migliorare tutte le attività connesse alla gestione dei rifiuti. A questo riguardo il CER dovrebbe diventare il riferimento di base del programma comunitario di statistiche sui rifiuti…”. Gli scopi del CER devono dunque essere quelli del miglioramento di tutte le attività di gestione dei rifiuti oltre a consentire l’elaborazione di statistiche a livello comunitario.&lt;br /&gt;Gli interessati, comunque, non fanno in tempo ad impossessarsi dei meccanismi per l’uso di detti codici, che l’elenco viene profondamente modificato per effetto di un’altra decisione della Commissione, la 2000/532/CE19 che vara un nuovo catalogo noto come “CER 2002”, in sostituzione del precedente. Col CER 2002 si aboliscono 280 codici presenti nel precedente e si introducono 470 nuovi codici, con grande costernazione degli interessati, specie per i produttori o detentori di rifiuti che si vengono a trovare nella necessità di modificare i codici precedenti sia per compilare registri di carico e scarico, sia i MUD, sia i formulari di identificazione e, soprattutto, accertare se fra i rifiuti gestiti vi sono quelli da riclassificare come pericolosi. Le aziende che hanno poi come attività la gestione dei rifiuti devono anche modificare l’iscrizione all’Albo dei gestori ambientali20. L’individuazione del codice da attribuire a un rifiuto in molti casi non è semplice, ed è ancora più difficoltoso, in alcuni casi, capire se si tratta di rifiuto pericoloso o meno. Tralasciamo quest’ultimo aspetto perché esuleremmo dagli scopi della presente nota, per dare un’occhiata all’iter da seguire per individuare i codici. Ricordiamo solo che quando un rifiuto è stato già identificato come pericoloso il suo CER è contrassegnato con un asterisco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’attribuzione di un codice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’attribuzione di un codice ad un rifiuto è un compito che spetta al produttore o in mancanza al detentore, in quanto l’impostazione del catalogo è fondata principalmente sulla conoscenza del ciclo produttivo.&lt;br /&gt;I codici che contrassegnano i rifiuti elencati nel catalogo sono formati da tre coppie di numeri. La prima coppia che va da 01 a 20 rappresenta il capitolo e indica la fonte da cui si genera il rifiuto o il ciclo produttivo come potremmo dire meglio. Ma non sempre. Seguono questa logica i capitoli che vanno da 01 a 12 e da 17 a 20. Chissà perché. Il produttore di rifiuti deve iniziare la ricerca in questi capitoli. Se la ricerca è infruttuosa deve esaminare i capitoli 13, 14 e 15 che sono invece collegati ad alcuni tipi di rifiuto (oli esausti, solventi, refrigeranti, imballaggi, ecc.). Vi è infine un capitolo tampone, salva elenco, il 16 a cui deve ricorre quando non riesce a codificare il rifiuto diversamente, con le ricerche precedenti (qui si elencano veicoli fuori uso, scarti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, prodotti fuori specifiche, esplosivi, catalizzatori, ecc., alla rinfusa e senza nessun ordine). Queste sono le istruzioni che si trovano nell’introduzione dell’allegato D prima citato. In realtà anche il 16 è collegato ad alcuni tipi di rifiuti e poi non si comprende la strana distribuzione dei codici che non segue alcun criterio, per cui di volta in volta occorre esaminarli tutti per individuare quello che interessa. &lt;br /&gt;Le altre due coppie di numeri indicano, all’interno di ciascun capitolo, il particolare tipo di rifiuto. Ma non bisogna farsi troppe illusioni, perché le indicazioni sono spesso generiche. Per esempio all’interno del capitolo 02 (Rifiuti prodotti da agricoltura, orticoltura, acquicoltura, selvicoltura, caccia e pesca, trattamento e preparazione di alimenti) si trova il codice 020203 che sono “scarti inutilizzabili per il consumo e la trasformazione”. Che vuol dire? Se fossero utilizzabili non sarebbero più rifiuti. &lt;br /&gt;Se, comunque, la ricerca delle altre due coppie di numeri è infruttuosa si può ricorrere al codice che termina con 99. Per ritornare all’esempio precedente basta usare il codice 020299 per codificare il proprio rifiuto scrivendo a fianco il nome, che evidentemente il legislatore non conosce perché altrimenti avrebbe provveduto con un codice ad hoc. I codici col finale 99 contrassegnati con la dicitura “rifiuti non specificati altrimenti” sono numerosissimi circa 70, a testimoniare la certezza o l’ignoranza da parte degli estensori di aver trascurato molti rifiuti. E’ superfluo far notare che ricorrendo al codice 99, scrivendo a fianco il nome del rifiuto, si toglie il fine e l’utilità del codice stesso, che è proprio quello di evitare descrizioni. &lt;br /&gt;Nella ricerca di un codice può accadere anche il contrario e cioè l’interessato individua il proprio rifiuto in più capitoli, venendosi a trovare nella necessità di scegliere un codice invece di un altro. Un impresa autorizzata alla raccolta rifiuti, per esempio, troverà la voce “rifiuti da imballaggi” sia nel capitolo 1501.. che nel capitolo 2001.. Quale utilizzare? Il capitolo 20, poi, fa sorgere altri dubbi e incertezze. Nelle intenzioni del legislatore dovrebbe servire per codificare espressamente ed esclusivamente rifiuti urbani (quelli prodotti dalle abitazioni e dallo spazzamento delle strade), compresi quelli derivanti dalla raccolta differenziata (di qui la confusione sugli imballaggi prima citata). Consegue che i codici da 01 a 19 si riferiscono esclusivamente ai rifiuti speciali ovvero quelli prodotti dalle attività produttive di qualsiasi tipo. C’è però una complicazione: fra i rifiuti urbani il legislatore, con il D. Lgs. n. 152/06 (e in tutte le leggi precedenti), comprende anche “i rifiuti di qualunque natura e provenienza, giacenti sulle strade e aree pubbliche…” (art. 184, punto d, 2° comma). Ne deriva che se un rifiuto speciale viene abbandonato su una via, il suo codice cambia per assumere quello adatto del capitolo 20, se lo si trova. Ma si può sempre ricorrere al 200199 o 200399. Dunque, il rifiuto è sempre quello ma i codici cambiano secondo le circostanze. E’ come se la matricola di un motore o di una rivoltella o il codice ISBN di un libro dovessero cambiare secondo il luogo ove si trovano. &lt;br /&gt;A complicare le cose intervengono spesso alcune circolari del Ministero dell’Ambiente. Per le siringhe abbandonate nei luoghi pubblici, per esempio, che per definizione dovrebbero essere rifiuti urbani, le circolari indicano l’utilizzo del codice 180103*, col quale tra l’altro si fa fatica a individuare le siringhe (la dizione corrispondente è infatti: “rifiuti pericolosi che devono essere raccolti e smaltiti applicando precauzioni particolari”). &lt;br /&gt;Scorrendo il catalogo si trovano anche rifiuti che non dovrebbero essere considerati in quanto non disciplinati dal D. Lgs. 152/06. Fra questi troviamo gli esplosivi che nel catalogo vengono indicati con i codici 160401*, 160402* e 160403*. Ma si trovano anche rifiuti che non esistono più. Con il CER 061304* si indicano i rifiuti derivanti dalla lavorazione dell’amianto. C’è qualcuno in Europa che continua a lavorare l’amianto? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conclusioni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un semplice esame dei documenti citati, pone in evidenza una lunga serie di incongruenze, omissioni, errori dovuti probabilmente all’assenza, nei comitati o commissioni che procedono alla loro elaborazione, di merceologi o studiosi di discipline affini (Tecnologie dei cicli produttivi, ecc.). &lt;br /&gt;Il sistema utilizzato per codificare i rifiuti, organizzato secondo la fonte di provenienza, non è condivisibile per il semplice motivo che porta a doppioni o ripetizioni con conseguenti incertezze. Il ricorso ai codici 13, 14 15 e 16 è la prova più evidente del fallimento del criterio seguito. Il problema della codificazione non è da trascurare. Gli agenti del NOE quando fermano un autotreno carico di rifiuti si avvalgono principalmente delle indicazioni dei CER per controllare i carichi. D’altra parte l’adozione del SISTRI ovvero della tracciabilità dei rifiuti non potrà essere efficace senza l’uso di codici chiari ed inequivocabili. Ma non c’è da essere molto ottimisti. Il disegno di legge citato in precedenza, in corso di approvazione, che interviene sulla parte quarta del D. Lgs. 152/06, riporta come allegato gli stessi CER precedenti. Nessuno si è premurato di controllarli. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riferimenti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(1). L’ISBN (International Standard Book Number), come è noto, è un codice formato, dal 1° Gennaio 2007, da 13 cifre (prima era di 10 cifre) suddivise in 5 parti da trattini di divisione, che identifica a livello internazionale un titolo di un determinato editore. Da un ISBN si può generare un codice a barre da utilizzare per la lettura ottica. Per i periodici si usa l’ISSN (International Standard Serial Number) per identificare la testata. Per le opere musicali nella loro interezza si usa l’ISWC (alle parti si attribuiscono altri codici. Per esempio agli spartiti l’ISMN, a una registrazione video un ISAN, ecc.). Per le registrazioni sonori si usa l’ISRC. Per identificare i prodotti digitali come i file di testo, di immagini, musicali ed audiovisivi si utilizza il DOI (Digital Object Identifier), mentre le risorse su Internet si identificano con l’URN (Uniform Resource Names).&lt;br /&gt;(2). Convenzionalmente il passaggio viene fatto coincidere con la pubblicazione, nel 1661, del famoso libro di Boyle (1627 – 1691), “The Sceptical Chymist”, considerato come l’atto di morte dell’alchimia. A chi vuole saperne di più e in fretta dell’alchimia, si consiglia il bellissimo libro di E.J. Holmyard, “Storia dell’alchimia”, Biblioteca Sansoni, Firenze, 1959.&lt;br /&gt;(3). D.I. Mendeleev (1834 – 1907) pubblica la sua prima tavola periodica nel 1869, affermando che “le proprietà degli elementi variano con cadenza periodica all’aumentare della massa atomica”. Su questo scienziato sono state scritte migliaia di pagine. A chi capita dalle parti di S. Pietroburgo consigliamo una visita alla sua casa-museo presso la locale Università, famosa ai più perché ospita la biblioteca più lunga del mondo. Nella metropolitana di Mosca vi è una stazione intitolata a Mendeleev, facilmente individuabile oltre che dal nome anche dai lampadari a forma di molecole. &lt;br /&gt;(4). L’International Union of Pure and Applied Chemistry nasce nel 1919 ad opera di un gruppo di chimici provenienti da alcune industrie e università, che avevano notato la necessità di adottare, a livello internazionale, metodi standard per pesare, misurare, denominare i composti chimici già noti e quelli che si andavano sintetizzando. A questa associazione scientifica, internazionale, non governativa, aderiscono 45 organizzazioni di nazioni diverse oltre ad altre 20 collegate in varie maniere con le prime. Collaborano oltre 1000 chimici di tutto il mondo, suddivisi in otto divisioni, a loro volta formate da vari comitati. Nel tempo i settori di interesse dello IUPAC si ampliano fino a comprendere lo studio degli impatti socio-politici della chimica (disponibilità di materie prime, la chimica degli alimenti e le problematiche ambientali). Attualmente lo IUPAC cura anche la pubblicazione di una serie di libri nota come “Nomenclature books series” o “Color Books” (Compendium of Chemical Terminology – Gold Book, Nomenclature of Inorganic Chemistry – Red Book, ecc.).&lt;br /&gt;(5). Per maggiori notizie si rimanda a: R. Willstätter, “Zue Hundertjahrfeier des Chemischen Zentralblattes””, Angew. Chem. 1929, 42, pag. 1049; C. Weiske, “Das Chemische Zentralblatt – ein Nachruf”, Chemische Berichte 1973, 106. &lt;br /&gt;(6). A. A. Noyes era un professore di Chimica-fisica al MIT e la Review era all’inizio un supplemento del Technology Quarterly del MIT.&lt;br /&gt;(7). Per maggiori notizie rimandiamo a B. Leoci e M. Ruberti, “La nomenclatura e la codificazione degli elementi, dei composti, delle merci e dei rifiuti: luci ed ombre”, in Atti del Convegno “I sistemi di gestione ambientale per lo sviluppo eco-sostenibile del territorio”, Università di Sassari, Alghero-Isola dell’Asinara, 24 – 25 Giugno 2010.&lt;br /&gt;(8). Sono ben noti i disastri provocati dalla talidomide, dal borotalco all’esaclorofene, dal metilmercurio, dalla diossina e da tanti altri prodotti.&lt;br /&gt;(9). Fra questi basta ricordare il DDT, i PCB, l’amianto, che pure si erano rivelati molto utili per diversi usi.&lt;br /&gt;(10). Si veda M. Ruberti, B. Leoci, “Una merce pericolosa da trasportare: l’ipoclorito di calcio”, in Atti del XXIV Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche, Torino/Alba 23 – 25 giugno 2009. &lt;br /&gt;(11). M. Ruberti, G. Mappa, “I principali riferimenti normativi internazionali per il trasporto delle merci pericolose”, in Atti del XXIV Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche, Torino/Alba 23 – 25 giugno 2009. &lt;br /&gt;(12). Si veda S. Massari, M. Ruberti, “L’armonizzazione internazionale della registrazione, classificazione ed etichettatura dei prodotti chimici. Conseguenze per l’Italia”, in Atti del XXIV Congresso Nazionale delle Scienze Merceologiche, Torino/Alba 23 – 25 giugno 2009. &lt;br /&gt;(13). ONU, “Globally Harmonized System of Classification and labelling of Chemicals”, New York and Geneva, 2003, ST/SG/AC.10/30. Aggiornato al 2007.&lt;br /&gt;14. Si legga la presentazione a “La nuova disciplina e classificazione dei rifiuti. CER 2002, dell’Union Camere e CONAI, Edizioni Hyper, Venezia, 2002.&lt;br /&gt;(15). Decreto legislativo 2 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale” (G.U. n.88/06). &lt;br /&gt;(16). Adottata a seguito dell’art. 1, lett. A) della direttiva n. 75/442/CEE, modificata dalla direttiva 91/156/CEE.&lt;br /&gt;(17). Adottata in base all’art. 1, paragrafo 4 della direttiva 91/689/CEE.&lt;br /&gt;(18). Subito battezzato dall’arguzia partenopea come il decreto dei pazzi, visto che il 22, nella Cabala Napoletana, è appunto il numero dei pazzi.&lt;br /&gt;(19). A sua volta modificata dalle decisioni 2001/118/CE, 2001/119/CE e 2001/573/CE.&lt;br /&gt;(20). Quest’Albo ha cambiato nome diverse volte da quando è stato istituito (con legge 29 ottobre 1987, n. 441). Attualmente si chiama Albo dei gestori ambientali. Le ditte per poter esercitare come attività la raccolta e il trasporto dei rifiuti oltre ad altri servizi devono essere iscritte in questo albo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-1573139674352290354?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/1573139674352290354/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/sulla-merceologia-dei-rifiuti.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/1573139674352290354'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/1573139674352290354'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/sulla-merceologia-dei-rifiuti.html' title='Il nome delle merci e dei rifiuti'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-4476479106444793262</id><published>2010-09-25T00:42:00.000-07:00</published><updated>2010-09-25T00:59:47.508-07:00</updated><title type='text'>Afnio</title><content type='html'>&lt;b&gt;2011 anno internazionale della chimica&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I lettori che “battono” con le dita sulla tastiera di un computer ed esigono che sullo schermo appaia quello che si vuole, un testo, una figura, un film, quelli che sono incantati dalle proposte, sempre più frequenti, di computer a minore prezzo e sempre “più veloci”, in genere non pensano che l’efficienza e la velocità dipendono da piccolissimi straterelli di speciali materiali, i chips, nei quali sono immagazzinati i risultati di continue ricerche e perfezionamenti non solo nell’elettronica, ma anche proprio nei materiali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla della “società del silicio”, ma il silicio è solo uno dei componenti e spesso neanche il più importante, dei chips. Perfezionamenti dei semiconduttori (che sono l’anima dei chips) sono stati fatti grazie a un metallo poco noto, ma molto importante, l’afnio. La sua esistenza era stata preconizzata dal grande chimico russo Mendeleev (1834-1907): nello “scrivere”, nel 1869, la sua tabella periodica degli elementi chimici disposti in ordine di peso crescente e di somiglianza di comportamento, aveva visto che c’era un “buco” nella casella 72 che si trovava al di sotto dell’elemento zirconio che occupa la casella numero 40. Avrebbe dovuto esistere un elemento con comportamento simile a quello dello zirconio, ma Mendeleev credette che il posto vuoto fosse occupato dal lantanio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Soltanto nel 1923 il chimico danese Dirk Coster (1889-1950) e il chimico di origine ungherese Georg von Hevesy (1885-1966, premio Nobel per la Chimica 1943) riuscirono ad isolare da alcuni minerali dello zirconio un metallo che possedeva le proprietà corrispondenti a quelle dell’elemento mancante nella casella 72 e lo chiamarono afnio, dal nome latino della capitale della Danimarca, Copenhagen.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il metallo viene ricavato come sottoprodotto della produzione dello zirconio, con notevoli difficoltà a causa della somiglianza dei due elementi. L’afnio ha già avuto applicazioni nell’industria nucleare come rallentatore dei neutroni e in alcune altre utilizzazioni industriali; il carburo di afnio è il carburo con più elevata temperatura di fusione; le leghe di afnio sono particolarmente resistenti alla corrosione. Non si conosce la produzione mondiale di questo metallo, concentrata principalmente in Australia, Sud Africa e Cina. Alcune notizie statistiche e merceologiche si trovano nel sito del Servizio Geologico degli Stati Uniti &lt;a href="http://minerals.usgs.gov/minerals/pubs/commodity/zirconium/"&gt;qui&lt;/a&gt;  USGS.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è da aspettarsi che la scoperta dei nuovi chips superveloci a base di semiconduttori contenenti silicato e ossido di afnio ne faccia aumentare la richiesta e la produzione e sono già state avviate attività di estrazione di minerali di zirconio, che contengono dall’uno al 5 % di afnio, nel Madagscar, nel Mozambico e in altri paesi africani.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-4476479106444793262?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/4476479106444793262/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/afnio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/4476479106444793262'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/4476479106444793262'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/afnio.html' title='Afnio'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-1230765141327151881</id><published>2010-09-25T00:01:00.000-07:00</published><updated>2010-09-25T00:23:34.012-07:00</updated><title type='text'>Indio</title><content type='html'>&lt;b&gt;2011 anno internazionale della chimica&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Boro-Alluminio-Gallio-Indio-Tallio, così i chimici imparavano a recitare i nomi degli elementi del III “periodo”, come si chiamano le colonne della Tabella di Mendeleev. Il boro e l’alluminio si sapeva che cosa erano, ma quell’indio, dal nome fascinoso, ben pochi conoscevano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’indio era stato scoperto nel 1863 da Ferdinand Reich (1799-1882) e Theodor Richter (1824-1898) che lo avevano chiamato così perché emetteva radiazioni con una riga blu del colore dell’indaco; si presenta come metallo lucido, grigio argenteo, tenero ed è rimasto una curiosità per molti decenni. Nel 1925 ne esisteva nel mondo un solo grammo, estratto dalle scorie della lavorazione dei minerali di zinco; la richiesta di indio aumentò durante la seconda guerra mondiale (1939-1945) quando fu scoperto che questo metallo duttile si prestava bene come lubrificante delle bronzine dei motori da aerei veloci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sua produzione aumentò lentamente fino a poche tonnellate all’anno, assorbite dall’industria elettrica e nucleare, fino a quando ne fu scoperto l’uso in apparecchiature elettroniche e ne furono riconosciute le proprietà di semiconduttore. Celle fotovoltaiche solari sono costruite con fosfuro e arseniuro di indio e gallio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma l’esplosione dell’uso dell’indio, soprattutto sotto forma di ossido di indio e stagno, si ebbe con l’invenzione degli schermi a cristalli liquidi per televisori e per computer. L’indio viene ottenuto industrialmente per trattamento dei sottoprodotti della lavorazione dello zinco(un esempio di recupero di merci utili dai rifiuti) e per riciclaggio dei suoi residui e la sua produzione è passata da 60 tonnellate all’anno nel 1950 alle circa 600 tonnellate all’anno nel 2008. Il principale paese produttore di indio è, come al solito, la Cina (330 t/anno), seguita da Giappone, Canada e Corea.  Altre notizie statistiche e merceologiche sull'indio si trovano nel sito del Servizio geologico degli Stati Uniti, &lt;a href"http://minerals.usgs.gov/minerals/pubs/commodity/indium/"&gt;USGS&lt;/a&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mercato dell’indio è turbolento, come quello dei metalli e delle merci strategiche, le “commodities”. Il suo prezzo era di 100 dollari al chilo nel 2002 e di 1000 dollari al kg alla fine del 2005; nell’estate 2009 era sceso a 300 dollari al kg per risalire, nell'ottobre 2009 a 450 dollari al kg (circa 300 euro/kg), e salire ancora, nel settembre 2010, a 560 dollari/kg (circa 430 €/kg). Si può seguire l'andamento dei prezzi dell'indio &lt;a href="http://www.metalprices.com/pubcharts/Public/Indium_Price_Charts.asp?WeightSelect=KG&amp;SizeSelect=M&amp;ccs=1&amp;cid=0"&gt;qui&lt;/a&gt;. Questa turbolenza è dovuta al costo di produzione, alla paura che la disponibilità futura di indio sia limitata (alcuni parlano di riserve per pochi anni) rispetto alle richieste del mercato dell’elettronica di largo consumo, ma anche al fatto che altri metalli potrebbero sostituirlo in molte applicazioni: l’afnio nelle barre di controllo dei reattori nucleari, l’arseniuro di gallio nelle celle solari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbastanza curiosamente una piccola produzione di indio si è avuta in Italia nella raffineria di zinco di Crotone, quella le cui scorie tossiche sono sepolte nel sottosuolo di scuole e strade della città calabrese. Nel 1990 la società Pertusola di Crotone ha prodotto 11 tonnellate di indio, nel 1992 20 tonnellate, dal 1995 la produzione è cessata e lo stabilimento è stato chiuso, proprio nel momento in cui aumentava la richiesta di questo metallo. Un altro caso di previsioni merceologiche sbagliate.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-1230765141327151881?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/1230765141327151881/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/indio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/1230765141327151881'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/1230765141327151881'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/indio.html' title='Indio'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-3361106943644560770</id><published>2010-09-18T10:55:00.000-07:00</published><updated>2010-09-20T00:48:56.370-07:00</updated><title type='text'>Folium: rivista di Merceologia, Ambiente e Lavoro</title><content type='html'>&lt;b&gt;2011 Anno internazionale della chimica&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' uscito il fascicolo del 2° trimestre, aprile-giugno 2010, vol. 10, della rivista &lt;i&gt;Folium&lt;/i&gt;, già ricordata in questo Notiziario: http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/04/folium-rivista-di-merceologia-ambiente.html &lt;a href="http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/04/folium-rivista-di-merceologia-ambiente.html"&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un lungo articolo del prof. Vincenzo Riganti dell'Università di Pavia riferisce sull'indagine svolta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità OMS e dall'Unicef (l'agenzia delle Nazioni Unite per l'assistenza all'infanzia) sui problemi idrici a livello mondiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altri contributi riguardano la normativa nazionale e comunitaria sulla lotta agli inquinamenti, sull'uso delle fonti energetiche rinnovabili, sulle sostanze pericolose e sulla prevenzione di incendi e incidenti nell'industria e in edilizia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-3361106943644560770?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/3361106943644560770/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/folium-rivista-di-merceologia-ambiente.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3361106943644560770'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/3361106943644560770'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/folium-rivista-di-merceologia-ambiente.html' title='Folium: rivista di Merceologia, Ambiente e Lavoro'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-900943051282389939</id><published>2010-09-17T10:13:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T00:59:33.651-07:00</updated><title type='text'>Il dottor Ure, un merceologo poco presentabile</title><content type='html'>&lt;b&gt;2011 anno internazionale della chimica&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=10&amp;amp;tipo_articolo=d_persone&amp;amp;id=42"&gt;Andrew Ure (1778-1857)&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia &lt;nebbia@quipo.it&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Permettetemi di presentarvi il dottor Andrew Ure (1778-1857), chimico e merceologo di grande prestigio nell'Inghilterra della prima metà dell'Ottocento, autore di numerosi trattati e di una enciclopedia dei prodotti industriali, anticipatore di quella ”scienza” al servizio della manifatture capitalistiche, pronta a minimizzare i motivi di qualsiasi richiesta, da parte dei lavoratori e dei cittadini, del riconoscimento del diritto alla salute.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sua storia è importante perché l’”ineffabile dottor Ure”, come lo chiama Marx nel celebre tredicesimo capitolo del primo libro del “Capitale”, ha generato innumerevoli discepoli che ancora oggi sono pronti a minimizzare i pericoli della fabbrica, gli effetti degli inquinamenti, i danni delle sostanze radioattive.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Negli anni in cui è vissuto Ure l'Inghilterra era attraversata da forti fermenti sociali. Le leggi del tempo --- l'Inghilterra era appena uscita vittoriosa dalle guerre contro Napoleone e la sua industria stava sviluppandosi grazie ad una vivace classe imprenditoriale e alle materie prime tratte dalle ricche colonie --- consentivano che bambine e bambini e giovani donne lavorassero anche dieci ore e oltre al giorno nelle miniere e nelle filande. Le bambine e i bambini, con le loro piccole dita, erano molto adatti a riannodare rapidamente i fili che si spezzavano nelle nuove veloci macchine per la filatura; nelle tessiture i bambini stavano in mezzo alle vasche di prodotti chimici per il lavaggio. Ancora peggiori erano le condizioni nelle miniere di carbone dove i piccoli operai spingevano pesanti carrelli in mezzo alla polvere, all'umidità, in promiscuità con gli adulti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per i piccoli lavoratori non c'era tempo per l'istruzione; arrivati stanchi a casa, trovavano stanze fredde, poco cibo, genitori tristi e arrabbiati. Alcuni imprenditori avevano organizzato delle specie di ricoveri in cui bambine e bambini dormivano e ricevano un poco di cibo e così potevano essere più puntuali sul lavoro la mattina; in premio la domenica potevano seguire lezioni di catechismo che insegnavano anche la riconoscenza e la fedele devozione ai datori di lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In queste condizioni si è formato un movimento, che potremmo chiamare di difesa dei diritti dei piccoli lavoratori, che si mise in testa di far approvare dal Parlamento inglese una legge che limitasse l'orario di lavoro dei fanciulli e delle donne. Figurarsi ! se una tale legge fosse stata approvata, il costo del lavoro sarebbe aumentato e questo avrebbe tarpato le ali a Britannia che stava decollando alla conquista dei mercati mondiali, secondo le commosse parole del settimanale "Economist".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siccome questi sconsiderati difensori dei fanciulli non stavano zitti, l'associazione degli industriali inglesi dette l'incarico ad una persona nota e di prestigio, appunto il dottor Ure, di confutare le ragioni degli oppositori. Andrew Ure pubblicò nel 1835 un intero trattato, intitolato "La filosofia delle manifatture" (solo parzialmente tradotto in italiano), nel quale dimostrava quanto fossero false le accuse di sfruttamento; con accurate misure scientifiche dimostrò che i fanciulli che lavoravano nelle fabbriche erano più sani, più alti e perfino più felici dei ragazzi che non lavoravano e che magari andavano a scuola e giocavano liberi. Inutile dire che il movimento dei diritti dei lavoratori vinse; furono approvate leggi che limitavano l'orario di lavoro, che imponevano migliori condizioni igieniche nelle fabbriche e, nonostante il dottor Ure, i diritti alla salute prevalsero sull'egoismo e sull'avidità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche in questo minizio del XXI secolo autorevoli scienziati e studiosi, "nipotini" del dottor Ure, scrivono testi e organizzano campagne per contrastare i movimenti di protesta ambientale che zampillano qua e là in Italia. Quelli che protestano non sanno --- spiegano questi diligenti difensori delle discariche di rifiuti --- che poche cose sono perfette e sicure come tali discariche e che anzi sul terreno sovrastante si possono costruire campi di calcio e parchi di divertimenti. Alcune imprese organizzano visite agli inceneritori sparsi in Europa per dimostrare la loro perfezione e innocuità ai sindaci che si apprestano ad autorizzare la costruzione di un inceneritore di rifiuti nel loro comune, contro la volontà popolare. Altre società conducono delle campagne a favore delle centrali nucleari per erodere la credibilità di coloro che non le vogliono e che non vogliono le discariche di scorie radioattive. Altre campagne ancora sono organizzate per illustrare la bontà e i vantaggi degli alimenti ottenuti da organismi geneticamente modificati. Si tratta di iniziative "perfette" che usano tutti i raffinati strumenti persuasivi della pubblicità, accompagnati dall'autorevolezza di nomi noti, che aprono fratture anche negli stessi movimenti di protesta o ambientalisti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fatto è che la protesta nel nome della difesa della salute e dell'ambiente non viene da stupidi ecoterroristi che dicono sempre di "no" a tutto, a qualsiasi forma di progresso tecnico-scientifico, che sono disposti a stare zitti se l'inceneritore o l'elettrodotto o la centrale non si fa nel loro comune, ma nel comune vicino. La storia del movimento di protesta ecologica --- a parte, naturalmente, singoli episodi di miope egoismo municipale o di infiltrazioni criminali che speculano sulle discariche o sulla vendita dei terreni o sugli appalti --- non è altro che una pagina delle lunghe lotte per la conquista di nuovi diritti: in questo caso del diritto alla salute per se stessi e per le generazioni future, del diritto di disporre di un ambiente non contaminato da veleni. La storia mostra che in molti casi --- come avvenne ai tempi del dottor Ure --- la protesta è stata rivolta contro fatti e pericoli veri che venivano minimizzati o tenuti nascosti dai governi o dalle imprese. E ogni volta che la contestazione ha vinto, il mondo è diventato migliore.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-900943051282389939?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/900943051282389939/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/il-dottor-ure-un-merceologo-poco.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/900943051282389939'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/900943051282389939'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/il-dottor-ure-un-merceologo-poco.html' title='Il dottor Ure, un merceologo poco presentabile'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-8621264558008189315</id><published>2010-09-17T09:15:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:00:30.857-07:00</updated><title type='text'>Chimica è parolaccia ?</title><content type='html'>&lt;b&gt;2011 anno internazionale della chimica&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Villaggio Globale &lt;/i&gt;(Bari), &lt;i&gt;5&lt;/i&gt;, (19), 11-16 (settembre 2002)&lt;br /&gt;&lt;em&gt;La Chimica e l'Industria&lt;/em&gt;, p. 96-99, luglio/agosto 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlare di chimica è spesso come presentare nella buona società una sorella dai trascorsi burrascosi. "Chimica" è parola sgradevole per molti orecchi, soprattutto poco informati, per vari motivi apparentemente contrastanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo è rappresentato dal modo in cui i grandi mezzi di informazione parlano di cose nelle quali la chimica è coinvolta; non ci mancavano altro che gli attentati con "armi chimiche", in aggiunta agli incidenti "chimici", all'uso sconsiderato della "chimica" in agricoltura, eccetera, per enfatizzare qualsiasi cosa sgradevole associandola all'aggettivo "chimico". Non c'è dubbio che incidenti industriali, intossicazione di lavoratori nella fabbriche, inquinamenti dell'ambiente hanno luogo spesso in fabbriche chimiche o che trattano prodotti chimici e ad opera di sostanze chimiche. Non c'è dubbio che molte fabbriche producono sostanze pericolose, talvolta inutili, talvolta oscene come gli agenti di guerra, dai gas asfissianti a quelli lacrimogeni e paralizzanti.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Non c'è dubbio che la scoperta di frodi, di sostanze tossiche anche nelle acque e nei cibi, di erbicidi nei pozzi sono la conseguenza di un uso improprio e violento di sostanze chimiche e che giustamente un vasto movimento popolare chiede più severe regolamentazioni nella produzione, nella circolazione e nell'uso di prodotti chimici industriali e commerciali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo motivo della dubbia fama della chimica sta nella maniera in cui la corporazione dei produttori chimici reagisce alle critiche di quelli che sono sbrigativamente liquidati come "ecologisti" o "verdi". La risposta messa in circolazione attraverso male orchestrate campagne di stampa è melensa e poco convincente e suscita una reazione di rigetto nell'opinione pubblica. Non basta mobilitare grandi compagnie di pubblicità e pubbliche relazioni per essere credibili e convincenti quando si presenta l'immagine che la chimica è per definizione buona e benefica per l'umanità e che pertanto i fabbricanti di prodotti chimici devono essere apprezzati e lodati come coloro che diffondono il bene insito nella chimica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche qui l'eccesso di zelo degli apologeti cade spesso nel ridicolo. Non c'è dubbio che le sostanze presenti nel sangue sono costituite da molecole chimiche --- e che altro dovrebbero essere ? --- e che il cibo necessario per la sopravvivenza, i farmaci che salvano la vita dei malati, i coloranti che abbelliscono i tessuti, i cosmetici che rendono gradevole e pulito l'aspetto, sono fatti di sostanze chimiche. Non c'è dubbio che sono chimiche --- anche se in genere maneggiate da non-chimici --- le analisi che consentono di riconoscere le malattie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma è altrettanto vero che la storia degli anni recenti è piena di episodi di danni alla salute e all'ambiente provocati da industrie e sostanze chimiche non perché tali sostanze sono "chimiche" ma perché sono stati imprudenti e incapaci i produttori, i trasportatori, gli utilizzatori. E non giovano né alla "chimica", né agli imprenditori le difese di ufficio fatte da volonterosi "scienziati" e accademici i quali ridicolizzano i critici e la loro ignoranza. Tali difese hanno il sapore di cose già ascoltate: anche gli industriali inglesi del 1800 rispondevano alla contestazione di coloro che volevano che fosse ridotto l'orario di lavoro dei ragazzi e che fossero mgliorate migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche mobilitando gli scienziati. E' rimasto celebre il dottor Andrew Ure, chimico e merceologo, che, pieno di zelo, ha scritto un intero libro, "La filosofia delle manifatture" (una traduzione parziale in italiano e' stata pubblicata nella "Biblioteca dell'economista", seconda serie, volume 3, dall'Unione Tipografico-editrice di Torino nel 1863), per dimostrare come il lavoro nelle filande e nelle miniere fosse giovevole alla salute dei fanciulli, tolti dalla strada e dai suoi vizi, educati a diventare buoni futuri operai ubbidienti e rispettosi dei proprietari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il terzo motivo, legato ai due precedenti, del poco buon nome della chimica nell'immaginario popolare, sta nella diffusa ignoranza della chimica. Persone colte e intelligenti, che sanno parlare con competenza di letteratura e musica e arte, "intellettuali", come si suol dire, si azzardano, forti della loro ignoranza chimica, ad esprimere giudizi spesso insensati sui guasti e sui vizi della "chimica".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c'e' dubbio che la chimica si insegna poco e spesso male nelle scuole secondarie superiori --- dove pure circa 350 mila studenti ogni anno sono "costretti" a seguire un qualche corso di chimica --- sulla base di testi che talvolta (spesso) sono modesti e noiosi. Quel poco di nozioni appiccicate alla mente, talvolta senza andare al di la' di poche frasi fatte, ripetute come litanie, sono il terreno ideale per fare nascere idee distorte e luoghi comuni e vere sciocchezze. Non c'è perciò da meravigliarsi se i giornalisti, i parlamentari, gli amministratori, spesso persone colte e attente, straparlano quando si tratta di esprimere dei giudizi sulla chimica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si aggiunga che la situazione è scoraggiante benché in Italia esistono decine di migliaia di laureati in chimica, centinaia di professori universitari di discipline chimiche, la cui voce si sente troppo poco e quasi niente, come se ci fosse un pudore nell'intervenire e nel parlare della loro scienza. Salvo poi talvolta intervenire per una apologia della chimica con un eccesso di zelo e quindi poco credibili. Una volta Linus Pauling (premio Nobel per la chimica e poi premio Nobel per la pace) scrisse che bisogna invece imparare a parlare a qualcuno che non siano le proprie provette. La stessa massima società italiana dei chimici, la Società Chimica Italiana, con poche migliaia di soci, per lo più membri del mondo accademico, con prestigiose riviste, peraltro a limitatissima circolazione, è per l'opinione pubblica sconosciuta, come se non esistesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A differenza di altre società chimiche nazionali e in particolare di quella americana, la American Chemical Society, che pubblica un settimanale, il notissimo Chemical and Engineering News che mobilita i suoi soci perché parlino nelle televisioni locali, che organizza giornate nazionali della chimica, Olimpiadi della chimica, che induce il governo a stampare francobolli commemorativi della chimica e dei chimici, eccetera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo stato di cose fa sì che in Italia esistano pochissime riviste di chimica, con limitata circolazione, nessuna a carattere veramente divulgativo e popolare, che siano soltanto pochi o pochissimi i libri divulgativi di chimica, le cui conoscenze per il grande pubblico sono affidate al breve incontro, al liceo, con i testi di scuola. Non c'è in Italia un buon dizionario o una buona enciclopedia popolare di chimica. E' abbastanza naturale che perfino i traduttori degli articoli di giornali stranieri storpino i nomi chimici, con silicio che diventa silicone, iodio che diventa iodino, carboidrati che diventano idrocarburi, e così via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure mai come in questo momento una cultura chimica è essenziale per difendere la salute dei cittadini e anche per ridare fiato ad un asfittico settore industriale. Mai come in questo momento i problemi chimici sono centrali per l'economia e per il progresso. Basta leggere la Gazzetta ufficiale delle Comunità europee o quella della Repubblica italiana per vedere che sempre più spesso ci sono interi fascicoli, dei veri volumetti, pieni di informazioni chimiche, di formule, di sinonimi, di proposte di unificazione, pieni di metodi di analisi standardizzati per riconoscere la purezza delle sostanze, per sconfiggere le frodi, per svelare gli inquinamenti. La sigla CAS del Chemical Abstracts Service è usata anche nei testi di legge dove accompagna ormai il numero, la sigla e il nome delle sostanze che entrano nei medicinali, nei cosmetici, nei pesticidi, eccetera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mai come in questo momento la sopravvivenza civile dei paesi industriali dipende dal potenziamento dei servizi pubblici di controllo dei prodotti e dell'ambiente, servizi che richiedono metodi chimici di indagine praticati da chimici. Con tutto il parlare che si fa di unità europea, bisogna renderci conto che potremo essere veramente europei soltanto se dimostreremo di avere strutture pubbliche e imprese private avanzate e moderne e in tale progresso un ruolo determinante ha la chimica e hanno i chimici. Mai come in questo momento ci sarebbe bisogno di laureati in chimica preparati, orgogliosi della loro cultura e della loro competenza e capacità, consci del ruolo che possono avere nella collettività civile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con tutto il rispetto per le altre scienze della natura e sperimentali, la chimica è forse l'unica che offre la saldatura fra le leggi fondamentali della materia e l'applicazione di tali leggi alla vita quotidiana, dal metabolismo del cibo alla bellezza dei colori delle ali delle farfalle o dei petali dei fiori, ai grandi flussi di materia che stanno alla base dell'economia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La chimica è infatti la scienza della contabilità della natura. Il bilancio delle reazioni chimiche è n bilancio "economico": esso, per definizione, deve essere in pareggio, tutto quello che c'e' a sinistra di una formula si deve ritrovare a destra: la materia si deve sempre ritrovare tutta. E qui troviamo subito la diversità fra la contabilità della natura e quella "economica monetaria". Anche gli economisti dei soldi fanno della contabilità: i soldi spesi devono essere uguali a quelli guadagnati. Ma le "cose" materiali che sono descritte con gli scambi monetari sono soltanto una piccola parte di quelle che interessano la vita reale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel bilancio di una fabbrica, per esempio, la contabilità monetaria tiene conto soltanto delle materie che si comprano e si vendono. Se pensiamo ad una fabbrica di acciaio contano il minerale di ferro e il carbone, che si ottengono in cambio di soldi, ma nella contabilità monetaria non figura l'ossigeno che si ottiene gratis nell'aria che serve per bruciare parzialmente il carbone trasformandolo in ossido di carbonio che riduce gli ossidi di ferro in ferro e ghisa. La ghisa e l'acciaio e l'energia entrano nella contabilità economica perché si comprano e si vendono, ma nella reazione si formano --- una cosa ovvia e banale per un chimico --- polveri e anidride carbonica e ossido di carbonio e scorie che non figurano nella contabilità economica perché vengono gettati nell'atmosfera o in una discarica. Salvo accorgersi un giorno che le popolazioni protestano per i fumi che sono "cose" materiali e di cui bisogna misurare quantità e composizione chimica, e che bisogna filtrare e abbattere o raccogliere per non inquinare l'aria&lt;br /&gt;o il suolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La contestazione ecologica è nata proprio dall'attenzione prestata agli effetti negativi di tutte le cose che la chimica conosce da sempre --- quelle che si trovano a sinistra e a destra di ciascuna formula --- ma che l'economia tradizionale e la pratica dell'operare hanno a lungo ignorato. Da qui l'importanza e la grande attualità del valore educativo della contabilità chimica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un minimo di attenzione chimica può suggerire a coloro che utilizzano quei laboratori chimici che sono il secchiaio o il gabinetto che la massa di materiali --- residui di cibo, soluzioni saponose, escrementi --- che esce dalla nostra vita quotidiana non scompare ma va a finire nelle fogne e poi nei depuratori e nei fiumi e nel mare. La contabilità e l'ecologia dell'ecosistema domestico, sono altrettanto importanti come l'ecologia della fabbrica o della città.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un altro importante aspetto del valore educativo della chimica sta nell'abitudine a pensare a tre dimensioni. Tutte le cose sono a tre dimensioni, ma noi siamo abituati a disegnarle su un foglio, su un piano. La conoscenza chimica offre continuamente l'occasione per aiutare a immaginare, a pensare e a "vedere" i corpi nello spazio. La molecola dell'acqua acca-due-o, H-O-H, deve tutte le sue stranezze, fondamentali per la vita, proprio al fatto che ciascuna molecola si lega nello spazio non solo alle altre molecole di acqua, ma a tutti i corpi a cui si avvicina e con cui viene a contatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La chimica del carbonio deve la sua bellezza e il suo fascino proprio al carattere tridimensionale degli atomi e delle molecole e, anche se ce ne siamo dimenticati, la scoperta di tale carattere fu una vera rivoluzione culturale. Purtroppo non possiamo fare a meno, per ragioni pratiche, di scrivere le formule su un piano, ma forse questo stesso limite è un'occasione per ricordare continuamente che le molecole sono sempre tante, tutte insieme e distribuite in tutte le direzioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una intuizione tridimensionale ha risolto problemi di conoscenza fondamentale della vita. Alla fine degli anni quaranta del secolo scorso il chimico americano Linus Pauling ebbe, come sopra ricordato, il premio Nobel per aver "pensato" che le molecole delle proteine fossero disposte ad elica, come si vide sperimentalmente meglio in seguito. Questa intuizione da sola permise di risolvere tutti i misteri del comportamento delle proteine, pietre costitutive fondamentali della vita. Una decina di anni dopo Watson e Crickett ottennero il premio Nobel per aver scoperto la struttura del DNA, una catena di molecole di zucchero, di acido fosforico e di alcune "basi" (adenina, timina, guanina, e citosina), disposte in "doppia elica" nello spazio. La disposizione spaziale delle migliaia di atomi di ciascuna molecola di DNA ha consentito di spiegare il funzionamento di queste molecole fondamentali per la "fabbricazione" di ciascuna proteina, sempre uguale, specifica per ciascuna parte di ciascun essere vivente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La conoscenza chimica consente la spiegazione di come sono fatti e come possono essere prodotti le cose, gli oggetti, i materiali presenti in natura e nella vita quotidiana. La chimica è nata con l'obiettivo di spiegare e descrivere fenomeni naturali e, nello stesso tempo, di risolvere&lt;br /&gt;problemi pratici: la sbianca e la tintura dei tessuti, la conservazione dei cibi, la concia delle pelli, la fermentazione del pane. La ricerca scientifica chimica è stata originata e ha avuto i suoi massimi successi in relazione a problemi "pratici": dal premio Nobel ad Haber per la scoperta delle condizioni che consentono la sintesi dell'ammoniaca, al premio Nobel a Natta per le scoperte che hanno permesso di sintetizzare il polipropilene. Probabilmente un riconoscimento dell'importanza degli aspetti "pratici" della chimica aiuterebbe anche il pubblico a riconoscere in essa non solo una scienza vicina alla vita quotidiana, ma anzi la scienza prima della vita e delle cose che ci circondano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Benché la chimica aiuti a capire e spiegare molti aspetti anche apparentemente volgari della vita: perché certe merci inquinano, quale è la composizione dei rifiuti, si ha l'impressione che la chimica della cucina e del gabinetto abbiano poco spazio e dignità nell'insegnamento chimico. I merceologi, per esempio, che sono i chimici che si occupano di questi aspetti volgari della chimica, sono in genere considerati chimici di seconda classe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una migliore cultura chimica aiuterebbe anche molte altre attività e discipline. Si pensi, per esempio, al vuoto culturale esistente in Italia nel campo della storia della chimica, della storia della farmacia, della storia della merceologia, e lo si confronti col fatto che lo storico di professione, o l'archeologo sempre più hanno a che fare con problemi chimici che affrontano talvolta male, superficialmente, talvolta balbettando cose inesatte, con una crescente difficoltà di incontro con i professionisti che sanno di chimica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è un altro aspetto meno noto della chimica. All'opinione pubblica, ma anche agli studenti, la chimica appare una scienza consolidata, piena di certezze; se qualcosa di nuovo appare all'orizzonte lo si deve cercare nei favolosi orizzonti delle biotecnologie o dei materiali avanzati, come si suol dire. Una impressione sbagliata: il mondo che ci circonda è ancora pieno di misteri chimici, anche nei campi più banali. Si parla, per esempio, di amido, di lignina e di cellulosa, le pietre fondamentali del mondo vegetale.La cellulosa attrae l'attenzione come ingrediente della carta, l'amido come ingrediente del pane e della pasta e, più recentemente, della finta "plastica" biodegradabile. E invece siamo di fronte ad un campo pieno di misteri. Ogni vegetale contiene amido, lignina, cellulosa, con caratteri differenti da altri; la composizione di queste macromolecole ha carattere statistico per cui si deve parlare al plurale di amidi, cellulose, eccetera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con un poco di attenzione e di curiosità si scopre, per esempio che i diversi cereali hanno amidi di diverse qualità, tanto è vero che con alcuni (il grano) si riesce a fare il pane e con altri (come il mais) no. La stessa caratterizzazione dei cereali e dei relativi sfarinati sulla base dell'amido, delle proteine, dei grassi e delle ceneri è una grossolana approssimazione. Si intuisce, ma se ne sa ben poco, che amido, proteine e grassi sono uniti fra loro in "complessi" grassi-proteine, amido-grassi, amido-proteine; la loro esistenza potrebbe spiegare il fatto che il grano duro ha caratteri diversi dal grano tenero, benché all'analisi chimica grossolana i principali componenti siano in quantità quasi uguali. Fra i misteri chimici del pane c'è il fenomeno del rinvenimento, per cui nel pane raffermo, "vecchio" di due o tre giorni, riscaldato, la mollica ritorna elastica come nel pane appena sfornato, anche se questo carattere scompare dopo poche ore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una migliore cultura chimica permetterebbe di chiarire alcuni "grandi" misteri, come il buco dell'ozono stratosferico o l'effetto serra dovuto alle modificazioni chimiche dell'atmosfera,ma permetterebbe anche di capire e di conoscere meglio tantissime altre cose, negli alimenti, nei cosmetici, nelle tinture e nei preparati per ondulare i capelli, nelle precauzioni da prendere quando si deve lavare e stirare, nei meccanismi --- chimici --- con cui funzionano le fotocelle solari o le macchine per trasmissione in facsimile, più note come "fax", o i "cuori" dei computers e dei telefoni cellulari, tutti oggetti che stanno alla base di produzioni e di consumi di massa. Se se ne sapesse di più forse molti pericoli e inconvenienti ed errori sarebbero evitati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Penso che si potrebbe, volendo, davvero dare della chimica una immagine gioiosa e avventurosa e con essa una visione più coraggiosa della vita; si renderebbe un servizio alla società, all'economia, e all'ecologia --- e alla stessa scienza chimica presentabile senza vergogna nella buona società.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-8621264558008189315?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/8621264558008189315/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/chimica-e-parolaccia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/8621264558008189315'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/8621264558008189315'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/chimica-e-parolaccia.html' title='Chimica è parolaccia ?'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-5100916902953033424</id><published>2010-09-12T10:29:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:16:41.159-07:00</updated><title type='text'>L'anno delle fibre naturali SM 3025</title><content type='html'>La Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 22 gennaio 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le fibre tessili naturali sono materiali filamentosi ricavati da moltissime piante e da vari animali. Le fibre naturali di origine vegetale, costituite principalmente da cellulosa, si distinguono in fibre del seme (cotone), in fibre del fusto (canapa, lino, iuta, kenaf, ginestra), fibre del frutto (cocco), fibre delle foglie (sisal, agave, abaca); le fibre di origine animale, costituite da proteine, sono la seta e quelle del vello di pecore, capre, lama, cammelli, vigogne, conigli angora, eccetera. Nel 1960 la produzione di fibre naturali era di 12 milioni di tonnellate contro tre milioni di tonnellate di fibre sintetiche; nel 1994 la produzione di fibre sintetiche è salita a 20 milioni di tonnellate, uguale a quella delle fibre naturali. Nel 2008 la produzione mondiale di fibre sintetiche è salita ancora a circa 40 milioni di tonnellate, mentre quella delle fibre naturali è stata di appena 30 milioni di tonnellate. Un auspicabile aumento della produzione delle fibre naturali, rinnovabili, aiuterebbe molte attività agricole e zootecniche, e contribuirebbe allo sviluppo economico e sociale di molti paesi poveri. Anche le caratteristiche merceologiche dei filati e dei tessuti sono a favore delle fibre naturali.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L'anno mondiale delle fibre naturali, promosso dalla FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione con sede a Roma, si è aparto ufficiaòmente il 22 gennaio 2009. L’iniziativa ha il fine di riportare l’attenzione mondiale sulla produzione e sull’uso delle fibre tessili di origine vegetale e animale, le uniche che sono state usate, per millenni, per indumenti e arredi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento le fibre naturali provenivano in gran parte dai paesi coloniali e alimentavano, in Europa, una fiorente industria di trasformazione in filati e tessuti. Col passare del tempo i paesi europei hanno cercato di liberarsi dalle importazioni producendo dei surrogati delle fibre naturali dapprima sotto forma di fibre artificiali, ottenute con processi chimici da materie prime naturali (i vari tipi di rayon, le fibre caseiniche), e di fibre sintetiche ottenute trasformando in sottili filamenti delle materie termoplastiche derivate dal petrolio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima fibra sintetica fu il nylon, commercializzato nel 1939, seguito da numerose altre fibre studiate in modo da adattarle ai processi di filatura, lavaggio, tintura e tessitura usati per le fibre naturali. Il grande successo delle fibre sintetiche ha determinato un rallentamento della crescita, in qualche caso la scomparsa, della produzione di molte fibre naturali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad esempio l’Italia era un grande produttore di canapa in Emilia Romagna, in Campania e anche in Puglia; negli anni venti e trenta del Novecento la canapa italiana era esportata in tutto il mondo; nei successivi anni cinquanta è cominciato il declino e ora la coltivazione della canapa in Italia e la produzione delle fibra sono praticamente scomparse. Un interessante studio sulla crescita e il declino della canapa in Italia è stato fatto da Benito Leoci, professore di Merceologia nell’Università di Lecce. Simile destino ha subito la produzione del lino; eppure un linificio ha operato per anni anche a Gravina. Con la diminuzione della richiesta delle fibre naturali molte zone agricole dei paesi europei e, soprattutto dei paesi arretrati sono state colpite da crisi economiche e sociali; in qualche caso la crisi delle fibre naturali ha provocato conflitti locali e migrazioni interne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’attenzione per l’ “ecologia” ha fatto risvegliare, in questi ultimi anni, l’interesse per le fibre naturali, considerate “verdi” perché ottenute da materie agricole rinnovabili, sostanzialmente derivate dai grandi cicli biologici alimentati dal Sole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La natura ha progettato e “fabbrica”, nei vegetali e negli animali, delle fibre il cui carattere fisico e chimico consente di ottenere tessuti per indumenti gradevoli da indossare sia d’estate, sia d’inverno, per arredi domestici, anche per applicazioni industriali. Inoltre la produzione delle fibre tessili naturali fa parte di un ciclo produttivo che comprende vari utili sottoprodotti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad esempio il cotone, la più importante fibra tessile naturale di origine vegetale, è la lanuggine che circonda il seme del cotone e la sua produzione (oltre 25 milioni di tonnellate nel 2008) è accompagnata dalla produzione, in quantità doppia rispetto alla massa della fibra, di semi ricchi di olio (circa il 30 % del peso del seme) e di proteine impiegati in settori industriali e alimentari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La produzione della canapa è accompagnata da residui legnosi, i canapuli, che trovano impiego come combustibili o in altri campi. Le fibre tessili naturali prodotte e usate finora sono però soltanto una piccola parte dei materiali fibrosi ricavabili dalle piante; l’iniziativa della FAO ha anche lo scopo di incoraggiare indagini botaniche e tecniche su altre piante adatte a fornire fibre tessili, valorizzando poco note esperienze locali, e ad incoraggiare perfezionamenti nelle varie fasi del ciclo produttivo delle fibre naturali: coltivazione o allevamento, separazione, purificazione, tintura, filatura, tessitura. Molte di queste operazioni sono state praticate finora su scala locale e artigianale; i loro perfezionamenti possono migliorare le qualità delle fibre naturali commerciali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Migliori conoscenze delle fibre naturali sono necessarie per farne aumentare la richiesta nei paesi industriali e la produzione nei paesi poveri e poverissimi, soprattutto africani e asiatici, la cui economia essenzialmente agricola può avviarsi così verso uno sviluppo anche sociale e umano. Se si osserva la geografia economica delle fibre naturali, fra i produttori si incontrano paesi come Bangladesh, Myanmar (l’ex Birmania), e Nepal dove si producono fibre di iuta; Kenya, Tanzania e Madagascar, dove si producono le fibre di sisal, estratte dalle foglie di varie specie di agavi, particolarmente adatte per cordami e sacchi, ma anche per borse e oggetti di uso domestico; al fianco dei grandi produttori di cotone si trovano anche paesi emergenti come Bangladesh e Tanzania; Sri Lanka, Thailandia e Malaysia producono le fibre estratte dal guscio della noce di cocco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'anno mondiale delle fibre naturali può contribuire a diffonderne la conoscenza scientifica e merceologica anche nelle scuole e nelle Università. Anche il mondo della moda potrà dare un importante contributo proponendo indumenti e accessori con queste nuove, ma vecchissime, fibre, all’insegna dell’ecologia e dello sviluppo umano dei paesi più poveri.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-5100916902953033424?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/5100916902953033424/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/lanno-delle-fibre-naturali-sm-3025.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5100916902953033424'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/5100916902953033424'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/lanno-delle-fibre-naturali-sm-3025.html' title='L&apos;anno delle fibre naturali SM 3025'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-8658169874824158796</id><published>2010-09-10T09:25:00.000-07:00</published><updated>2011-09-07T01:17:15.410-07:00</updated><title type='text'>Georg Bauer, un merceologo del Cinquecento</title><content type='html'>&lt;b&gt;2011 anno internazionale della chimica&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"I critici affermano che le attività minerarie e metallurgiche danneggiano gli alberi e i campi, da cui pure si ottengono cibo e legname, e distruggono gli uccelli che forniscono carne pregiata e rallegrano l'animo col loro canto". Questa frase, che sembra tratta da uno dei tanti dibattiti odierni sugli effetti dell'industria sull'ambiente, è invece stata scritta quasi mezzo millennio fa da Georg Bauer, detto Agricola, di cui si celebra quest'anno il cinquecentesino anniversario della nascita.&lt;br /&gt;&lt;a name='more'&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Agricola replica garbatamente alle critiche affermando che gli effetti ambientali negativi ci sono certamente, ma che le attività minerarie offrono infiniti materiali utili agli esseri umani, dall'oro e argento all'allume, allo zolfo, ai metalli essenziali per il progresso: ferro, rame, zinco, mercurio, antimonio, eccetera. Il dibattito è contenuto nella principale opera di Agricola, il trattato in dodici libri "De re metallica", cioè sull'arte e la tecnica dell'estrazione dei minerali e della produzione dei metalli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Agricola fu uno straordinario personaggio, figlio di un'epoca di transizione, all'alba della primissima rivoluzioine industriale, di quella che Lewis Mumford ha chiamato l'"era paleotecnica".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Agricola era nato nel 1494 a Glauchau in Sassonia (Germania) e aveva seguito, come si usava in quel tempo, studi classici e letterari nelle Università di Lipsia, Bologna, e Padova, per laurearsi poi in medicina nell'Università di Ferrara. Dal 1527 al 1533 ricoprì l'ufficio di medico a Joachimsthal (oggi Jachymov), in Boemia (attuale Repubblica Ceca) e, dal 1534 fino alla morte, avvenuta nel 1555, fu medico e poi sindaco a Chemnitz, nella vicina Sassonia (Germania).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Benché abbia scritto alcune opere di medicina, sui pesi e le misure, di storia e di teologia --- difese la fede cattolica dagli attacchi della Riforma protestante --- il suo libro principale è il grande trattato sull'arte mineraria, prima ricordato, apparso dopo la sua morte nel 1556. Vivendo nella più grande regione mineraria dell'Europa del tempo, nel cuore delle montagne metallifere (Erzgebirge), ebbe modo di osservare, studiare e descrivere tutte le fasi dell'attività delle miniere e delle industrie metallurgiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il "De re metallica" è un'opera bellissima ed ebbe un successo enorme; fu tradotta dall'originale latino in numerose lingue, fra cui l'italiano già nel 1563, e ha conservato nei secoli la sua freschezza e il suo fascino tanto da meritare, nel 1912, una traduzione in inglese moderno ad opera dei coniugi Herbert e Louise Hoover, entrambi ingegneri minerari. Herbert Hoover divenne più tardi presidente degli Stati Uniti dal 1929 al 1932: fu il presidente della grande crisi, e fu il predecessore di Franklin Delano Roosevelt, eletto presidente nel 1933. All’amministrazione Hoover si deve la costruzione di una delle più grandi dighe del mondo, sul fiume Colorado, che porta il suo nome. Non credo che sia un caso che l'opera di Agricola, tipica di un periodo di rivoluzioni e innovazioni industriali, come sono stati i primi decenni del 1500, abbia attratto un uomo come Hoover che è vissuto, a sua volta, nell'altra grande fase di rivoluzione tecnico-industriale moderna dei primi decenni del 1900.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Agricola non descrive soltanto fatti e tecniche e macchinari, con puntigliosa precisione e con una serie di illustrazioni molto belle e interessanti anche oggi; forte di una cultura umanistica egli confronta le conoscenze del suo tempo con quelle dei classici greci e latini. Agricola cita un gran numero di minerali, molti descritti per la prima volta, e illustra processi di trasformazione dei minerali in metalli, alcuni dei quali applicati ancora oggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'opera sull'arte mineraria comincia con lo spiegare le ragioni per cui occorre studiare la geologia, la mineralogia e la metallurgia, e le doti che un imprenditore deve possedere per svolgere bene il suo lavoro. Intanto occorre una buona capacità di osservazione del mondo circostante per riconoscere le vene dei minerali utili, commerciali; miniere e forni devono essere collocati vicino ad un bosco e ad un fiume; il bosco fornisce la legna per la costruzione dei pozzi e da usare come fonte di energia per le fornaci e l'acqua deve trascinare via i detriti della frantumazione dei minerali, anche se Agricola non manca di rilevare il danno del conseguente inquinamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'attività mineraria deve essere sorvegliata da speciali funzionari competenti che devono ricevere una buona istruzione e cultura geologica e mineraria. I funzionari devono essere in grado di effettuare analisi sui minerali e Agricola cita i vari metodi seguiti. La concentrazione di mercurio in un minerale viene misurata facendo distillare e pesando il mercurio ricuperato; la concentrazione dell'oro viene misurata miscelando l'oro impuro con piombo in uno speciale crogiolo detto coppella; il piombo e gli altri metalli si ossidano e vengono assorbiti dalla terra del crogiolo: resta un piccolo bottone di oro puro che viene così pesato. Il processo di coppellazione è usato ancora oggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La trasformazione dei minerali in metalli richiede forni in cui il minerale è addizionato con terre fondenti e carbone di legna: il metallo cercato è recuperato allo stato fuso. Alcuni disegni illustrano bene il principio di funzionamento che in qualche caso è seguito, con poche varianti, ancora oggi. Agricola spiega bene che certi minerali, prima di essere trattati nei forni, devono essere "arrostiti", cioè scaldati per trasformare, per esempio, i solfuri in ossidi metallici, una operazione che genera fumi nocivi e irritanti. Le attività metallurgiche devono quindi svolgersi lontano dalle città.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcuni metalli devono essere trattati con acidi concentrati e Agricola descrive il processo di fabbricazione dell'acido nitrico per reazione del nitrato di potassio con acido solforico. Del resto l'acido nitrico è importante ancora oggi perché “discioglie” tutti i metalli eccetto l'oro. Il nono e il decimo, dei dodici libri di cui e' composta l'opera "De re metallica", sono dedicati proprio ai metalli preziosi: oro e argento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il dodicesimo e ultimo libro illustra i processi della allora nascente industria chimica: è descritta la preparazione del sale per evaporazione al sole o per distillazione dell'acqua marina; del salnitro, dell'allume, dell'acido solforico, dello zolfo e del vetro, di cui Agricola illustra anche i processi di soffiatura che probabilmente aveva osservato a Murano, vicino &lt;br /&gt;Venezia, durante il suo soggiorno in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una lettura, con le conoscenze odierne, dell'opera di Agricola mostra che Agricola confondeva alcune sostanze e non aveva chiare idee sulla effettiva composizione di alcuni minerali. Con la sua opera, comunque, si passa dalla visione alchimistica dei materiali alla &lt;br /&gt;visione chimica e ingegneristica moderna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Agricola cita per la prima volta, e con un certo scetticismo, l'uso della forcella da parte dei rabdomanti per la ricerca dell'acqua e di particolari metalli. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Agricola prestò anche, come si è ricordato all'inizio, attenzione agli inquinamenti dovuti alle attività minerarie: i disegni che illustrano la sua opera mostrano bene i forni da cui escono fumi che è facile immaginare acidi e corrosivi. Agricola parla, con competenza di medico, delle dure condizioni in cui viene svolto il lavoro dei minatori e delle malattie e intossicazioni a cui sono esposti. A differenza dei greci e dei romani, che usavano gli schiavi nelle miniere, ai tempi di Agricola il lavoro nelle miniere è svolto da uomini liberi, da lavoratori e anche imprenditori, la cui salute è messa in pericolo dai miasmi e dai fumi, ma anche da spiriti folletti (emanazione di radon ?) che fanno dispetti ai minatori e provocano strane visioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Viene da sorridere a pensare che un figlio del Rinascimento, un uomo così vicino a noi, possa aver creduto in queste ingenuità: ma poi non c'è mica tanto da sorridere se si pensa che anche alcuni “intellettuali” del nostro tempo credono ancora alla pratiche esoteriche e allo spiritismo, cose che forse farebbero sorridere Agricola se ci vedesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un testo più esteso si trova &lt;a href="http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/dettagli.aspx?id_articolo=251"&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2198656321787368035-8658169874824158796?l=notiziario-di-merceologia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/feeds/8658169874824158796/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/georg-bauer-un-merceologo-del.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/8658169874824158796'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2198656321787368035/posts/default/8658169874824158796'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://notiziario-di-merceologia.blogspot.com/2010/09/georg-bauer-un-merceologo-del.html' title='Georg Bauer, un merceologo del Cinquecento'/><author><name>giorgio nebbia</name><uri>http://www.blogger.com/profile/12979392991314267930</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2198656321787368035.post-5578697389876756716</id><published>2010-09-10T06:57:00.000-07:
